CACCIATORI DI MONTAGNA DI BECCACCE E DI BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

LE PERNICI FANTASMA DI TUERRA

QUESTO RACCONTO E’ UN OMAGGIO ALLA MIA CAGNETTA, UN BELLISSIMO SETTER BIANCO FEGATO, CHE QUEST’ANNO E’ ANDATO IN PENSIONE ALL’ETA’ DI 13 ANNI E MEZZO.

Pur vivendo in città (Cagliari), tengo a sottolineare che sono cresciuto in un mondo agropastorale in un paesino della Sardegna Ogliastra, Jerzu, con dei valori antichi quali il rispetto della campagna e degli animali che la riempiono di vita, dove il prelievo della selvaggina, (considerato quasi un rito sacro) doveva avvenire rigorosamente, seguendo le tradizioni locali, con tempi e modi insegnatomi da padre e parenti.

Elsa e le pernici

La caccia era da praticare solo con l’uso del cane sia per la selvaggina cosiddetta da penna (pernici e beccacce), che quella da pelo (lepre coniglio e cinghiale).

Con questo spirito “pulito” coltivo da sempre questa passione con ausiliari validi cresciuti e addestrati direttamente da me, e forse la sorte, per questo mio modo di essere, ha  voluto premiarmi, regalandomi quasi quattordici fa, un cane per me eccezionale.

Ciò premesso, descrivo un’avventura che ancor’oggi ricordo con  forte emozione.

Circa otto anni fa, al rientro in città, dalla penultima giornata di caccia alla pernice, praticata da me insieme a mio fratello e mio cognato nei monti dell’ogliastra nelle vicinanze del mio paese Jerzu, fermandomi nel bar di San Priamo (frazione del Comune di San Vito), per prendere un caffè, incontro per caso un mio carissimo amico.

Fabrizio, capocaccia di una delle più brave compagnie di  San Vito. Dopo gli abbracci e dopo i ricordi delle battute di caccia grossa praticate assieme, mi racconta un fatto singolare: – l’anno scorso abbiamo cambiato la nostra zona di caccia solita, per spostarci nei monti di Tuerra vicinanze San Priamo, che è molto ricca di cinghiali. Anche se non impazzisco per la caccia alla piccola selvaggina, visti i numerosi avvistamenti di pernici nel periodo di caccia grossa, con alcuni dei miei compagni abbiamo provato a cacciare qualche  pernice. Stupito per la parola “provato” vista la risaputa bravura come cacciatore,  gli chiedo il perché di tanta incertezza. Mi risponde: – Ebbene, devi sapere che, in queste prime giornate di caccia, non solo non siamo riusciti a sparare una fucilata, ma, pur possedendo uno svariato assortimento di cani bravi, non siamo riusciti neanche a vederle quelle “furbastre”. Pensa che, alle prime ore dell’alba le sentiamo cantare a neanche cento metri da noi, poi, quando fa luce, sguinzagliando i cani  (fissi in guidata quasi continua anche all’interno del bosco fitto), di pernici neanche l’ombra. Credimi, pernici “fantasma”. E la cosa più strana è che lo stesso fenomeno si è verificato anche sull’altipiano dove andiamo a caccia grossa, pernici che prendiamo quasi a calci nel periodo di caccia al cinghiale.

Gli rispondo: – Se questo fatto me l’avesse descritto uno dei tanti cacciatori che conosco non gli avrei creduto. Ma io non credo alle pernici “fantasma”, e, se vuoi, visto che l’ultima giornata di caccia (che oltretutto è la prossima domenica) sono solo, possiamo provare a trovarle, con la mia cagnetta Elsa, che è molto brava, astuta, e, soprattutto, in forma smagliante. Naturalmente saremo solo io e te.

Senza indugi, Fabrizio accetta, ravvisandomi però che vista la zona molto impervia e il probabile caldo afoso previsto per la settimana seguente, la caccia poteva essere molto difficile e dura. Gli ribatto: – Le mie gambe sono buone, la mia cagnetta è in gran forma e  sono pronto già da adesso.

