CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

LA “NOTA” STONATA – di Cesare Bonasegale

coturnici_albania-8Il significato della “nota del concorso” è esclusivamente in funzione della cerca e del tipo di selvaggina oggetto della caccia. I frequenti equivoci rispetto allo “stile di razza”.

Intendo la “nota del concorso” a cui recentemente sono state dedicate alcune spiegazioni con il lodevole intento di portare chiarezza. Se però il risultato è di maggior confusione, di lodevole restan solo le intenzioni. Innanzitutto sgombriamo il campo da un frequente equivoco: non c’è nesso alcuno fra “nota del concorso” e “stile”, perché: • la “nota del concorso” riguarda le modalità della cerca in funzione del tipo di selvaggina oggetto della caccia; • lo “stile” invece è l’espressione della tipicità di razza con cui viene svolta la funzione. Il trotto del Bracco italiano ed il galoppo pres-de-terre del Setter devono essere tipici (cioè in stile) su qualsiasi terreno indipendentemente che si caccino le starne o le beccacce o i fagiani.

Altrettanto tipica (cioè in stile) deve essere la presa di punto su tutta la selvaggina. La “nota del concorso” riguarda invece la “cerca” che deve essere in funzione del tipo di terreno in cui abitualmente alberga la selvaggina che si sta cacciando. Quindi deve essere ampia nei terreni spaziosi ed aperti in cui si presume ci siano delle starne e più speculativa nelle zone ristrette ed inframmezzate da siepi e boschetti che rappresentano l’habitat ideale per i fagiani.

Si definisce “classica a starne” la nota del concorso riferita all’esplorazione delle grandi zone pianeggianti che le ospitano. Se invece la cerca si svolge (sempre su starne) ma – per esempio – in calanchi collinosi, la “nota” perde l’aggettivo “classica” per diventare di “caccia a starne”; la differenza non sussiste per le razze Continentali semplicemente perché per loro la cerca rimane “classica” anche in certi terreni più ristretti ed accidentati. La “nota della caccia pratica” sarà quella che è aderente alle esigenze della cerca nei terreni tipici di altra selvaggina (in pratica: fagiani, beccacce, beccaccini e selvaggina di montagna). La velocità (che non è “stile” ma manifestazione funzionale) deve essere coerente con l’ampiezza della cerca: quindi il cane che – dovendo svolgere una cerca ampia – viaggia con eccessiva lentezza, viene meno ai requisiti della nota del concorso.

La “nota del concorso” implica una specializzazione? Nossignori.seabreese-e-seashore-maud-earl

Il cane di qualità deve avere la versatilità grazie alla quale adatta la sua cerca a seconda del tipo di terreno in cui è chiamato a lavorare: quindi è in grado di svolgere oggi una cerca particolarmente ampia su terreni aperti popolati da starne, disegnando i lacet che sono il modo più funzionale per esplorare quei terreni… ed il giorno dopo – su terreni più ristretti e con vegetazione che offre riparo a fagiani – restringe la cerca e bordeggia lungo le siepi, esplorando quegli anfratti che l’esperienza gli ha insegnato essere particolarmente graditi ai pedinanti pollastroni colorati. Attenti però che il cane la cui cerca è sufficientemente estesa per cacciare su terreni da fagiani, potrebbe naufragare in quelli più ampi che ospitano le starne, da cui l’insostituibile importanza delle prove su quest’ultimo tipo di selvaggina. In pratica cioè chi ha nel suo bagaglio prestazionale la capacità di coprire ampi spazi può – se necessario – ridurre l’ampiezza di cerca in funzione delle esigenze del terreno: ma non è necessariamente vero il contrario, perché se un cane non è naturalmente dotato di cerca spaziosa, quando deve cercare un branco di starne nelle grandi pianure rivela i suoi limiti. Ed è questo il motivo per cui il Derby va fatto in zone da starne e non nelle zone da fagiani in cui sono state forzosamente immesse anche delle starne (…ci siamo capiti?!?!).

