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Per comprendere perché venne coltivata la velocità del setter e del pointer nel paese natale è assolutamente indispensabile ragionare da cacciatore e non da cinofilo; il ragionar da cinofilo può servire a giustificare l’esaltazione di tale velocità in paesi del continente che in massima non ne avevano e non ne hanno alcun bisogno. Il cane inglese è veloce perché la sua costruzione anatomica lo consente, ma la costruzione anatomica è soltanto lo strumento che agevola la velocità, non la determinante che la provoca. A spingere il pointer ed il setter a galoppare velocemente sono l’ardore e la implacabile esuberanza che denotano sangue generoso; non ancora la classe però. La classe è qualche cosa di più: è la possibilità di far marciare di pari passo l’esuberanza e il rendimento, senza che l’una nuoccia all’altro e viceversa.

Ma il sangue generoso rischia di rimanere una delle solite frasi fatte se non ci si spiega in proposito. La generosità, benché spesso attributo del corsiero, non si riassume solo nella velocità e si registra incomparabilmente meglio nel cane da caccia colla tetragona resistenza al caldo e al gelo, alle asperità ed i pericoli della montagna, alle estenuanti fatiche del padule e c’è più merito per il cane spiedato che, come Paride a Bondione, si prodiga ancora su rocce scoscese dopo tre giorni di lavoro, che non per il trialer sciolto fresco fresco a volare sugli arati di Bolgheri. Paride fa qualche cosa più del suo dovere, il Trialer adempie una funzione nel modo normale e per lui consuetudinario.

Il dottor Dumaine ne “l’Eleveur” (settembre 1948) definisce i pointer e setter « cani da pianura». È già parziale spiegazione: la pianura è la sede del puro sangue, del cavallo arabo. Ma lo è anche del cammello e del dromedario. Il puro sangue per arrivar presto, il cammello per andar lontano. Quale ragione indusse il cacciatore inglese a coltivare razze particolarmente generose nella velocità per l’impiego a caccia, quando ne aveva sottomano di più modesta andatura?

Nelle pianure dell’Inghilterra e nei moors della Scozia, dove nacquero e si evolsero setter e pointer cani da brughiera. la selvaggina si riproduceva secondo leggi naturali e le compagnie di starne e grouses vivevano disseminate liberamente e non costrette come nelle nostre riserve, a quella distanza l’una dall’altra che le necessità annonarie suggerivano loro. Il cacciatore, dovendo battere molto terreno per recarsi da un volo all’altro e per seguirne le rimesse lontane, essendo la natura de! terreno con le eriche e le erbe rigogliose e folte tale da offrire al selvatico l’opportunità di reggere, selezionò in modo da avere cerca sempre più veloce ed autonomia sempre più lata. Il cane galoppatore si munì di turbo compressore e accollandosi coll’incrocio tutto il peso della cerca, fece risparmiar passi al cacciatore pur rinnovandogli con maggior frequenza le occasioni di sparare.

L’ammirazione interessata per le vertiginose folate e per gli arresti di schianto, che ne sono nient’altro che la conseguenza puramente meccanica, finì col prevalere come diletto e il cacciatore si abituò a considerare la preda un complemento accessorio della manovra, quando fece capolino il cinofilo puro.

Da questo, per quanto concerne le razze da caccia, non vi sarete mai guardati lati abbastanza, voi che amate il cane da caccia.

Con quella particolare logica che distingue i cinofili di tutto il mondo, si dimenticò il perché ragionevole e razionale della velocità, e si esaltò la velocità pura e semplice e come fine a se stessa, giungendo a giustificare l’impiego del setter e del pointer col loro corredo caparbio di velocità ed ardore anche a quelle caccie che non lo richiedono, né ammettono, e in quei terreni dove non può essere che dannoso.

