Il rumore dei passi sull’incerto sentiero tra le rocce, appena rischiarato da lampi lontani, si mescola al borbottio dei tuoni che si dilegua pigramente oltre il crinale, Ava al guinzaglio procede sicura trascinandomi impaziente, è ancora notte fonda, nemmeno si intuisce l’alba che verrà, sento su di me il respiro di queste montagne, il respiro del mondo stesso, ed i suoi mali, il male di vivere, sono un  ricordo lontano che intravedo, a volte, tra lo sfasciume delle rocce o negli orridi scuri che ingoiano le cotorne ed i miei sogni.

Gion di Crocedomini di Giacomo Giorgi

Gion di Crocedomini di Giacomo Giorgi

Il tempo passa scandito dal ritmo del mio respiro, mi fermo a prender fiato, ad aspirare quell’aria magica, densa di promesse e di sogni, ed un senso di libertà infinita si fa strada nella mia mente e mi avvolge, sento il fiato caldo di antiche genti e di antiche gesta che in me e con me tornano a vivere e con loro riprendo a salire.

Sono al sasso grande, mi siedo, spostandomi come per lasciare spazio,  Ava tende le orecchie, anche Marzio sarà nei paraggi, aspettando il canto delle cotorne, il loro saluto al giorno che viene come un inno alla gioia.

Qui, al sicuro tra le nuvole, in alto, ora che il rumore dei miei passi non disturba più come un intruso invadente, ascolto il grande silenzio che mi circonda, mastico gli aromi di questa terra come un cane l’effluvio della selvaggina, carezzando con lo sguardo il profilo buio della montagna.

La prima nota mi sorprende come una fucilata improvvisa, Ava si volta di scatto, l’alba avanza nel buio della notte.

Ci cich ci ciach ….. cicichci ciciachci ….. ci cich ci ciach ….. , come un torrente in piena, nel buio silenzioso della montagna,il canto delle cotorne ci investe, quasi un raggio di luce, una speranza nuova, un motivo in più.

L’alba rotola giù improvvisa dalle cime dei monti ed Ava, con lo sguardo fisso a quel canto lontano, strappa ogni tanto il guinzaglio quasi ad implorare il momento del via, Marzio starà riponendo nello zaino la sua leggera giacca antivento cercando di bilanciare gli strappi di Tristo che freme legato alla sua cintura, il temporale si allontana lentamente, l’aria è umida e frizzante, sgancio il moschettone e si parte.

Le gocce d’acqua, attaccate ai bassi ginepri come palle di Natale, cadono come pioggia appena Ava o i miei scarponi sfiorano le piante bagnando la sua pelliccia senza impensierire i miei piedi, cerco con gli occhi Marzio, potrebbe aver deciso di venire anche lui da queste parti, vallo a capire, e mi sembra di intravedere Tristo in ferma, ma è solo un sasso lontano trasformato dalla mia fantasia.

Non vedo più Ava, mi fermo, poco lontano una piccola colonna di vapore viene su da dietro un ginepro, in silenzio, affrettandomi lentamente, arrivo sulla cagna che, dopo un breve arresto, ha ripreso con vigore la cerca, allontanandosi dal rifugio notturno della brigata.

Luna e Faloo della Trabaltana di Stocchi e Bravaccini su brigata

Luna e Faloo della Trabaltana di Stocchi e Bravaccini su brigata

Le cotorne sembrano sparite, inghiottite da questa giornata autunnale grigia come le rocce che ci circondano, forse Marzio avrà trovato le sue, forse.

Procediamo tra pianori, creste, pietraie e dirupi cercandoci e trovandoci in silenzio come legati da un filo invisibile, la fatica ora rallenta solo di poco i nostri movimenti, mi sento al mio posto come un’aquila nel cielo o il muschio sulle rocce, come il vento sulle creste o il fucile tra le mie mani.

Il tempo, le ore che passano, qui, sono un concetto senza senso, un simulacro vuoto, tutto è scandito dai nostri sensi, dalla luce e dal buio, dal freddo e dal caldo, dalla fatica, dalla fame e dalla sete, ed allora mi siedo al riparo di alcuni grossi massi, scarico il fucile e prendo dallo zaino il mio solito pane e frittata e la borraccia con l’acqua.

Ava mi è già accanto pronta a dividere, beninteso non in parti uguali, ma i suoi occhi e la fatica che ha sopportato possono ben più delle mie intenzioni e della mia fame, per cui alla fine si fa a metà come vecchi amici, la piccola tavoletta di cioccolato invece la mangio quasi tutta, come un ladro però, a lei l’ultimo quadratino.

Le nuvole sfilano via veloci come i miei pensieri spinte da un vento fastidioso, mi abbasso di quota sperando di avere maggior fortuna nelle vallette riparate ai bordi superiori della faggeta.

Erica di David Stocchi

Erica di David Stocchi

Le cesene si poggiano ad ondate successive sui rami ormai quasi stecchiti, rincorrendosi gioiose, con le ultime foglie che cadono lentamente, metafore della vita che viene e di quella che và.

Ava rallenta  sul bordo inferiore di una pietraia scomparendo dietro un grosso masso, attendo con il cuore che batte forte e quella sensazione che ti strizza l’anima, non la vedo comparire oltre ed allora mi avvicino, è in ferma, le sono dietro, un primo passo esitante poi sempre più decisa su per la massima pendenza, i minuti passano, ho il cuore che galoppa veloce, il respiro affannato, procediamo ad una velocità che strozza il fiato su queste pendenze e le cotorne si fermeranno solo sul crinale ancora lontano.

Sono allo stremo, mi fermo respirando a bocca aperta, la punta del fucile descrive ampi cerchi proporzionali alla fatica, Ava sembra capire, rallenta e rimane in ferma aspettandomi, un paio di minuti ed il respiro si fa più regolare, si riparte e presto la fatica torna ad opprimere i polmoni ed i muscoli, ma ormai ci siamo.

Mirca di G. Castellani in ferma su coturnici

Mirca di G. Castellani in ferma su coturnici

Gli ultimi passi esitanti poi la cagna scivola in ferma fondendosi con le rocce quasi a voler scomparire rendendosi invisibile, la sua bella frangia ondeggia leggermente al vento, la bocca mastica ritmicamente quell’odore tanto cercato ed è l’unica cosa a tradire la vita in quel corpo statuario, è l’essenza della caccia, il tempo si ferma quasi a prender fiato, scolpendo per sempre nella tua anima quegli istanti infiniti.

Spero con tutto me stesso che le cotorne tengano ancora un po’, che mi diano la possibilità di recuperare un minimo di controllo, ma la brigata esplode fragorosa dal grigio delle rocce quasi sparata da un cannone invisibile, la vista è ancora annebbiata dal sudore e dalla fatica, la mano tremante, il primo colpo non so dove vada, il secondo ne stacca una a fatica.

Ava è già in ferma sul punto di caduta ed inizia decisa a guidare, la seguo giù, tra le rocce, fino al bosco, attraversa una lingua di faggi al fondo della valle tagliando poi sulla sinistra, andando a fermare decisa vicino ad una piccola croce di legno piantata ai bordi di una radura, le sono dietro ed in un attimo la cotorna è al sicuro tra i suoi denti.

L’emozione mi assale avvolgendomi, le lacrime scendono dai miei occhi come quel giorno quando piantai quella croce, “A Marzio, che la caccia sia con te ” recita la scritta.

Lo trovai disteso un pomeriggio di un anno fa, Tristo sdraiato accanto, gli occhi felici, sembrava inseguire i suoi sogni, le sue cotorne, la sua vita.