Una cupa foresta di abeti si stendeva sulle due rive del fiume ghiacciato. Recentemente il vento aveva strappato agli alberi il loro bianco mantello di brina; e gli alberi, neri e sinistri, sembrava si appoggiassero l’uno all’altro, nella luce morente. Un silenzio di tomba regnava sul paesaggio: e il paesaggio stesso era desolato, senza vita, senza movimento, così squallido e gelido da sembrare permeato di un qualcosa di più triste della stessa tristezza…

Ma in quella regione, sfidando il gelo, c’era la vita. Lungo il fiume ghiacciato scendeva a fatica una muta di cani lupi. Il loro pelo irsuto era coperto di brina. Ad ogni respiro, il vapore che usciva come un getto dalle loro bocche gelava subito e si posava, sotto forma di cristalli di ghiaccio, sulle loro pellicce. I cani erano bardati con finimenti di cuoio ed erano attaccati ad una slitta con tirelle pure di cuoio… Davanti ai cani vi era un uomo, che calzava delle larghe racchette da neve. Dietro alla slitta si affaticava un altro uomo… Camminavano senza parlare, per non sprecare il fiato, necessario al faticoso lavoro. Ovunque era silenzio, un silenzio così intenso ed opprimente, che sembrava materializzarsi in qualcosa di tangibile… Già svaniva la pallida luce della breve giornata senza sole, quando nell’aria tranquilla si innalzò un debole grido lontano. Sorse improvviso, crebbe sino a raggiungere la nota più alta, che tenne per un poco una nota forzata e palpitante, e poi lentamente morì… Un secondo grido si innalzò, un grido acuto, che trafisse come un ago il silenzio. I due uomini ne scoprirono la provenienza. Il suono sorgeva dietro a loro, in qualche punto della candida distesa che avevano appena attraversato. Si levò un terzo grido di risposta, sempre dietro a loro, alla sinistra del secondo grido… – Ehi, corrono dietro a noi, Bill – disse l’uomo che camminava in testa… Tacquero, ma continuarono a tendere l’orecchio a quegli urli che si levavano dietro a loro. Al cader delle tenebre, radunarono i cani in una macchia di abeti sulla riva del fiume, e si accamparono. – Quanti cani abbiamo. Enrico? — Sei. – Bene… – Bill tacque per un istante, come per dare maggiore importanza alle parole che stava per pronunciare. – Dicevo, dunque, che abbiamo sei cani. Ho tirato fuori dal sacco sei pesci. Ho dato un pesce ad ogni cane e senti, Enrico, mi manca un pesce. – Hai contato male. – Abbiamo sei cani – ripeté l’altro freddamente. – Ho tirato fuori sei pesci e One Ear non l’ha avuto. Sono tornato indietro dopo e gli ho dato il suo pesce. – Ma noi abbiamo soltanto sei cani – obiettò Enrico. – Enrico, – proseguì Bill – non dico che fossero tutti cani, ma erano in sette a prendere il pesce. Enrico smise di mangiare per gettare un’occhiata attraverso il fuoco e contare i cani. – Sono soltanto sei, ora. – Ho visto correr via l’altro sulla neve – dichiarò in tono calmo e deciso Bill. – Ne ho visti sette. – E allora tu pensi che fosse… – un lungo ululato, tragicamente feroce, sorse dalle tenebre; Enrico si interruppe, poi finì la frase, accennando con la mano in direzione del suono – uno di quelli? Bill annuì. – Già… Del resto hai notato tu stesso come erano agitati i cani. Intanto gli ululati si succedevano da ogni parte, trasformando il silenzio in un manicomio… Bill aprì la bocca per dire qualcosa, ma cambiò idea. Rivolse invece lo sguardo verso la muraglia di tenebre che li opprimeva da ogni lato. Non si poteva distinguere nessuna forma nella completa oscurità: si poteva soltanto vedere un paio di occhi che risplendevano come carboni ardenti…

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