CACCIATORI DI MONTAGNA DI BECCACCE E DI BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“La suprema palestra” di Giulio Colombo

 
Beccaccino

Beccaccino

Un articolo del grande cinofilo datato 1963 sull’importanza della caccia al beccaccino, offre l’occasione per alcune riflessioni sullo stato delle razze e sul modo di interpretare la cinofilia venatoria. La caccia al beccaccino col cane da ferma fu popolarissima un tempo nella Valle Padana, metro severo per giudicare le doti venatorie dell’ausiliare, suprema palestra per magnificarne le virtuosità. In alcune zone del Piemonte e della Lombardia, coltivate a risaia e marcita, cane che non sapesse “lavorare” la sgneppa con arte, non era nemmeno considerato cane. Io stesso sdegnavo mantenerne che non fosse provetto beccaccinista. Ne ebbi di tutte le razze, Bracco (italiano n.d.r.) Spinone, Pointer, Setter, Bracco tedesco; non tollerai mai altra distinzione: beccaccinista o no.
 
E per beccaccinista non ci si accontentava di quello che ferma il beccaccino, ma si voleva quello che sapesse arrivare alla ferma dopo e in conseguenza di cerca sagace e razionale. Conobbi anche ottimi fermatori di tale selvatico, incapaci però di lavorare nei risi e marcite da esperti. Reagivano con la ferma a emanazione, ma non in grado di far “nascere” il beccaccino (proprio così), quei cani che te ne pescano magari di “riborsa”, proprio là dove l’occhio esperto del cacciatore non lo supporrebbe mai: c’è sempre qualcosa di utile da imparare dal cane rotto al mestiere, qualche miracolo insospettato. Perché è comunque il cane a saperne più del cacciatore, e non intendo l’avventizio, ma il consumato veterano di tale specialità.
 
Ebbi anche cani che trescavano il riso con tale arte da far esclamare: ecco il re degli sgneppatori. E non ne fermavano uno per sbaglio, nemmeno per distrazione, mentre “inchiodavano” tutti quanti i frullini. E ne ebbi che trottavano, che galoppavano, mai che si infangassero il dorso però, perché quelli sono creati per spaventare le sgneppe e per fermare solo gli scolopacidi sordi. E sordo è soltanto il frullino, detto appunto dai francesi “la sourde”. Prima fu il beccaccino, che il carattere pacifico modificò in scontroso per salvare la pelle in seguito alla caccia assidua. Poi il cane da ferma. Ed è questo a doversi adattare a quello e non il beccaccino all’indole spesso assurda del cane. I cinofili fanno sempre questione di razza e a questa vorrebbero subordinare il selvatico. I cacciatori invece considerano razionalmente l’indole e l’habitat del selvatico ed a questo adeguano il cane, logicamente.
 
Prima fu il Caos, poi il Creato, (mentre in cinofilia spesso avviene l’inverso e il caos segue a quanto creato dai nostri vecchi, astuti, cogniti cacciatori, che guardavano all’arrosto e non al fumo). Il cane da beccaccini è prudente e quando “gneccano” sottraendosi sospettosi alla vista non già del cane ma del cacciatore, non c’è barba di Setter o Pointer che imponga l’andatura brillante per concorrere a sloggiarli: quella si collauda su starne, nei coltivi e in brughiera, non nel mollume viscido.
 
Ebbi cani che si prodigavano nelle pastoie del fango, altri invece che “battevano” gli argini: sistemi entrambi ottimi se fecondi di rendimento; molto dipende dal “naso” e qualche volta da pigrizia congenita più che dal metodo. Quel Tell d’Olona (Bracco italiano n.d.r.), che non scendeva dall’argine se non per aver incespicato e Pino Buttafava (leggendario tiratore n.d.r.) diceva: Tell, se gli metti la canna del Browing in corrispondenza della canna nasale, ammazzi il beccaccino in terra, a cinquanta metri. Pelandrone di grande olfatto. Ma sulla foto di Po XI (lui pure Bracco italiano n.d.r.) Pino scrisse: “El Po l’è un omm”: non saltava gli scolatori delle marcite, li aggirava per non disturbare il beccaccino individuato a distanze inverosimili. Mi si chiese spesso se preferivo i Pointer o i Setter nella palude: allevai non so quanti di entrambe le razze, eccelsi, e non constatai mai alcuna differenza nel comportamento, tanto da farmi preferire l’una o l’altra, né in autunno, inverno o primavera. Reggono entrambe ottimamente in qualsiasi stagione, purché abituati al clima ed alle esperienze. Un tempo ed anche subito dopo la guerra, alle prove sul terreno a beccaccini fra quaranta iscritti di razze inglesi, pari erano le rappresentanze di Pointer e Setter. Oggi con la motorizzazione, il pelame lungo del setter, restio ad asciugarsi, segna un regresso in tale ambiente della nobilissima razza, a suo agio meglio di ogni altra nella palude.
 
Correva l’anno 1963, quando Giulio Colombo, il padre fondatore della cinofilia venatoriaitaliana, scriveva questo articolo. Sia chiaro che si tratta di Giulio Colombo – e sottolineo Giulio a benficio dei più giovani, da non confondere con nessun altro Colombo. Perché mai riandare a scritti di 45 anni fa? Perché la storia è la più solida base su cui costruire il futuro. Perché è importante sottolineare il grande valore che un gigante della cinofila attribuiva alla caccia al beccaccino. Perché da Giulio Colombo giunga ancora attuale il monito a che la cinofilia sia al servizio della caccia e non una disciplina a sé stante. Però Colombo ci dice anche che subito dopo la guerra, alle prove su beccaccini per Inglesi c’erano quaranta iscritti, metà Setter e metà Pointer. E Giulio lamentava una tendenza alla diminuzione dei Setter perché il pelo bagnato dava fastidio in macchina… Ora gli “Inglesi” son ridotti – quando va bene – a neppure la metà, fra i quali i Pointer son praticamente scomparsi. Evviva la Grande Cerca! E i Continentali sono ancor meno. Che peccato! Per i beccaccinisti bipedi i problemi son diventati tanti, alcuni dei quali trascendono la nostra capacità di gestione. Però anche noi abbiamo le nostre colpe, soprattutto di ordine culturale: anni ed anni passati a crogiolarci nell’illusione di esser una elite, senza accorgerci che l’albero stava seccando. Forza ragazzi: è ora di tornare a seminare!.
Cesare Bonasegale

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4 Comments

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