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foto di Angelo Lasagna

L’interesse venatorio andrebbe incentivato al fine di ottenere monitoraggi sistematici o, quanto meno, periodici Il trend positivo marcato nella stagione scorsa dalla coturnice (Alectoris graeca saxatilis) trova attualmente conferma dalle informazioni che provengono dai responsabili settoriali dell’Uncza. Su gran parte dell’arco alpino i piani di prelievo sono stati pressoché completati, anche perché quasi ovunque i tassi di abbattimento, rispetto alle consistenze stimate, sono stati ristretti e, comunque, contenuti in virtù di un’estrema prudenza sia da parte di chi propone, sia di chi deve decidere sul “quantum”: tutti sono ovviamente condizionati dai risultati dei censimenti che, vedi il caso della Valle d’Aosta, sono risultati in leggero calo rispetto ai dati dell’anno passato.

Ciò ha innescato una certa polemica tra le istituzioni e i cacciatori locali che, essendo a contatto della realtà territoriale per la maggior parte dell’anno, trovano e riscontrano dati di presenza e consistenza, della coturnice come degli altri selvatici, assai superiori e comunque difformi da quelli risultanti da singoli interventi, quali i censimenti, ovviamente aleatori e, a volte, soggetti a condizioni meteorologiche avverse nel momento della loro effettuazione. Va sottolineato il buon comportamento dei cacciatori, che, oltre ad accettare di buon grado limiti e imposizioni, continuano a interessarsi anche di questo selvatico, con passione e dedizione. Per questa specie necessita un supplemento di passione e specializzazione, sia per gli ambienti tipici frequentati da questi selvatici, sia per la limitatezza dei possibili carnieri, sia per la difficoltà di mantenere allenato ed efficiente il proprio ausiliare. La frammentazione degli areali determina discontinuità della specie sul territorio, dannosa e pericolosa per la sua sopravvivenza. Proprio per questo, l’interesse venatorio andrebbe incentivato al fine di ottenere monitoraggi sistematici o, quanto meno, periodici. Con il contentino finale di qualche abbattimento, ove possibile, anche in zone di (assurdi) divieti e con l’invito anche alle aree cosiddette “protette” di fornire dati e notizie aggiornati e tempestivi. La decisione intrapresa dall’Uncza di portare all’attenzione di tecnici e appassionati, recentemente, la lepre variabile, è un primo segnale di risveglio verso le specie più “piccole” ma più interessanti della montagna, contro la “sonnolenza” nei loro riguardi, imposta dagli impegni che la gestione degli ungulati comporta. Non a caso il “Giornale del Caccia­tore”, periodico dell’Acaa di Bolza­no, denuncia “lo scar­so interesse venatorio che questa specie ha presso i cacciatori locali”” e la mancanza di informazioni da parte del Parco nazionale dello Stelvio. Anche perché la coturnice risente delle trasformazioni ambientali subite dal territorio altoatesino “a bassa quota”, passato da colture tradizionali a frutticoltura o viticoltura, con conseguente uso di erbicidi e insetticidi. Nel Cuneese, per contro, c’è maggior attenzione per questo selvatico; i piani di prelievo, fissati al 10% del censito, vengono puntualmente e sollecitamente completati, come per la rimanente avifauna alpina. Il che dimostra passione, competenza e dedizione da parte dei cacciatori. L’Uncza, riavviando i lavori delle Commissioni tecniche, si è posta l’obiettivo di un monitoraggio sistematico della fauna tipica dell’arco alpino. Dai dati forniti dai vari responsabili regionali, la situazione si sta delineando nella sua realtà. E, per quanto riguarda l’avifauna alpina, non è così nera come qualcuno fa apparire. Nell’attesa che Uncza pubblichi i dati delle consistenze, nidificazioni e prelievi delle varie regioni alpine, l’impegno dei dirigenti deve essere rivolto a che la coturnice, la pernice bianca e la lepre variabile non facciano la fine del gallo cedrone e del francolino di monte: tolto l’interesse venatorio, tutto andrà a finire nel dimenticatoio!

Goffredo Grassani