Nelle riserve di caccia moderne, dove inciampate nella selvaggina perché vi è artificiosamente trattenuta quando le colture e il sottobosco lo consentono e vi è pasturata per essere poi quasi distrutta prima dell’arrivo dell’inverno, quale differenza fate agli effetti del rendimento, tra cane veloce e cane normale? Il secondo risponde meglio allo scopo. Anche la selvaggina di passo si sparpaglia ottemperando a leggi millenarie e imprescindibili, a seconda dell’efficienza del pascolo. «I beccaccini che arrivano in bande, non si posano mai in gruppo e un volo di 10 o 15 uccelli si distribuisce su 100 o metri». De la Fuye «La caccia al beccaccino». Le quaglie si sparpagliano nei coltivi, le beccacce si dividono nei boschi e nelle valli. Ma una valle o un bosco offrono recessi contigui e sufficienti in poca estensione per una sosta che è limitata nel tempo, e rende superfluo al cacciatore la cerca veloce e continua, perché i recessi sono bene individuati e non è necessario battere il terreno dislocandosi, ma basta esplorare entro breve raggio le località, una dopo l’altra. Si può far sera in un bosco di pochi ettari. E siccome nel continente e soprattutto in Italia, le località possibili all’impiego razionale dei cani inglesi sono soltanto la campagna spoglia a frutto raccolto e selvaggina indiavolata, qual sparuta brughiera, la montagna nuda e il terreno primaverile delle prove, ne consegue che gran parte dei setter e dei pointer caccia in modo perfettamente contrario alle proprie attitudini, costretti a rinunciare alla loro qualità peculiare: la velocità, pur rimanendo dinamici e solerti.

Li salva la esimia potenza dell’olfatto.
Quanto l’olfatto e l’intelligenza possano sovrastare alle gambe lo dimostrano le risaie e la palude e Laverack ed Arkwright, i due indispensabili da citarsi in ogni articolo cino-venatorio, batterebbero le mani allo spettacolo del lavoro di taluni setter e pointer nostrani, compiacendosi che non facciano torto alla intelligenza della razza ostinandosi a confondere il vialone e il maratello con l’erica e le fave. Ma per esser conseguenti, alle prove sul terreno a starne di primavera, quando tutto si presta alla velocità, all’autonomia: la pianura sconfinata, la visuale sgombra e perfetta, il selvatico addomesticato, i regolamenti tarpano le ali ai cani inglesi, imponendo i rituali duecento continentali metri ai lati, come se il selvatico andasse reperito non dov’è, ma dove fa comodo ai Giudice al pubblico. Ed i cani finiscono col battere incrociando tanto e tanto terreno inutile. E mentre si lesina lo spazio, si sprona la velocità, e si mette museruola al naso. Il cane per suo conto avventa fin dove può, dove gli è consentilo dall’apparato olfattivo, e se avverte è tenuto a seguire l’emanazione anche al di là dei limiti arbitrar] stabiliti dai regolamenti. Se ad esempio, alla fine di un lacet di cento metri, avverte proprio allora nel filo del vento la presenza di una coppia al di là, oltre altri cento metri, non deve per questo rinunciare all’azione nel tentativo di concludere. Purtroppo seguendo il cane si finirà col modificare l’itinerario del turno e perdere anche il contatto col compagno di coppia, non è vero Adda? È tutta una costruzione a puntelli alla quale conviene rassegnarsi in mancanza di meglio, ma guai a quel cane che si abitua a rinunciare a concludere per un senso di disciplina che va oltre l’istinto naturale ed atavico. La velocità perpetua e su binario è poi nociva al cane perché ne fa un automa a riflessi meccanici, privo di raziocinio, cieco se non guidato e non può essere guidato se non costretto da una serie di esercizi che tarpano e impigriscono coll’uso l’intelligenza dell’allievo. Il borzoi, il greyhound avevano il compito di seguire cogli occhi, superare e raggiungere un quadrupede che gareggiava con loro e il limite della velocità era regolato dalla preda che inseguivano; il cane da ferma deve nel parossismo dell’azione segnalare il selvatico nascosto al pascolo od al covo, del quale non ha alcuna nozione diretta prima di avventarlo e non ha freni alla corsa se non nella ferma. Ed una volta avventato, ossia superato l’ostacolo maggiore, lo scoglio, che è quello di individuare, allora gli è consentito, imposto anzi per mantenere il collegamento, la guidata a striscio o a strappi, ma prudente e guardinga, molto guardinga!

