Se mi accingo a scrivere queste note inquadrative sulla Pernice bianca, pur non avendo avuto con questa specie una intensa consuetudine cinofilo- venatoria, è perché:

-ritengo di possedere sufficienti e aggiornate nozioni teorico-bibliografiche;

-sono affascinato dalle sue capacità adattative a quel fantastico ambiente che colonizza, al di sopra del limite altitudinale della vegetazione arborea alpina.dove si aprono scenari grandiosi, emotivamente coinvolgenti, entusiasmanti in certe giornate, ma a volte inquietanti quando la nebbia e la tempesta corrono sugli sfasciumi morenici;

-i pochi incontri sul campo, dopo faticose ascese, mi hanno regalato immagini di uccelli “celesti”, “del paradiso”, con quelle ali bianche da sembrar trasparenti contro l’incredibile cobalto del cielo d’ottobre!

La specie Lagopus mutus è distribuita in tutto l’Olartico (fascia circum artica) con una ventina di sottospecie, legate per lo più a regioni con climo boreo-alpino, isolate geograficamente o climaticamente a seguito dell’espansione e/o retrazione dei ghiacci (es.le sottospecie delle isole Spitzbergen, dell’Islanda, della Scozia, delle Alpi e dei Pirenei). Quella alpina è il Lagopus mutus helveticus  (etimologicamente “piede di lepre muto –così si credeva!-, svizzero”).

Di forma compatta (fino a 450 g di peso, tendenzialmente maggiore nel maschio), che ricorda assai le “pernici” propriamente dette, pur appartenendo ad altra famiglia (Tetraonidi), come testimoniato dalle zampe e le narici compiutamente ricoperte da sottili e fitte piume, dalla presenza di una caruncola rossa sopra-oculare nei maschi, nonché – nel caso particolare- dalla variabilità stagionale della livrea; una conferma viene anche dalla possibilità di ibridazione col Fagiano di monte e col Francolino di monte.

L’abito invernale, completato tra ottobre e novembre (a seguito di un supplemento di muta post-riproduttiva col calo delle temperature), è bianco puro, tranne le timoniere (nere, ma nascoste a riposo sotto le copritrici bianche) e – nel solo maschio- la presenza di una linea nera dalla base del becco fino ad attraversare l’occhio. L’abito nuziale compare in primavera (e si mantiene in estate, ma più slavato) in cui solo le ali, parte del ventre e del sottocoda, nonché le zampe restano bianche. I due sessi sono tuttavia ben riconoscibili in quanto il maschio, oltre ad avere le caruncole sopraccigliari rosso vivo, presenta una colorazione grigio-ardesia scuro, con fini barrature nere, mentre la femmina è più uniformemente e fittamente barrata di bruno scuro /nero su una tinta di fondo bruno giallastro.

Diffusa lungo tutta la cerchia alpina, raggiunta a seguito delle glaciazioni, la specie è da considerarsi “relitta” e legata agli ambienti che in altitudine sostituiscono la latitudine, cioè sopra il limite della vegetazione arborea, caratterizzati da ampi spazi con sfasciumi rocciosi, morene e ghiaioni tra cui compaiono arbusti nani e vegetazione erbacea, tra 1900 e 2500 m (area riproduttiva), ma fino ad oltre 3000 m in estate. I livelli medi occupati diminuiscono dalle Alpi occidentali fino a quelle orientali (dove la riproduzione è stata rilevate intorno a 1500 m s.l.m.). <in due successive ricerche la specie è risultata presente in tutte le province italiane con superfici ricadenti in Zona Alpi (tranne Savova, Imperia, Varese, Treviso Gorizia e Trieste), rilevate nel 51,9 e nel 53,6% delle tavolette IGM a dieci anni di distanza, nel 1982/83 e nel 1993, quindi sostanzialmente costanti nel tempo.

Comunque le femmine con nidiata tendono gradualmente a risalire di quota. Le caratteristiche della vegetazione dipendono anche dalla tipologia del suolo, dall’altitudine, dall’esposizione, dalla morfologia dei versanti, ma generalizzando ricadono nelle praterie e brughiere alpine.