La domenica successiva, un’ora e mezza prima dell’alba, ci troviamo al solito bar di San Priamo e, dopo caffè e pasta e commenti propiziatori e scaramantici e un piano di caccia (che descriverò dopo), ci avviamo alla fatidica zona. Arriviamo quasi subito e, non conoscendo la zona, aiutato dalla luce della luna, il mio primo colpo d’occhio va subito all’altezza e la pendenza della montagna dove avremmo dovuto cacciare, anche se nella parte bassa ai piedi della montagna si scorgevano i contorni di una grande collina, all’apparenza dalla camminata agevole, a detta di Fabrizio proprio dove la domenica precedente aveva sentito il canto delle pernici.

Giunti ai piedi della collina e parcheggiato il fuoristrada a una buona distanza dal punto di ascolto, ci addentriamo, nel sentiero che porta nel punto prescelto, facendo attenzione a fare pochissimo rumore. Come previsto da Fabrizio, il caldo si faceva già sentire mezzora prima dell’alba, e, nell’attesa, ripassiamo il piano di caccia. La prima tappa era la collina, la seconda l’altipiano sopra la montagna a un’ora e mezzo di cammino, dove c’erano le altre due volate (fantasma), e poi una lunga discesa alla zona macchina, ci avrebbe defaticato.

Si fa quasi l’alba e incantati dai colori del sorgere del sole attendiamo con ansia il  canto delle pernici. Ho sempre vissuto l’attesa di questo momento con grande emozione, immaginando già le ferme di Elsa e relative catture. Il sole sta per sorgere e la luce comincia a illuminare la campagna. Tutto si sente fuorchè il canto delle pernici. Mi rivolgo allora a Fabrizio chiedendogli se è questo il punto, e lui mi rassicura e mi risponde: – Questo è il punto migliore per sentirle cantare anche a mezza costa sopra la collina. Forse domenica scorsa le abbiamo disturbate tanto che si saranno spostate, comunque sicuramente quelle in cima alla montagna nell’altipiano dovrebbero essere tranquille in quanto sono due domeniche che non andiamo.

Armati di coraggio, visto il caldo che già era a un livello alto, e di tanta voglia di cacciare, dopo aver sistemato il campanellino ad Elsa, iniziamo a salire nel punto più agevole della collina. Dopo cinquanta metri ecco la prima guidata. Non sentendo cantare le pernici, avviso Fabrizio che Elsa potrebbe essere in traccia di  lepre e, vista la velocità della guidata potrebbe saltare fuori da un momento all’altro. Conoscendo bene gli atteggiamenti di Elsa ho quasi l’impressione che sia all’inseguimento di una pernice, ma visto il nuovo terreno (con diversi odori dal solito), non le dò molto peso.  Dopo circa cento metri di guidata e mezze ferme, seguendo il lato della collina più vicino alla base della montagna, arriviamo sul fronte più interno dove inizia un bosco fitto di lecci, corbezzoli e lentischi secolari, sul lato destro un rocciaio, sul lato sinistro un dirupo di rocce. FINALMENTE, ecco che la selvaggina si blocca, ed Elsa in ferma granitica.  A fatica salgo su un grande masso, faccio un cenno a Fabrizio di avanzare con calma e, ben posizionati,  attendiamo la fuga del selvatico. SCOPERTA. Altro che lepre. Eccola la pernice, che frulla verso il bosco coprendosi  tra le piante, quasi fosse una beccaccia ed emettendo un urlo quasi assordante. Io sorpreso, sparo tre fucilate con il mio semiautomatico, tutte a vuoto, Fabrizio, sorpreso anche lui, ne spara due, tutte a vuoto anche le sue. Elsa impazzita, va verso il punto di frullo e mi guarda aspettando il comando: – Porta, porta, porta! aimè invano!

