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Numerosi autori hanno individuato fra le cause principali di sofferenza della coturnice alpina di questi ultimi 50 anni, il progressivo abbandono delle attività agricole in montagna, con frammentazione e perdita di habitat e l’influenza dei fattori meteorologici sfavorevoli, in particolare in inverno e in primavera. Importanti fluttuazioni nella dinamica delle sue popolazioni potrebbero essere attribuite proprio a questi incidenti meteorologici”. È noto come la coturnice mal si adatti a lunghi inverni con presenza di spesse coltri nevose che permangono al suolo per molti mesi consecutivi; è noto altresì che le piogge intense e persistenti nel mese di luglio siano deleterie per la sopravvivenza dei nidiacei.

La caccia si aggiunge come fattore di mortalità alle altre cause naturali quali la predazione e le intemperie, ma laddove gestita correttamente non rappresenta un fattore limitante per la specie. La coturnice è cacciabile in molte province italiane con piani di prelievo numerici non selettivi, che sono per la maggior parte dei casi formulati sull’esito dei censimenti primaverili al canto realizzati con il richiamo acustico e post-riproduttivi con l’ausilio di cani da ferma. La sua corretta gestione passa attraverso alcuni momenti chiave che possono essere brevemente sintetizzati: 16736644_10208336183908483_110007162_n (2)

• Conoscenza della superficie potenziale (carta di vocazionalità territoriale).
• Censimento primaverile al canto con richiamo acustico (densità di riproduttori = moschi/100 ho).
• Verifico del successo riproduttivo con cani da ferma (indice riproduttivo – tot giovani/tot adulti).
• Valutazione degli indici cinegetici presso i centri di controllo (sex ratio, age ratio, rilievi biometrici e raccolta di campioni biologici).

Vi sono inoltre delle azioni di miglioramento ambientale che possono essere adottate per favorire la specie. Si può incoraggiare il pascolo in montagna specialmente di ovini e caprini, per evitare la chiusura eccessiva della vegetazione arbustiva e per evitare l’infeltrimento della cotica erbosa. Le attività agropastorali infatti determinano la struttura dell’habitat e influenzano la disponibilità di risorse alimentari. In caso di cessato pascolo, gli alpeggi lasciano spazio agli arbusti, con la conseguente perdita di habitat idoneo. È oltremodo importante mantenere aperte e verdi le zone di svernamento, fondamentali per questa specie di origine mediterranea. Ricordiamo che essa è meno adattata del fagiano di monte e della pernice bianca alla neve e ai rigori dell’inverno. Ancora, si possono favorire le colture cerealicole in montagna, che diventano preziose fonti di cibo.

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Specie di interesse patrimoniale, inserita nell’allegato 1 della Direttiva Uccelli, la coturnice alpina Alectoris graeca saxatilis appartiene al genere Alectoris, nel quale sono comprese le pernici dal becco, dalle zampe e dal contorno occhi di colore rosso. In Italia sono presenti la pernice sarda Alectoris barbara, la pernice rossa Alectoris rufa, la coturnice sottospecie appenninica Alectoris graeca orlandoi e quella siciliana Alectoris graeca whitakeri Per scopi cinegetici inoltre è allevata anche la coturnice orientale Alectoris chukar.

RISCHI GENETICI Sono noti da tempo casi di fecondità interspecifica fra i rappresentanti del genere Alectoris. La chukar può accoppiarsi con la coturnice causando problemi genetici e sanitari (Barilani et al., 2007). Ma il più eclatante degli esempi è quello della Perdrix rochassière, che Bouteille aveva descritto nel 1844 come specie a sé stante Perdix labatiei. 16754754_10208336188948609_1046199856_n (3)

Questo ibrido naturale tra coturnice e pernice rossa presenta una buona fitness e si mantiene con popolazioni vitali ed in salute su una fascia di territorio a sud delle alpi francesi, dove c’è parziale sovrapposizione dei due areali (Randi and Bernard-Laurent., 1999. Ceugnet et al., 1999). È doveroso ricordare che individui ibridi di coturnice con pernice rossa erano occasionalmente prelevati a caccia in Liguria nei decenni passati, in quei territori dove si verificava la parziale sovrapposizione dei due areali. Questi soggetti erano chiamati “muneghette” dai cacciatori locali e avevano un fenotipo intermedio tra le due specie. Ma facciamo attenzione, quelli sopra elencati sono ibridi naturali, che andrebbero conservati e tutelati in quanto esempi di diversità genetica all’interno dei genere Alectoris.