Le pernici bianche in estate-autunno occupano zone più fresche ed esposte ai quadranti settentrionali e solo in pieno inverno può esser scelta esposizione a sud, ma anche su creste e cenge ventose dove la neve scompare prima. Alle nostre latitudini la “bianca”è sedentaria e gli spostamenti sono tutt’al più modestamente altitudinali.

Nel rustico nido a terra, spesso a ridosso di un cespuglio o di un masso, la femmina depone 4-10 uova, finemente punteggiate di scuro, che schiudono dopo 21-23 giorni. Ai primi di settembre , in annate favorevole, si riscontrano mediamente 4 giovani/nidiata, mentre in annate negative  il successo si può ridurre a 1,5 giovani/nidiata. Il picco delle schiuse si ha tra metà giugno e metà luglio.

I pulcini da poco schiusi hanno barrette e macchie bruno-scuro/nere su un fondo giallognolo; dopo una quindicina di giorni gran parte del piumino sul corpo e sostituito da piumaggio giovanile di tinta giallo-grigiastra irregolarmente barrata di bruno scuro (il piumino permane ancora su capo e collo per qualche settimana). Le remiganti primarie brunastre vengono sostituite da quelle bianche tranne le due più esterne che saranno mutate solo alla fine dell’estate successiva.

La tendenza gregaria della specie fa sì che in inverno si possano notare rassemblamenti anche notevoli (oltre 100 individui), tendenza conservata anche nella prima estate con gruppi di una ventina di soggetti, composti da maschi celibi cui, in seguito, si aggregano maschi che hanno sciolto la coppia dopo la schiusa e quindi femmine che hanno perduto la covata.

Le parate nuziali, che possono determinare rari scontri, portano alla formazione delle coppie e al oro insediamento su territori difesi (il maschio territoriale emette suoni rochi, simili a quelli più brevi e meno gravi della femmina). Ovviamente esiste inoltre tutta una gamma di vocalizzazioni sia di minaccia che di spavento all’involo, sia di richiamo e di contatto tra la femmina e i suoi pulcini, nonché di avvertimento di un qualche pericolo.

La dieta autunno-invernale è meglio nota in quanto il materiale per lo studio del contenuto ingluviale è più facilmente ottenibile in periodo di caccia ed ha permesso di elencare una ventina di gruppi vegetali tra cui, ai primi posti si trovano foglie, gemme e/o frutti di specie del genere Salix (Salice nano), Vaccinium (mirtilli), Uva ursina, Rododendro (che in definitiva sono ben diffuse in quell’ambiente); dopo le nevicate ovviamente le specie e le parti vegetali si riducono a quelle che più facilmente sporgono dalla neve (es.apici vegetativi e frutti residui). La componente animale in questo periodo è praticamente nulla, mentre nella prima settimana di vita i pulcini si cibano prevalentemente di insetti che, ben presto, passano ad alimento secondario.

La popolazione italiane si aggirava a fine secolo tra le 7000 e le 10000 coppie all’inizio del periodo riproduttivo, con densità assai variabili negli anni e nelle zone da  3-4 coppie/100 ha  a 0,6-0,7/100 ha, che nel complesso sono inferiori a quelle potenziali.

I fattori limitanti più pesanti possono individuarsi nel degrado ambientale (soprattutto espansione del turismo e strutture ad esso collegate), nel pesante prelievo (attualmente più controllato e razionalizzato), nell’aumento dei corvidi di alta montagna (gracchi e corvo imperiale) probabilmente legato alla maggior presenza di rifiuti in quota, nella presenza di grandi greggi ovi-caprini con a seguito cani da pastore poco controllati.

Silvio Spanò

Bibliografia essenziale

Artuso I., 1994– Progetto Alpe. Distribuzione sulle Alpi italiane dei Tetraonidi, della Coturnice e della Lepre bianca. F.i.d.C. (UNCZA) De Franceschi P., 1992– Pernice bianca – Lagopus mutus (Montin,1776). In Brichetti et al. (eds.) Uccelli I, Fauna d’Italia, Ed. Calderini, Bologna, pp.708-721