Contraddizioni.
Il cane eccessivamente veloce non possiede quasi mai olfatto che gli permetta di avventare tempestivamente e grandissimi trialers non si risparmiano sfrulli che potrebbero evitare con un treno meno vertiginoso e superiore alle loro stesse, pur grandi possibilità. Con le importazioni ultime di cani inglesi si è raggiunto, rinsanguando, un indice medio di velocità che qualche lustro fa era consentito a ben pochi soggetti. Oggi la media dei trialers che corrono alle nostre gare è senza dubbio più veloce; l’autentico trialer è uno specialista, ma non sempre la velocità corrisponde alla potenza dell’olfatto, alla prontezza dei riflessi e alla statica immobilità della ferma. La funzione modifica l’organo, se ne è discusso diffusamente da Tecnici, ma modifica anche il carattere e non se n’è parlato abbastanza. La velocità favorita coll’allevamento, colla emulazione, con tanti accorgimenti ormai di dominio pubblico è imposta a tutti i soggetti che corrono in prove, o almeno si tenta, senza discriminazione. Nel cane che non ha olfatto in rapporto, la velocità genera manifestazioni di nervosità ed impazienza nel contatto coll’effluvio che gli impediscono spesso di discernere e lo inchiodano statico a vuoto su orme, perché tale contatto al lampo di magnesio stimola esclusivamente centri nervosi in tensione e dominanti su tutti gli altri: il cane non riflette, non ne ha il tempo. E se qualche lustro fa non si poneva nemmeno in discussione la staticità della ferma, oggi è il caso di parlarne: il cane in reale presenza di selvatico che sia immobile, intendiamoci, deve attendere il cacciatore, anche per ore, se necessario. Al!e prove appena il cane ferma, il conduttore si precipita. Perché? Il cane vede, deduce, e si abitua a giocare a chi arriva primo a concludere. Le prove servono teoricamente a indicare gli stalloni e le fattrici da impiegare per la riproduzione del cane da ferma e logicamente devono segnalare quei soggetti in possesso di tutte le facoltà necessarie per la ferma e non una o due delle più appariscenti a detrimento di altre più utili e probanti. Il cane che si piazza deve essere il cane completo e non il paranoico o il drogato. Noi dobbiamo preoccuparci delle conseguenze della valorizzazione di una qualità che in sé, per le razze da ferma, è niente e può essere moltissimo solo se adeguata e sottomessa ai compiti della razza. Noi corriamo il rischio di trascurare la facilità dell’incontro e la solidità dell’incontro per occuparci troppo del movimento del cane: noi ci preoccupiamo più del modo di percorrere la strada che del perché andiamo sulla strada.

Ci si domanda mai perché a prove su coppie di starne è difficile, ben difficile che la ferma sia tale da offrire la possibilità di una eventuale concreta azione pratica, permettendo al conduttore di sparare utilmente sul selvatico? Colpa delle povere starne? No. Della frenetica finzione recitata da soggetti inadeguati al cimento e che fermano troppo sotto perché incapaci di avvertir prima. In USA e in Argentina, a quei Fields si costumano turni di due o tre ore, che non consentono sforzi da pista, ma sono più vicini alla realtà, dei nostri turni brevi e frenetici. Da noi necessità di tempo e di spazio non consentono in primavera di protrarre le prove oltre un limite quasi sempre insufficiente a farsi un concetto esatto, della media dei concorrenti. Solo qualche soggetto di eccezione sa mostrare le unghie e imporsi. Con una maggiore diffusione della passione cinofila sarà forse possibile integrare le prove primaverili con altre autunnali di caccia pratica e le prove su gabbiarole, se meglio organizzate, assumeranno di fornire almeno l’indice della velocità e dell’olfatto, non potendo altro.

Se io sto spendendo tante parole non è per far della dottrina ma per persuaderci a farne meno tutti quanti, perché il contrasto fra cane da prove e cane da caccia sta per le razze inglesi e continentali estere diventando pericoloso e segnando un divario netto fra utopia e realtà. L’attività che il cane deve fornire a caccia è incommensurabilmente superiore a quella di un meccanismo succinto e precisi anche se spettacolare. È dono al di là dei nostri meriti poter i fruire di un corpo al servizio di una intelligenza, farlo con discrezione è segno di pari intelligenza da parte nostra.

Guai se si dovesse selezionare sempre in vista delle prove trascurando la pratica: il cane inglese ha sortito dalla Natura l’olfatto, e dall’artifizio dell’uomo la velocità e se alle prove qualunque massimo di velocità è consentito al trialer. All’eletto, e solo il minimo ha un limite, se la velocità può tirare un frego anche sull’andatura tipica di una razza, le si ricordi almeno che è supinamente al servizio dell’olfatto, del quale è schiava umilissima al coefficiente primo ed insostituibile della ferma: l’odorato. Fra un trialer veloce che investe e un trialer surrogato che ferma nessuno dei due è nella Nota di una classica a grande cerca senza dannose indulgenze se non si vuoi tradire il fine della gara classica. Ma il secondo è almeno atto alla caccia cacciata ed alla riproduzione, il primo: No.