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Foto di Angelo Lasagna

Aristide, che gli amici chiamavano Ari, era un piccolo industriale di Lecco, appassionatissimo di caccia in montagna: la sua passione era il gallo forcello che cacciava sulle Alpi Centrali. Ari era da anni amico del Nea che un giorno, mentre eravamo in montagna a caccia di galli, mi raccontò la sua storia, dato che non ebbi mai occasione di conoscerlo di persona; per anni aveva frequentato la sua baita e fra i due era nata una sincera amicizia, sulla base della comune passione per i galli, anche se non avevano cacciato spesso insieme, forse per una sorta di competitività di Ari che al Nea non andava troppo a genio.

Questa è la sua storia.

Ari era un pointerman appassionato e competente: il suo canile, da sempre, ne ospitava almeno quattro, con i quali, usati perlopiù a coppie, cacciava galli dall’alba al tramonto. Era, a detta del Nea, un cacciatore abile e tenace, ottimo addestratore di cani, ma anche un cacciatore etico e corretto. Per anni cacciò sulle plaghe più alte delle Alpi centrali alla ricerca dei begli uccelli neri dalla coda a lira, non disdegnando qualche uscita a bianche ben oltre i duemila. A lungo la caccia alpina gli diede enormi soddisfazioni che compensavano e stemperavano le continue preoccupazioni connesse alla sua attività di imprenditore.

Furono probabilmente lo stress e le tensioni che, quando giunse alla metà dei cinquanta, gli procurarono i primi problemi di salute: un continuo senso di malessere e un dolore spesso oppressivo al petto lo convinsero a rivolgersi a un cardiologo: dopo le analisi, un cardiogramma e un’attenta visita, il medico gli diagnosticò una cardiopatia non pericolosa a patto che smettesse di fumare, che osservasse una dieta assai rigida, che evitasse forti emozioni e sforzi prolungati; con suo grande orrore e disappunto, si sentì sconsigliare l’alta montagna, nemica giurata di coloro che soffrono di cuore. Uscì dalla visita depresso, con il morale sotto i tacchi. Ne parlò col Nea, quel giorno di fine inverno, nella grande casa giù in paese, dove era stato a rendergli visita.

“Passi per il fumo e il mangiare” pensò, “ma la caccia, la mia caccia”…..

“Osti, il tesserino, del Comparto, comunque, lo prendo!! Anche se dovessi tenerlo lì, sulla scrivania, in ditta, a rimirarlo, ma el tiri föra istess, ‘sto casso de tesserin!!!!” inveì l’Ari, battendo con forza il pugno contro il palmo aperto dell’altra mano.

In cuor suo sapeva che non avrebbe resistito, che almeno un paio di uscite le avrebbe fatte, a galli, nei suoi laricèti in quota, e il suo proposito si rafforzò proprio nel momento in cui il Nea, saggiamente, lo sconsigliava dal rischiare la pelle che, soggiunse , “alla fine è una sola!”

La primavera e l’estate passarono tanto rapidamente che quasi Ari non se ne accorse, preso com’era fra lavoro, allenamento dei cani, la cucciolata di una sua pointer e qualche pescata nell’Adda valtellino.

Venne l’apertura di caccia,a quei tempi differenziata (non esistevano gli A.T.C. solo le “riserve alpine” chiamate anche “zone faunistiche delle Alpi): l’Ari fu invitato da un amico in riserva, nel piacentino, dove cacciò, con discreta soddisfazione, certe belle starne che la riserva esclusiva ospitava.

Andò un paio di volte nel Pavese, a fagiani nei risi ancora in piedi, abbattè anche alcuni beccaccini con stoccate magistrali.

Nel frattempo, anche perchè pressato da moglie e figli, s’era mantenuto lontano dalla montagna, sua vera grande passione, disertando censimenti e prova-cani in Zona di Maggior Tutela: ne era dispiaciuto, e anche parecchio, era come se un tarlo lo rodesse dentro: la prima metà di settembre passò così, fra un dubbio e un tormento, combattuto com’ era tra passioni, paure, dubbi certezze.

Nel frattempo si avvicinava l’apertura della caccia in Zona Alta (come la chiamavamo ai tempi): Ari pensò che non ce l’avrebbe fatta, non avrebbe resistito, e cominciò a cedere, la passione prese il posto della razionalità, la febbre venatoria spinse da parte i timori e gli ammonimenti del cardiologo, che pur aveva parlato chiaro: “se vai in montagna, rischi la pelle!” Ad Ari, improvvisamente, questo sembrò un’esagerazione, un espediente per spaventarlo e farlo rigar dritto.