Altra questione invece è l’ibridazione tra coturnice e altre specie del genere Alectoris conseguente ad immissione di soggetti d’allevamento. I rischi sono molteplici e di varia natura. Questi ibridi, contrariamente a quelli sopra, sono inadatti alla sopravvivenza in natura e diminuiscono il valore adattativo medio delle popolazioni naturali (Spanò 2010). Nelle Alpi francesi il fenomeno dell’ibridazione tra pernice rossa, la chukar e la coturnice è conosciuto e studiato dagli anni ’90, ma da allora il problema è in gran parte risolto con il divieto di immettere individui del genere Alectoris. Inoltre è stata avviata una campagna dì sensibilizzazione nel mondo venatorio, sui rischi associati a queste pratiche. Su questo argomento ci vogliamo soffermare per presentare qualche episodio interessante che è stato oggetto di una comunicazione alla “Prima conferenza sulle popolazioni mediterranee del genere Alectoris tenutosi ad Alessandria il 14-15 novembre 2011. Durante alcuni conteggi primaverili di coturnice, realizzati in ambiente alpino con l’ausilio del richiamo acustico, in tre valli piemontesi piuttosto distanti di loro, sono stati contati soggetti riconducibili da un punto di vista fenotipico ad Alectoris rufa. Inoltre, nella stagione 2010- 2011, un individuo di Alectoris chukar è stato osservato nella provincia di Biella (Valle Sessera). le domande che sono sorte spontanee sono state le seguenti: ma come sono giunti fino a quella quota (1800-2100 m) individui di pernice rossa? Esiste in quelle zone sovrapposizione di areale tra coturnice alpina e la pernice rossa? Sui piani faunistici delle province interessate ci sono testimonianze di rilasci ufficiali di rosse in ambiente alpino ultimi 10 anni? È possibile che qualche pernice rossa sia giunta fino in montagna, arrivando per dispersione dalle aziende faunistiche venatorie della pianura, distanti molti chilometri? Tutte le domande sopracitate hanno avuto risposte negativa.

Con buona probabilità nella maggior parte dei casi poteva trattarsi di individui rilasciati dai cacciatori per scopi cinegetici. Sopravvissuti all’inverno, gli individui si sono uniti a qualche soggetto di coturnice. A dimostrazione di questo, abbiamo un immagine della guardia del comprensorio alpino di Biella sig. Alessandro Castello, che testimonia quanto sopra citato.

16736168_10208336199308868_104030495_n (3)Nell’immagine scattata in ambiente alpino vocato per la coturnice, a 1800 metri di quota, è ben riconoscibile un maschio di pernice rossa che si e unito a una femmina di coturnice. Altre immagini gentilmente concesse dal tecnico faunistico Bepi Audino ci mostrano individui dal fenotipo intermedio tendenti alla pernice rossa, fotografati sempre in quota in ambiente di coturnice. Attraverso un’indagine conoscitiva realizzata tra i cacciatori siamo venuti a conoscenza che è pratica piuttosto diffusa in diversi comprensori alpini italiani, immettere soggetti provenienti da allevamenti (fagiani, 16736168_10208336199308868_104030495_n (4)pernici rosse, quaglie, starne e chukar) in praterie d’alta quota. Questi rilasci per lo più illegali vengono realizzati per soddisfare le esigenze di cacciatori-cinofili che vogliono addestrare i loro cani da ferma, o praticare competizioni cinofile amatoriali. Senza prendere in considerazioni gli aspetti legislativi che regolano queste azioni, cerchiamo in questo articolo di soffermarci sugli aspetti biologici. Le popolazioni naturali di galliformi possono andare incontro a rischi di ordine sanitario oltre che biologico. Questi rilasci realizzati in ambiente alpino sono da considerarsi quindi deleteri per le popolazioni autoctone e vediamo il perché.