I commenti come gli aggettivi per la furbastra si sprecano: – Come è possibile, asserisce Fabrizio, che non abbia almeno lei cantato?. Gli rispondo che secondo me, per come conosco  questi affascinanti animali,  non è la sola a non aver cantato, è probabile che abbiamo trovato solo la più anziana, quella che si porta dietro i cani lasciando il resto della “truppa” ben nascosto. E questo spiega anche il motivo per cui i vostri cani non siano riusciti a trovare niente. Sono sicuro che, tornando nella zona dove è avvenuto il primo approccio, Elsa troverà il resto della volata.

Fabrizio, quasi  già soddisfatto per aver risolto il mistero, mi da ascolto. Percorsi  quasi cinquanta metri al contrario, Elsa si dirige verso un gruppo di rocce già facenti parte della prima parte della montagna con una vegetazione di cisto e ginestra molto bassa.  Eccola in guidata! La mia teoria era giusta, non faccio neanche in tempo ad avvisare Fabrizio della situazione, che Elsa è già in ferma. Questa volta preparati,  ci piazziamo bene, io avanzo lentamente e Fabrizio attende, già con il fucile imbracciato, (dimenticavo un sovrapposto). L’esplosione di frulli non si fa attendere, prima una, dopo due, tre, cinque, dieci pernici,  sembrano imitare  i fuochi d’artificio. La prima a cadere è quella inquadrata da me, Fabrizio fa onore alla sua fama di bravo tiratore e fa coppiola. Ed Elsa completa la sua azione trovando e riportando tutte e tre le pernici abbattute.

– “Che soddisfazione”! urla Fabrizio. Sono le 8.30 e, con una temperatura già oltre i 30°, e, completamente sudato, mi guarda e facendomi  i complimenti per il lavoro del cane, con un sogghigno maligno, mi  domanda:  – Visto che siamo a circa tre quarti d’ora dalla sommità della montagna, andiamo a far visita al resto della “parentela”?. Gli rispondo: – Io non ho problemi con  il caldo, considerato quello che potremo trovare, salirei anche di corsa, ma Elsa ha bisogno di  bere e io ho solo un litro d’acqua, e tornando  in macchina per poi risalire di nuovo  perderemmo troppo tempo.

Fabrizio: – Non preoccuparti, perché nel rifugio che usiamo per la caccia grossa, situato nell’altopiano, ho due bottiglie da due litri nascoste in un anfratto di roccia. Gli rispondo: – Va bene, anche perché non abbiamo altre alternative di caccia, in quanto ribattere le pernici appena trovate è impossibile visto il crinale molto scosceso. E oltretutto non abbiamo visto la rimessa.

Iniziamo la salita, con pendenze da brivido e, dopo circa un’ora, arriviamo con fatica, sull’altopiano, faccio bere l’ultima acqua rimasta nella bottiglia ad Elsa, e seguo Fabrizio nel sentiero che porta al rifugio distante circa 10 minuti di camminata veloce. Il paesaggio e gli odori è da mozzafiato, le rocce di granito rosso sembrano nascoste dai colori delle piante dell’altopiano, oltre il panorama di un’incantevole bellezza. Distratto da tutto ciò,  non mi accorgo che manca Elsa e, non sentendo neanche il campanellino, faccio subito l’analisi della situazione: Elsa è in ferma da qualche parte. Allarmato, Fabrizio, sale su uno spuntone di roccia molto alto e dopo qualche secondo intravede la cagnetta in ferma, una sessantina di metri sulla parte nord dell’altopiano. Seguendo le sue indicazioni, mi dirigo velocemente su quel punto e, scorta Elsa (pietrificata) mi piazzo, aspetto Fabrizio, che non tarda ad arrivare, la pernice furbastra, sentitasi scoperta, rompe gli indugi e cerca di scappare di pedina. Elsa rompe la ferma e non la molla. Stesso copione della prima pernice trovata?. Pare di si. Ma, con la variante della distanza. La inseguiamo con mezze ferme di Elsa, per quasi 150 m. e sentendosi in pericolo, si invola improvvisamente davanti al cane senza averci dato nessuna possibilità di sparo, con una rimessa lunghissima seguendo sempre l’altipiano in direzione nord. Fregati!           