E la “nota della grande cerca”? In teoria la “grande cerca” dovrebbe essere semplicemente una prova su starne in cui le razze inglesi da ferma mettono in mostra la capacità di estendere il loro raggio d’azione su spazi esasperatamente ampi, per fare la qual cosa diventa funzionale anche aumentare la velocità dell’andatura. In origine le prestazioni per questo tipo di prova (e la relativa “nota del concorso”) erano contenute in limiti compatibili con un effettivo esercizio della caccia in zone particolari. Poi il tutto è stato deformato da esagerazioni che hanno svuotato di significato pratico queste prove, trasformandole in astratte esibizioni. Personalmente non le capisco, quindi non sono in grado di commentarle e tanto meno di spiegarle. Posso solo dire che la “grande cerca” a starne nella pustza ungherese o nelle sconfinate estensioni della Macedonia mi hanno lasciato ricordi indimenticabili in cui certi miei Bracchi italiani aprivano “all’infinito” alla pari di certi inglesi con cui si confrontavano con risultati competitivi (con in più il vantaggio che coi Bracchi italiani cacciavo da mattina a sera, giorno dopo giorno, mentre gli inglesi dopo un ora scoppiavano).

C’è poi la “nota del concorso” relativa alle prove “Classiche a quaglie”, per le quali confesso di non nutrire molta simpatia. Per una migliore comprensione dell’argomento è necessaria una premessa sull’origine storica di queste prove. In Italia la densità della selvaggina è sempre stata scarsa (dico “sempre” in relazione alla cinofilia ufficiale – cioè dalla fine del 1.800), ragion per la quale l’addestramento – soprattutto alla correttezza ed al consenso – veniva effettuato utilizzando quaglie di cattura. E gli addestratori, per dimostrare ai loro clienti di aver ottenuto i risultati desiderati, posavano alcune quaglie nel campo vicino a casa, dove il cane dava prova di saper fermare, di consentire e di non rincorrere. Questa fu l’origine delle prove su quaglie liberate, che sono un tipo di prova solo italiana e che i cinofili di altri Paesi hanno sempre visto con malcelata ironia. Quindi, mentre la “nota della caccia a starne” e la “nota della caccia pratica” si riferiscono a reali condizioni di caccia, la “nota della classica a quaglie” è in funzione di una caccia simulata, o se preferite di una finta caccia. Ed avendo già chiarito che la “nota del concorso” non coinvolge l’imprescindibile stile, la “nota della classica a quaglie” implica una cerca meccanica, imposta unicamente dall’addestramento che fa svolgere lacet molto regolari e ravvicinati per tessere una rete di cerca tanto fitta da avventare le emanazioni provenienti da animali appena posati le cui emanazioni odorose si diffondono in uno spazio molto ristretto. Non a caso nelle prove a quaglie non esiste il trascuro e se di un cane si dice che è “da gabbiarole”non gli si fa un complimento. Ci sono ciò nondimeno ottimi starnisti che, addestrati su gabbiarole, danno buoni risultati anche in queste prove di finta caccia. Personalmente però non sceglierei mai un riproduttore solo in base a quanto ha messo in mostra in una “classica a quaglie”, perché il cane da gabbiarole dimostra solo addestrabilità, che non è necessariamente sinonimo di spiccata intelligenza, bensì di un alta “tempra”. Il cane ideale deve invece avere la fantasia e la versatilità nella cerca necessarie per il reperimento di selvaggina vera, doti queste che la prova a quaglie non fa emergere. Ho visto casi di cani carichi di premi ottenuti in Classiche a quaglie che a caccia erano degli emeriti imbecilli.

Le qualità da cui dipende la “ nota del concorso” sono geneticamente trasmissibili? L’ampiezza di cerca è espressione di un fattore poligenico senza dominanza: è quindi opportuno utilizzare riproduttori con cerca ampia, ma non esiste la matematica certezza che da padre e madre con “cerca ampia” nascano sempre e solo soggetti con cerca altrettanto ampia. La “nota del concorso” è poi frutto della versatilità di cui i singoli soggetti sono dotati e dell’intelligenza con cui fanno tesoro dell’esperienza acquisita. Ma queste son qualità i cui schemi di trasmissione genetica sono estremamente complessi, cioè un intreccio di fattori difficilmente controllabili la cui natura è (per me) difficilmente prevedibile.

Se queste note sono servite a chiarire dubbi sul significato della “ nota del concorso” il mio scopo è stato raggiunto.

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1 Comment

  1. scaramuzza lucio

    Bravo Cesare come sempre sei stato chiaro ed esaustivo e finalmente tutti, penso, hanno capito…

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