“In fondo,” si disse, “ho smesso di fumare, mangio solo quelle quattro vaccate che mi permette il medico, non ho più avuto disturbi: dai, non vado poi così male, una cacciata a galli non mi sarà poi così nefasta e dannosa come dice quel pisquano di dottore” e , mentre lo pensava, stava già architettando la “strategia” per riuscire a tornare a caccia al monte, facendola in barba a tutti ….

Per prima cosa, incoraggiò la visita di sua moglie, veneta di Schio, a una sorella che colà abitava: lei partì, un po’ a malincuore, tre giorni prima dell’apertura al monte, dopo avergli fatto promettere, e giurare mille volte, che sarebbe rimasto lontano dalle montagne e che, se proprio doveva andare a caccia, sarebbe andato in riserva con l’amico. Ari giurò e spergiurò, promise e ripromise all’infinito mentre, nel suo intimo, vedeva già i pointer in ferma su covate di galli, peraltro quell’anno numerose, o su qualche vecchione lassù, vicino alla cresta, fra gli ultimi rododendri o in quelle vallette tappezzate di basse drose.

Passò in armeria dove acquistò un paio di scatole di ottime cartucce con piombo del cinque (anche se, di cartucce, ne aveva un armadio pieno …), quindi tirò fuori dall’armadio zaino, scarpini, camicia pesante, magliette di quelle che assorbivano il sudore e quant’altro gli sembrò necessario per la giornata al monte fra le sue cime, sul versante “a nord” tanto caro ai negroni con la cosa a lira …

Decise che non si sarebbe fermato a dormire dal Nea, per evitarne rimproveri e raccomandazioni, una piccola malga dal tetto di piode, sempre aperta, avrebbe fatto al caso suo ospitandolo per la notte. Si fermò dall’amico per salutarlo , ma il Nea era fuori alla ricerca di certe capre che non si presentavano da un paio di giorni, come gli disse il Milio.

La salita fu lunga e affannosa, quel sabato pomeriggio, il respiro un po’ greve e le gambe un poco pesanti:

“Colpa della mancanza di allenamento” si disse tentando di convincersi , al contempo maledicendo il medico, le sue analisi e gli infernali medicinali che, ne era convinto, gli stavano avvelenando il sangue: E poi:

“Si vive una volta sola, fino a prova contraria”, disse ad alta voce, rivolto all’anfitatro di cime maestose che incorniciavano la splendida valle alpina che stava risalendo con i due pointers al guinzaglio.

Il cuore batteva forte, più forte del solito, gli sembrò nel momento in cui deponeva lo zaino sulla panca di pietra addossata alla parete, pure in pietra, della minuscola baita: ancora una volta cercò di convincersi che fosse dovuto alla mancanza delle ore in montagna che aveva sempre trascorso, camminando su e giù per le sue valli.

Si sentì molto meglio allorchè, acceso un allegro fuoco di rami secchi di larice, raccolti presso la malga, si accinse a consumare la frugale cena da cacciatore di montagna. Si coricò presto: l’emozione di ritrovarsi in quel luogo meraviglioso e l’affiorare della vibrante passione venatoria ricacciarono ogni preoccupazione per la sua salute in un recondito angolino della mente.

“Domani torno a rivivere, domani torno a caccia di galli, per la miseria!” pensò mentre si addormentava, felice di quell’attesa che, a volte, è tanto piacevole quanto la caccia che seguirà, il giorno a venire.

L’alba fu grandiosa, un incredibile mutar di rossi e aranci, di gialli e violetti, mentre la luce si diffondeva fra i larici ancor neri che, col giungere del giorno, sarebbero mutati nel loro ineguagliabile verde dorato, tanto caro al Maestro Lemmi nei suoi dipinti di caccia alpina. Il chiarore avanzò lentamente ma inesorabilmente, dipingendo i rododendri di verde scuro e le drose di verde argento, restituendo ai rari sorbi le macchie vermiglie di centinaia di grappoli di bacche, appetite da tanti selvatici del monte. Il giorno andava ricacciando a occidente l’ultimo scuro della notte.

Un gallo rugolò, lontano, un altro gli rispose, più in alto, al confine del boschivo: Ari fremette, di passione oltre che per l’aria fredda che scendeva dalle alte cime, dal paese delle bianche. I cani, seduti davanti a lui, drizzarono le orecchie, attenti. Alcuni tordi passarono zirlando, provenienti dai ricoveri notturni e diretti alla pastura, sui sorbi o nei mirtilleti ricchi di bacche mature. Ari rimase a lungo inattesa, godendosi la bellezza mozzafiato del paesaggio d’intorno, fin quando fu luce piena sul monte.

