Lares e Primo

Qualunque possa essere la simpatia personale per le varie razze del cane da ferma, bisogna convenire che osservare sul terreno di caccia un cane ben costrutto, di forme armoniche, sciolto ed elastico nel movimento, correre veloce con slancio possente e con bel galoppo radente, in ampie giravolte, alla ricerca delle correnti d’aria che portino al suo naso l’odore dei selvatici, è spettacolo dilettevole pel cacciatore di classe elevata, amatore del bello, capace di gustare ogni spunto d’arte nello svolgimento della caccia col cane da ferma.

Lo sfoggio dell’esuberanza di mezzi, di ardore e di passione, il portamento distinto della testa alta, col naso al vento, le ferme fulminee di scatto, le gattonate strisciate con la pancia sul terreno, l’azione sollecita risolutiva dell’incontro sulle pasture molto diffuse, tutto ciò è causa di gradita sensazione che esercita una suggestione sul cacciatore, il quale rimane avvinto nell’ammirazione del cane a grande cerca.

I sostenitori del cane veloce a cerca estesa dicono che, coprendo un maggior spazio di terreno in una data unità di tempo, ha maggior probabilità d’incontro; dicono ancora che il cane più veloce è per natura dotato di miglior finezza di olfatto. Si dice pure, e lo scriveva Laverack, del cane che si allontana molto dal cacciatore: «Se il cane va lontano in cerca è perché non incontra selvaggina vicino; ma dove la selvaggina abbonda, l’incontro lo ferma vicino». Queste ragioni in favore del cane a grande cerca sono legate al presupposto che il cane veloce non sorpassi mai dei selvatici senza segnalarli al cacciatore prendendoli in ferma. Invece noi sappiamo che la velocità genera delle difficoltà al buon impiego dell’olfatto; non permette di controllare gli angoli morti e poiché rende anche difficile di raccogliere le emanazioni attenuate sulle passate ben coperte dalle erbe fitte, né avviene che molti selvatici accovacciati vengono sorpassati inavvertiti, come altri selvatici, scaltri nelle difese a gambe, vengono smarriti.

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Tutti i cacciatori che hanno fatto molto uso di cani veloci a grande cerca, avranno alzato coi piedi sul loro cammino molti selvatici sorpassati e inavvertiti dal cane in cerca; e non soltanto nelle ore calde dell’agosto e settembre, nei prati rigogliosi, nei freschi trifogli molto alti e nelle erbe mediche o nelle fitte erbacce. E quanti selvatici spuntati d’ala avranno dovuto perdere! Bisogna riconoscere che qualche selvatico leggero si lascia più facilmente avvicinare e prendere in ferma dal cane veloce che avanza isolato lontano dal cacciatore; in tal modo il selvatico accovacciato non può più sorvegliare le mosse del cacciatore e questi riesce ad avvicinarlo a tiro di fucile. Questo è esatto per il terreno scoperto; ma sul suolo italiano se ne fanno ben poche di cacce in terreno scoperto; nel coperto, ove si caccia quasi sempre, è assai difficile tenere sotto mano il cane a grande cerca. Quante volte vediamo il cane entrare; ad esempio, nel coperto sulla nostra sinistra; dopo un bel po’ di tempo non vedendolo ricomparire, lo richiamiamo col fischio; cane non viene: sarà in ferma. Andiamo allora a cercarlo dalla parte ove l’abbiamo visto sparire poco prima nel coperto, ma non lo vediamo. Si fischia ancora, si chiama con la voce; finalmente vediamo frullare un selvatico dalla parte opposta a quella dove noi abbiamo cercato; poi riappare il cane. Questo è il caso tipico che si ripete tante volte col cane giovane a cerca estesa. Il cane ha cercato, ha incontrato, ha fermato benissimo ed ha tenuto a lungo; ma… il fucile l’aveva il cacciatore! Sempre, ben s’intende non tenendo conto delle rare eccezioni, il cane a cerca veloce ed estesa è dominato dalla gran passione di correre in cerca e di scovare, tutto per suo esclusivo piacere, più che dal desiderio di trovare per il cacciatore. La sua smoderata passione lo trascina alla cerca lontano dal cacciatore e lo rende poco sensibile alle chiamate ed ai comandi. Soltanto in età più matura, dopo alcune stagioni di esercizio di caccia, qualora sia stato ben condotto da un esperto cacciatore, costante nel correggere, nell’impedire, nell’incoraggiare, soltanto allora il cane veloce di grande cerca incomincerà a sentire il dovere di collaborare col cacciatore; un dovere che sarà però sempre in contrasto con la sua grande passione.