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RISCHI SANITARI le immissione di fauna selvatica rappresenta un serio rischio sanitario per la conservazione delle popolazioni di galliformi alpini. La trasmissione di patogeni dai soggetti di allevamento a quelli selvatici è infatti considerato come il punto di maggiore criticità e su cui si dovrebbe porre il massimo controllo in una operazione di ripopolamento (Vìggers et al., 1993). Come dimostrato da alcuni autori la presenza di patogeni che possono affettare la dinamica di popolazione, è molto marcata nei soggetti allevati in confronto alle popolazioni a vita libera (Millan et al., 2004). Questa situazione può affettare in maniera grave la fitness dei soggetti selvatici in quanto meno abituati al contatto con questi patogeni e dunque non competenti da un punto di vista immunitario. Il seguente esempio può ben chiarire la questione: in Inghilterra il rilascio annuale di soggetti allevati di fagiano comune si ritiene in grado di mantenere, quando non addirittura incrementare, le cariche parassitarie di Heterakis galtinarum delle popolazioni selvatiche di fagiano (Drycott & Sage, 2005). Tale parassita a sua volta è considerato il responsabile del declino delle popolazioni di starna (Tompkins et al., 2001). Il rilascio di una specie di galliforme può dunque causare il declino in questo caso di un’altra specie affine come la starna. Sebbene il rischio di immissione di patogeni in una zoocenosi sia limitato dalla scarsa sopravvivenza che normalmente presentano in natura i galliformi di allevamento (Gortazar et al., 2000) questo non basta a scongiurare problemi per le popolazioni selvatiche. Sebbene l’ospite possa infatti sopravvivere per breve tempo, può essere sufficiente al parassita per infestare l’ambiente e quindi trasmettersi poi alla popolazione a vita libera. A conferma di ciò ricordiamo uno studio condotto in Spagna su popolazioni di pernice rossa dove si è osservato che in territori soggetti a massivi interventi di ripopolamento con soggetti di allevamento, il numero di parassiti e l’intensità della loro infestazione nella popolazione a vita libera era decisamente più elevato rispetto alle zone dove tale pratica non avveniva (Villanua et al., 2008). In pratica la continua immissione di soggetti di allevamento faceva sì in questo caso che le popolazioni di pernici rosse “autoctone” fossero sottoposte ad un attacco da parte dei parassiti decisamente più importanti rispetto a popolazioni dove non vi era immissione di soggetti allevati. Conferma di una situazione simile si è avuta anche in Italia, in un analogo studio condotto in Provincia di Alessandria da Università di Torino, Associazione Ambiente Territorio e Formazione ed Università di Alessandria. Anche in questo caso si è notato come le popolazioni alessandrine di pernice rossa, non sottoposte a operazioni di ripopolamento da molti anni, siano meno infestate da parassiti rispetto a territori di controllo, dove i ripopolamenti continuano ad esistere come pratica gestionale. In chiusura di queste considerazioni dobbiamo però rispondere al quesito più importante: in quale modo un patogeno può causare problemi di conservazione per una popolazione di galliformi? Un chiaro esempio del loro effetto, studiato proprio sulla Coturnice alpina, ci viene fornito da uno studio condotto presso il Centro di Ecologia Alpina di Trento (Rizzoli et al., 2003). Presso questo centro di ricerca si è studiato l’effetto di un patogeno, infestando sperimentalmente un campione di 10 femmine di coturnice con un nematode che può essere facilmente trasmesso mediante il ripopolamento: Ascaridia compar, parassita che vive nell’intestino degli uccelli. I risultati dell’intestazione sperimentale hanno mostrato come nelle femmine infestate si noti una riduzione della capacità riproduttiva causata da una riduzione della capacità di schiusa delle uova. I patogeni in generale ed i parassiti in particolare esercitano infatti un effetto spogliatrice sugli ospiti; tutto ciò si risolve in una forte pressione sulle popolazioni naturali, con riduzione della fitness degli ospiti che devono “sprecare” una parte dell’energia ricavata dall’alimento, immagazzinata come scorte di tessuto adiposo, per difendersi dal parassita. Come dimostrato in altre specie dì galliformi (Red-grouse), causa una destabilizzazione del rapporto ospite — parassita con dinamiche di tipo ciclico nella popolazione ospite (Hudson & Dob-son, 1995). Se ad una situazione di questo tipo, con sofferenza dell’ospite, si aggiungono le ulteriori pressioni dì altri fattori limitanti come quelli antropici (attività venatoria, cambiamenti di uso del suolo) ed ambientali (effetti climatici) si può ben comprendere come le operazioni di ripopolamento possano destabilizzare gravemente la dinamica di popolazione della Coturnice alpina e debbano dunque essere vietate.

16730908_10208336196068787_1928731474_n (2)La coturnice alpina è uno degli uccelli più apprezzati e ricercati dai cacciatori col cane da ferma, in quanto riesce a regalare all’appassionato cultore di questo, tipo di caccia emozioni incomparabili. La sua origine mediterranea, il suo piumaggio sgargiante, il suo canto metallico, il suo volo impetuoso e rapidissimo, il suo comportamento sagace nelle pietraie e sui pendii scoscesi d’alta quota a cospetto col cane, la rendono un selvatico di straordinaria bellezza. Tutte le suddette caratteristiche, unitamente alla grandiosità dei paesaggi e dei panorami mozzafiato, contribuiscono a fare della sua caccia una delle più entusiasmanti espressioni di arte venatoria praticate in ambiente alpino col cane da ferma. Affinché il prelievo della coturnice possa considerarsi sostenibile negli anni futuri, è richiesto agli attori coinvolti nella sua gestione e quindi anche ai cacciatori che collaborano ai censimenti, un’attenzione particolare. Consapevoli dei danni che i rilasci in quota di soggetti d’allevamento possono arrecare alte popolazioni naturali così come della elevata vulnerabilità di questa specie riguardo agli eventi climatici e alle modificazioni del paesaggio, i cacciatori, devono rendersi interpreti di un attento monitoraggio e contribuire alla raccolta di dati quantitativi che siano in grado di dimostrare nei decenni futuri che la caccia alla coturnice alpina potrà essere ancora sostenibile. La coturnice ha bisogno di noi. Aiutiamola!