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L’origine del cane da ferma

L’origine del cane da caccia risale al tempi preistorici; questo hanno accertato gli studiosi dell’antichità, specialmente con l’osservazione dei fossili (uomini, cani, selvaggina) rinvenuti nelle caverne abitate dall’uomo primitivo. E’ da supporre che le qualità del cane utilizzato In caccia dall’uomo primitivo si limitassero all’olfatto, velocità e forza; doveva trattarsi di cani da seguito e da presa.

Del cane da ferma ben specificato non si hanno indizi storici che verso la fine del medioevo; sono accenni della letteratura, della pittura e della scultura.

Sull’origine della ferma si fanno due principali supposizioni che poco differiscono in sostanza l’una dall’altra. Una supposizione ammette che l’uomo abbia sfruttato quell’istinto del cane che a somiglianza del felino, lo induce a sostare brevemente quando ha scoperto vicinissima la preda, per assestarsi e scegliere l’istante più opportuno onde spiccare il salto e ghermire. L’uomo avrebbe ottenuto di prolungare quell’istante. Un’altra supposizione, che lo ritengo più accettabile, ammette invece che l’uomo abbia tratto profitto semplicemente dalle manifestazioni esteriori proprie del cane quando segue le piste della selvaggina, manifestazioni che si estrinsecano col dimenare della coda, con l’atteggiamento strisciante e con una alterazione plastica appassionata di tutto il corpo che rivela una forte sensazione.

Tali manifestazioni si fanno tanto più intense quanto più vicina si fa la preda, finché In un certo momento è possibile definire con certezza che il selvatico è vicinissimo. L’uomo avrebbe costretto il cane a sostare in quell’ultima fase.

Quale delle due supposizioni sia esatta è difficile stabilirlo, d’altra pane a noi interessa poco saperlo: certo è che l’uomo è riuscito a fermare il cane nell’istante in cui segnalava vicinissimo il selvatico ed a farlo rimanere a suo piacimento tanto da poter con agio determinare la precisa posizione del selvatico ed apprestare le armi o le reti per catturando. Sull’origine della ferma del cane tutto quanto è stato scritto si appoggia sulla supposizione: nulla di accertato. Vi è chi sostiene che sia stata ottenuta con un procedimento; altri invece ritengono più probabile un procedimento diverso. Il primo mezzo usato per costringere il cane alla sosta deve essere stato il guinzaglio; ma ben presto deve essere sorta l’idea del terra, una manovra che senza intimorire il selvatico immobilizzava il cane lasciando libere le mani e libera la manovra al cacciatore. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che molti cani delle più antiche razze segnavano la ferma al «terra»; ancora oggi si riscontra la traccia dell’abitudine in qualche soggetto. Dalla posizione del «terra» il cane non era distolto dall’attenzione al selvatico e rimaneva frenato a volontà dell’uomo il quale a sua volta rimaneva libero nei suoi movimenti per servirsi delle armi o delle reti. La lunga consuetudine di sentirsi trattenere con uno strappo del guinzaglio o di sentirsi costretto al terra ogni qualvolta sentiva la vicinanza del selvatico, deve aver indotto il cane a fermarsi spontaneamente nell’istante in cui presentiva che vi sarebbe stato costretto. Il nostro cane da ferma sarebbe dunque stato in origine, dapprima cane da seguito e da presa, ridotto cane da cerca, costretto poi ed abituato alla ferma per la comodità del cacciatore.

La legge di adattamento e la selezione prolungata deve avere poi fissato quell’abitudine nei discendenti di quei cani abituati a fermare per lunga serie successiva di generazioni. La conformazione del cane usato in quelle caccie andò gradatamente foggiandosi in maniera da soddisfare sempre meglio le esigenze del lavoro mentre venivano trasmesse di generazione in generazione le virtù venatorie acquisite (il lavoro fa il tipo). L’evoluzione delle forme condusse a dei caratteri notevolmente diversi nelle varie regioni ed a seconda delle speciali cacce esercitate sui terreni differenti. Si stabilirono cosi man mano i caratteri delle diverse razze del cane da ferma.

Gli amatori perfezionarono e fissarono le caratteristiche delle attuali razze seguendo i dettami della scienza zootecnica. Poiché noi ci proponiamo di trattare semplicemente del lavoro del cane da ferma, non ci occuperemo del caratteri e delle speciali attitudini delle varie razze. Passeremo invece in dettagliato esame l’azione del cane da ferma in genere.

L’azione del cane da ferma Un’analisi
La selvaggina che si caccia col cane da ferma si difende dai suoi nemici con speciali risorse che natura le consiglia e le fornisce, risorse che il cacciatore deve conoscere per comprendere nei suoi minuti particolari l’azione del cane da ferma. Di solito il selvatico si ripara fra le ineguaglianze del terreno e sotto la vegetazione; striscia rapidamente filando al coperto con dolce movimento scorrevolissimo, senza produrre rumore percettibile né imprimere ondulazioni alle pianticella per non rivelare al nemico in osservazione il suo percorso di manovra né la traccia della sua rotta. Tutte le specie trovano poi un’efficace difesa nell’immobilità assoluta, tanto al coperto come allo scoperto, fidando nel loro colore mimetico; anzi, l’immobilità assoluta rappresenta la sola difesa a cui si appiglia la selvaggina sorpresa improvvisamente allo scoperto dalla presenza del nemico. Mentre invece quando il selvatico allo scoperto avverte da lontano l’avvicinarsi del nemico, preferisce raggiungere a gambe una rimessa coperta che ritiene più sicura. Se avverte che il nemico la segue nel suo percorso, continua ad allontanarsi a gambe mantenendosi al coperto nel tentativo di far perdere le proprie tracce. Tenta ancora la difesa dell’immobilità assoluta nella speranza di essere sorpassata quando sente che il nemico non desiste dall’inseguirla; finalmente scatta con tutta la sua forza nella massima rapidità di fuga, quando si accorge di essere osservata da vicino dal nemico o nell’attimo in cui questi cerca di ghermirla. Natura ha provveduto col dare ai selvatici un colore che si confonde con lo sfondo dei terreni sui quali vivono; le forme e le pose del selvatico concorrono ancora a renderlo poco appariscente agli occhi altrui; riesce perciò difficile all’uomo scoprire a colpo d’occhio un selvatico immobile anche allo scoperto. Avviene così che l’uomo passa vicinissimo ad un animale accovacciato, quasi da calpestarlo, senza rilevarne la presenza (mimetismo difensivo). Ma tutta la selvaggina emette un odore caratteristico che si diffonde e rimane percettibile ad un finissimo olfatto nell’aria, sul terreno ed aderente alle erbe. Il cane da ferma avverte la presenza della selvaggina raccogliendo quegli indizi. Il suo compito essenziale é quello di cercare instancabilmente col suo naso la traccia di quegli indizi; non deve fare alcun assegnazione sulla vista né sull’udito, ma deve avere fiducia esclusivamente nella potenza del suo olfatto. Quando il cane ha scoperto Il posto di giacenza del selvatico e lo ha segnalato con le sue svariate manifestazioni esteriori, il cacciatore abbatte la preda facendo uso delle armi da fuoco, mentre in tempi lontani la catturava con le reti o la colpiva con la freccia.