Liberò i cani, il maschio bianco-nero e la giovane femmina bianco-arancio, sussurrando un inutile “Via!!”: i due ausiliari scattarono sulla costa, con cerca avida e ampiua, a testa alta, autentici “signori del vento”.

Ari salì senza fatica, osservando il lavoro dei pointers: le gambe avevano la forza di sempre, il fiatone era un ricordo, il cuore sembrava leggero e gli sembrò che battesse con regolarità.

“Meglio così!” penso, mentre saliva di traverso una costa di radi rododendri per accostare i cani in ferma rigida ed eretta, a testa alta, in pieno stile di razza: ben presto fu loro accanto, si fermò un attimo a carezzare la giovane femmina in consenso per poi piazzarsi qualche passo discosto. L’attesa non fu lunga, una dopo l’altra esplosero in volo la vecchia, la madre della covata, e tre giovani femmine, alle quali l’Ari prece “presentat’arm”, alzando la doppietta e osservandole a lungo, mentre tracciavano il lungo volo sulla costa, fra sorbi e radi larici per andare a rimettersi in una valletta coperta da fitti rododendri.

Un attimo dopo Dick fermò nuovamente, puntando un folto di drose appena sopra la piazzetta. Ambra consentì ancora, per qualche attimo fissando il compagno: l’emanazione la raggiunse, e la cagnina voltò la testa, fece tre o quattro passi e rimase in ferma catalettica, una di quelle emozionanti ferme statuarie così “pointer”. Frullò un’altra giovane femmina chiara e poi, più rumorosamente, due maschietti dell’anno che l’Ari seguì col fucile, senza peraltro sparare. Sorrise mentre pensava:

“Questa è la covata intera, l’allegra famigliola: deve esserci anche il padre, qui attorno, inutile metterlo in allarme con una schioppettata a questi pollastroni ai quali va lasciato il diritto di crescere. El vecc c’è sicuramente, e intendo trovarlo, a costo di girare tutto il monte fino a sera”.

Per due o tre lunghe ore risalì il monte a zig-zag, senza altri incontri che una vecchia femmina senza covata che compì un volo interminabile, eclissandosi dietro i larici della costa.

Cacciando, era giunto vicino alla bocchetta che si affacciava alla valle contigua, posti da galli e cotorne; seguendo il ripido sentiero che s’inerpicava sul crinale si poteva raggiungere il vasto anfiteatro, la “casa” della pernici bianche.

La pointerina fermò di colpo, girandosi di scatto sull’ effluvio, una cinquantina di passi prima della bocchetta, puntando un masso coperto di rododendri, sopra il quale crescevano due stenti larici, sempre in balìa degli stratempi del monte. Dick consentì con prontezza, fieramente guardando l’Ambra immobile nel paglione, fra radi cespugli di mirtillo. Ari sentì l’emozione pervaderlo, l’adrenalina in circolo nelle vene:

“Quest chi l’è lü,, questo è lui, il vecchio, le covate non stanno così in alto e allo scoperto, non può essere che lui!” pensò, mentre si avvicinava a grandi passi e con estrema cautela, cercando di produrre il minor rumore possibile. Ambra, sempre ferma, masticava l’aria, lo sguardo fiero e feroce rivolto verso il grande sasso. Ari le fu accanto, la doppietta fra le mani, i sensi all’erta, il cuore che ora batteva tumultuosamente, al ritmo della sua passionaccia che ora riaffiorava, pronta a sgorgare come una massa d’acqua da unaa diga infranta. Era talmente teso che non si accorse dell’impercettibile tremito delle sue mani.

Il frullo del vecchio forcello fu fragoroso, il grosso uccello nero dalla coda a lire fu in aria, improvvisamente, ali scure e specchi alari bianchi che sbattevano veloci e rumorosi, un disperato tuffo di traverso, verso il basso, verso la salvezza: Ari imbracciò con prontezza e sparò di stoccata, senza mirare – non ce n’era il tempo – , la fucilata colse il gallo sul fianco, chiudendolo per aria come uno straccio, una grossa palla nera che cadde pesantemente precipitando fra i rododendri sottostanti mentre la giovane pointer si precipitava al riporto scendendo la costa a balzi, a tratti nascosta dalle drose.