Queste condizioni, di fatto, spiegano la necessità di ricorrere ad un addestramento preventivo severo; meglio, fra tutti i sistemi, l’addestramento al «terra», oltreché ad un esercizio di caccia intenso per rendere maneggevoli sul terreno i soggetti esuberanti di velocità, onde potersene servire fin dalla prima loro stagione di caccia e per ridurli in un tempo non troppo prolungato ad un sufficiente grado di collegamento abituale, continuo e ad una volontaria collaborazione. Però anche quando il cane veloce a grande cerca è stato ridotto, con l’addestramento e con l’esercizio, al collegamento ed alla collaborazione del cacciatore, questi deve ancora esercitare una continua, faticosa vigilanza sul comportamento del cane. Dopo tutto ciò dovrà ancora subire molte contrarietà indisponenti. Ecco un caso frequente. Un selvatico marcato preciso sulla rimessa, oppure caduto sul colpo spuntato d’ala, sopra un terreno guarnito di vegetazione erbacea molto fitta, oppure nel roveto o nel basso cespugliato, rimane introvabile al primo tentativo di ricerca sommaria. Il cacciatore vorrebbe vedere il cane svolgere una ricerca minuziosa sul posto, con prudenza e con insistenza ostinata; chiama il cane che va cercando inutilmente lontano a controllare il punto preciso marcato e le immediate adiacenze; il cane ubbidisce alla chiamata e viene sul posto, ma al comando di cercare ripete una sommaria ispezione, poi riparte veloce allargando le giravolte che lo portano lontano cinquanta-cento metri. Il cacciatore richiama ancora il cane sul posto, lo fa sostare, poscia ripete il tentativo; ma il cane riparte sempre veloce e va lontano da quel posto ove il cacciatore vorrebbe trattenerlo in ricerca dettagliata e minuziosa. Il suo comportamento, forgiato per il lavoro grandioso, gli vieta di svolgere il lavoro paziente ed ostinato su pochi metri quadrati di terreno, come in quel caso richiederebbe la necessità. Si ripete dieci volte il tentativo finché il cacciatore è costretto a rassegnarsi all’insuccesso. Non è da meravigliarsi che il cane a grande cerca rifugga ostinatamente dall’azione di dettaglio, contraria alla sua natura; esso è stato costrutto, selezionato, perfezionato nel lavoro più adatto all’esplorazione delle vastissime estensioni, mentre i suoi padroni chiamavano al lavoro di ricerca minuziosa cani di altre razze.

Nota di Vito Orsatti

Leggere e rileggere le pagine scritte da Delfino è sempre un piacere. Lo era quando da adolescente cercavo di assorbire, non sempre cogliendo tutte le sfumature del pensiero del grande cinofilo, gli insegnamenti derivati dalla sua esperienza di grande cacciatore. Lo è adesso che, in età adulta, ritrovo nei suoi scritti la riedizione di esperienze vissute sul campo, in compagnia degli adorati compagni di avventura e di vita, da taluni definiti in maniera riduttiva ” ausiliari”. Amo cacciare in compagnia dei miei setter, in ogni luogo, sui monti nostrani delle Alpi e degli Appennini e nel piano lungo le rive boscose del grane fiume Po e nelle foreste delle fiabe dei paesi dell’est e del nord dell’Europa. Nelle vaste praterie del Sud America e nelle sconfinate foreste del Canada. Ovunque con gli stessi cani ” rigorosamente a grande cerca” ma ragionata. Si tende purtroppo oggi a confondere il cane a grande cerca con quei soggetti che come automi affrontano la cerca nei diversi luoghi usando sempre la stessa marcia veloce. Li senti entrare nel bosco come bulldozer che sfrascano ( rompendo rami e ogni altra cosa trovino sul loro cammino) con un fragore da renderli percepibili a centinaia di metri anche senza campano.

Io adoro i cani a grande cerca che si muovono nel bosco come fantasmi, sicuri nella cerca ed esploratori dei più reconditi anfratti nei quali sanno trovare il selvatico che insieme stiamo cercando. Amo cacciare da solo perché nel silenzio più assoluto li sento muoversi e ansimare. A differenza di Delfino ho oggi il beneficio di uno strumento che la tecnologia moderna ci ha donato, il “beeper”, che uso esclusivamente per segnalare la ferma. Lo so, non la pensiamo tutti nello stesso modo, ma personalmente non so immaginare la caccia con cani a grande cerca senza l’ausilio di questo prezioso strumento. Aggiungo però che non so immaginare la caccia nei posti prima citati senza un cane a grande cerca. La selvaggina vera è sempre difficile da trovare, in particolare in Italia, se non si é accompagnati da cani dotati di grande iniziativa capaci di esplorare in lungo e in largo i terreni più impervi vi sono poche possibilità di incontrare il selvatico vero sopravvissuto alle molteplici avversità e ai numerosi predatori.

Quanto alla possibilità di trascuro della selvaggina, ritengo che possa accadere con i cani giovani particolarmente esuberanti e inesperti, dopo una buona serie di incontri con i selvatici veri, il cane ben dotato ( perché di questi stiamo parlando e non dei brocchi) impara a cogliere le impercettibili emanazioni e ad adattare la sua andatura alla particolare situazione contestuale. Quante soddisfazioni ho avuto in varie occasioni nella ricerca dell’animale ferito d’ala che si sottrae furbescamente infilandosi sotto le spesse coltri di rovi che crescono nei posti più svariati, le rive del Po, i fianchi degli argini maestri ricoperti da spessi strati di luppolo selvatico, i calanchi dell’Appennino resi impenetrabili dai madri yeti e dai cespugli di rosa selvatica, senza parlare delle estese superfici di erica o di mirtilli dei boschi del nord o dei medicai e le vaste stoppie dell’est, dove ritrovare una quaglia disalata può apparire come un’impresa impossibile. Tutto questo con i miei amatissimi setter che ritengo essere solo dei buoni cani che praticano la grande cerca come vien fatto da una gran quantità di ottimi cani che l’allevamento italiano sa produrre.

Negli ultimi anni il mio canile si é arricchito della presenza di una pointer che non è da meno rispetto alle prestazione dei coinquilini setter. Quest’anno si è aggiunta una seconda pointer nei confronti della quale nutro grandi aspettative. Come concludere se non con un grande elogio al maestro Delfino e a quanti hanno saputo lavorare nella selezione del cane a grande cerca dotato di gran fisico ma soprattutto ” di grande cervello” componente essenziale per qualsiasi buon cane da caccia.