CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

La caccia col cane da ferma è finita. ii Federico Gallo

BICEZIA DELLA RISERVA REALE

BICEZIA DELLA RISERVA REALE

Ovviamente mi riferisco alla caccia classica che richiede selvaggina classica per il cane da ferma. Per primo La Starna e dopo Coturnice, Pernice, Quaglia e Beccaccia. Non includo il fagiano perché trattasi di un surrogato che spesso rovina i cani da ferma invece di aiutarli ad esprimere le loro potenzialità. La fine delle caccia col cane da ferma coincide con la fine dei terreni coltivati e mantenuti da agricoltori e mezzadri, usati da pastori e vaccari, colonizzati da intere famiglie di fruitori del territorio agro-silvo-forestale per tutte le attività che ha visto crescere il genere umano. Insomma faccio riferimento a quella che era chiamata : la civiltà contadina.
La conseguenza è che il terreno si è “inselvatichito” e le colture, a macchie di leopardo a regime vario, appetibili alla selvaggina, sono andate via via sparendo per lasciare il passo alla monocoltura cerealicola e alla foraggiera per l’allevamento in stalla.

Addio ai fontanili e alle pozze d’acqua curate per l’abbeverata,addio ai sentieri e alle decespugliazioni intelligenti, addio alla deforestazione programmata scientificamente e accompagnata da forestazioni controllate e corrette con la ricrescita del ceduo e con piantumazioni ex-novo di essenze di alto fusto.

La selvaggina nobile è sparita, perfino la Lepre ha risentito dei cambiamenti ambientali. Resiste qualche nucleo esteso di famiglie laddove ci siano coltivazioni anche estensive e relativa tranquillità.

Il cinghiale non ha problemi, ormai entra nei borghi e si avvicina alle case, mangia nei giardini grufolando fra i fiori e gli alberi da frutto.

E’ rimasto signore di ogni luogo e non solo della macchia,come una volta, sua maestà il cinghiale. Una nuova specie ibridato con sangue mitteleuropeo che produce animali di grossa taglia, prolifici oltre ogni aspettativa e aggressivi sul territorio e contro i cani da caccia impiegati nelle cacciate alla maremmana, cioè in battuta numerosa e collettiva.

La scelta è stata obbligata da una politica miope e venato fobica. Frutto di campagne mediatiche di bassa lega contro la caccia e i cacciatori. Tendente a sfruttare la sensibilità o la pietà di masse di persone al di fuori e lontane dal sentimento della provincia profonda che, in buona percentuale, si proponeva come fruitore della vera caccia dei bei tempi antichi. Quindi una provincia colta, rispettosa, soprattutto sportiva che della caccia faceva solo un esercizio foriero di buona salute, di buone frequentazioni, di libertà e vita a misura d’uomo per quei pochissimi mesi all’anno in cui era consentita.
Queste campagne mediatiche erano tese a fare abolire la caccia, quantomeno fare ridurre i tempi e i modi dell’attività e infine a condizionarne la cultura e il sistema intero. Tutto ciò per costruire un nuovo rapporto uomo-territorio tendente allo sfruttamento diverso e programmato di attività più lucrative:l’inserimento di complessi turistici, la costruzione di ville e il recupero a scopo abitativo di pregio di vecchi cascinali e, infine, l’affidamento del territorio a nuove passioni sportive e non che prevedono l’uso di mezzi motorizzati, l’invasione del territorio da parte di persone assolutamente prive di cultura agreste, l’intensificazione della gestione di nuove tecnologie invasive e pericolose allo scopo di trarre ogni più largo profitto da madre terra.

Le nuove leggi volute dai partiti incapaci di lungimiranza ma bene consapevoli degli utili di gestione di voti e potere è stato quello di affogare la passione dei cacciatori nei vincoli territoriali, nelle difficoltà burocratiche, nella limitazioni di tempi, specie di caccia, possesso e uso di armi e munizioni.

La colpa grave,in genere, è da addebitare ai nostri governanti e ai nostri organizzatori venatori ma un ben preciso intento distruttivo della cultura venatoria è da addebitare alla sinistra Radical-chic e ai Verdi che da tutto questo hanno tratto potere e benefici sia politici sia personali.

Cosa fare oggi? Ben poco immagino. I cacciatori prendono la via dell’estero e le organizzazioni,sempre più litigiose, gestiscono le tessere e gli introiti delle assicurazioni. Gli Atc, voluti fortemente dalle consorterie politiche a pro delle regioni centrali, le più ricche finanziariamente e venaticamente, si sono trasformati in agenzie di collocamento e centro di potere. Proprio come un vero posto di scambio di favori venatori.
La conseguenza è che alcuni cacciatori, più furbi o meglio introdotti, hanno numerosi tesserini e altri non possono averne nemmeno uno. Alcuni smettono di andare a caccia perché divisi dalle abituali compagnie e altri si flettono e cambiano modo di andare a caccia: il cinghiale quindi diventa il rifugio per tutti.

Fino a quando? Già si cominciano ad avvertire le crepe di una organizzazione miope e velleitaria. Il quadrupede, senza nemici naturali spadroneggia sul territorio. Essendo anche poco rustico tende ad avvicinarsi alle abitazioni e , spesso troppo spesso, lo si vede in mezzo o vicino alle case; in mezzo o vicino alle autostrade, in mezzo o vicino agli animali d’allevamento;spesso ibridato anche col maiale domestico se questo viene allevato nei pascoli aperti. Con ciò creando pericoli di pandemia e di sospette future malattie di cui la peste suina sarebbe la peggiore ma,non ultima, l’influenza di cui oggi si sente parlare con terrore perché foriera di sospette morti per polmoniti e altri accidenti.

Un bel trofeo di Capriolo conquistato con duri sacrifici, ormai la razza non si estingue più con tutte le attenzioni che le sono state dedicate. Perché non fare altrettanto con la Lepre, con la Starna, con la Coturnice?

Sul territorio poi prolifera anche il Capriolo. Una controllata forma di caccia è stato il veicolo della sua vasta dislocazione in ben determinati territori. Purtroppo l’animale è privato alla caccia più nobile e sportiva condotta col cane da seguito. Fa comodo a chi crede di essere cacciatore di ucciderlo freddamente accoccolato su un’altana d’avvistamento o in un capanno mimetico a lato di una boscaglia. La carabina è diventata il mezzo per uccidere a distanze medie e anche molto lunghe. La scusante è che si abbatte selvaggina in maniera programmata:maschi adulti, se in soprannumero e giovani allorché le nascite siano state abbondanti. Ma chi controlla questa gestione? Nessuno. Come al solito gode il frutto di questa nuova forma di caccia il più furbo e il più disonesto. Mala tempora currunt!

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1 Comment

  1. casale giuseppe

    Questa è la pura realtà!!!!!!! finalmente leggo un articolo di una persona che ha individuato i veri problemi odierni della caccia. COMPLIMENTI!!!!!!

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