Ari tremava di emozione come non gli era mai accaduto: o almeno così gli parve. IL cuore batteva forte, “troppo forte”, pensò; le sentiva nelle vene, nelle tempie, gli sembrò che gli squassasse il petto. Udiva un ronzio nelle orecchio, quasi un fischio, mentre riceveva il bellissimo gallo dall’Ambra. Avrebbe voluto prendere una pausa, come sempre faceva, da anni, per rimirarne gli splendidi colori, il piumaggio nero come una notte senza luna e senza stelle, le spesse caruncole vermiglie, gli specchi alari d’un bianco abbagliante nei raggi del sole alpino. Avrebbe desiderato farlo ma non lo fece: era preoccupato, sentiva freddo, gli tremavano le mani, batteva i denti involontariamente, senza controllo. Il senso di oppressione al petto era divenuto un dolore, forte e costante e continuo, il cuore batteva ora all’impazzata, in modo irregolare: cominciò ad avere paura, una paura strisciante e insinuante che cercò di dominare prima che divenisse panico.

“Il sedile” pensò “devo arrivare al sedile, sono poche decine di metri, là potrò sedermi, calmarmi e tutto passerà, ne sono sicuro”. Il sedile era una specie di piccolo “divano” scavato nella roccia dall’erosione: ci potevano stare comodamente seduti due persone – e un paio di cani – ad ammirare il paesaggio lassù, a dieci passi dalla bocchetta.

Ari si avviò, faticosamente, con il gallo in mano, tenuto per le zampe, e i cani felici ed eccitati che gli saltellavano intorno festosamente. Con passo greve e stentato coprì la cinquantina di passi che lo separavano dal pianale di sasso, lo raggiunse e, dopo aver scaricato la doppietta e averla appoggiata a un tronco di larice abbattuto, vi si sedette pesantemente: ora sudava freddo, lunghi rivoli gli scendevano sul volto e lungo il collo mentre il senso di gelo aumentava e il dolore sordo e lancinante non accennava a diminuire.

“Osti”, si disse “eppure non fa freddo, siamo a fine di settembre, non può fare freddo! E’ possibile che senta così freddo?” Prese il gallo, ancora caldo, e se lo piazzò sul petto, abbottonandovi sopra la cacciatora; poi chiamò i cani, che gli stavano davanti acculati ad osservarlo e li fece sedere acanto a sé sul “sedile”, stringendoli a sé, cercando di carpirne il calore. I sintomi non accennavano a diminuire.

“Oddio, non è che sto per morire??” pensò, terrorizzato, mentre gli girava la testa, un forte senso di capogiro: gli sembrò che il dolore al petto scemasse, quasi fino a scomparire, mentre s’inebriava di quel senso di leggerezza, di distacco dalle cose terrene. Carezzando le teste dei cani, sussurrò sottovoce:

“E poi, comunque vada, il mio gallo l’ho preso, e mi sento tanto, ma tanto felice …”

Ebbe un sussulto, poi un dolore fortissimo al petto, quasi una coltellata.

Dopo, fu solo il buio …

“Deve essere andata così” disse il Nea, indicando il “sedile” sopra il quale egli stesso aveva piantato una croce di ferro battuto, incastrandola in una fessura del sasso e fissandola con un poco di malta che aveva portato dall’alpe, tanti anni prima.

“Lo trovai due giorni dopo, il martedì” continuò “dopo che il soccorso alpino mi aveva avvisato il lunedì: i suoi figli, non vedendolo tornare, fatte un gran numero di telefonate senza esito, avevano sospettato la sua uscita in montagna”.

Tacque per qualche minuto, perso nei suoi ricordi, poi continuò:

“Era proprio lì, seduto, con i suoi due eroici cani che non l’avevano abbandonato un istante, facendogli la guardia giorno e notte, accovacciati al suo fianco: dalla cacciatora, sul petto, sporgeva la testa del gallo, ormai rigido. Ari aveva gli occhi chiusi, il viso atteggiato in una specie di sorriso, un vago senso di beatitudine. Lo riportammo a valle, coi ragazzi del soccorso alpino, quel pomeriggio.

Da allora, ogni volta che passo in tempo di caccia, de Dina mi è stata favorevole, gli lascio una penna di gallo o di pernice bianca nella croce. O, se ci vengo in primavera, un fiore di rododendro …”

“Ha dato la sua vita per un gallo” dissi, riflettendo sulla storia dell’ Ari.

“Ha dato la vita per la sua grande passione” rispose il Nea “e secondo me è morto felice, facendo ciò che più amava nella vita e con un forcello sul cuore …” e poi, sorridendo mestamente, mi chiese:

“Non è forse così che sogna di morire ogni vero cacciatore di montagna?”

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