Per fortuna la direzione che inizialmente aveva seguito era quella del rifugio e,  stanchi sudati e sopratutto assettati, arriviamo alla meta.        

Quasi invisibile, eccolo il rifugio, ricavato in un vecchio “stazzu” e coperto da alberi di lentischio secolari. Come promesso Fabrizio recupera le due bottiglie d’acqua. Prima dissetiamo Elsa e poi noi stessi.

Sono le 12.30, la stanchezza si fa sentire e, la temperatura è  da incubo. Vediamo però che Elsa dopo la bevuta sembra di nuovo vogliosa di cacciare. Allora Fabrizio propone di rientrare e  di percorrere al contrario lo stesso percorso fatto dall’ultima pernice e mi dice: – Se la tua teoria è giusta dovremmo trovare le “sorelline” nascoste, e poi nella parte sud dell’altopiano, scendendo circa cento metri sul lato destro da dove siamo saliti, c’è una piccola radura dove potremmo fare l’ultima tappa di riposo. Successivamente  potremo seguire un sentiero che di solito usano i battitori per la caccia grossa, che ci porta in poco tempo sino alla zona fuoristrada. Ribatto: – Anche se non conosco bene la zona, penso che in questo modo risparmiamo energie preziose anche al cane.

Conserviamo una bottiglia d’acqua quasi piena e ci incamminiamo verso il punto prefissato. Arriviamo quasi subito e senza neanche una guidata Elsa si blocca a neanche cinque metri da noi,  Fabrizio  si sposta subito sul lato sinistro e io  sul destro. Siamo troppo vicini al cane ed è meglio piazzarsi bene. Neanche il tempo di fare due passi ed ecco l’esplosione di frulli, cinque pernici volano subito sulla sinistra di Fabrizio, che spara in rapida sequenza e fa un’altra coppiola. Gli spari fanno volare il resto della volata, circa otto pernici. Ma purtroppo davanti a me una pianta di corbezzolo mi impedisce di inquadrarle bene. Comunque provo lo stesso a sparare, ma niente cade. Confermato anche da Fabrizio, il porta, porta, porta, comando dato ad Elsa per il riporto, dà i suoi frutti e recuperiamo tutte e due le pernici abbattute da Fabrizio.

Felici e contenti, ma praticamente distrutti, ci dirigiamo verso la radura che si intravede dall’alto dell’altopiano e, vista la franata di rocce e le piante che hanno coperto tutti i vecchi passaggi, arriviamo a fatica nella zona prefissata alle tredici e trenta circa. Sotto l’ombra di un corbezzolo secolare, prima di fare il punto della giornata, diamo da bere ad Elsa, che per fortuna sembra non sentire la fatica, e  qualche sorsata la gustiamo anche noi. Poi pensando oramai solo al rientro, analizziamo le cinque pernici incarnierate, accorgendoci che sono tutte pernici giovani, nate quest’anno. E’ poi mia abitudine a fine caccia, accarezzare, il muso di Elsa, complimentandomi a voce alta in questo modo:  – E brava!, e brava!, e brava!, e brava!.

Distratti da tutto ciò, e incuranti di un rumore di frasche improvviso, di lato al corbezzolo utilizzato per la pausa, alla distanza di circa dieci metri, da un cespuglione di lentischio di raggio circa sei/otto metri, esce allo scoperto un enorme cinghiale maschio. Infastidito evidentemente dal nostro “chiasso”, si ferma di fronte a noi quasi sfidandoci, il colore è di un nero pece che evidenzia bene il bianco delle grosse zanne. Elsa annusando l’aria davanti al bestione, tenta di avvicinarsi. Per lei è una novità in quanto non ha mai incontrato questo tipo di animali. Il mio urlo spaventato “VIENI QUI” la blocca, spaventando anche il cinghiale, che con un guizzo veloce, esce dalla piccola radura e si infila nel bosco fitto, direi foresta, visti i lecci secolari, proprio nelle vicinanze del sentiero che, avremo dovuto prendere per  rientrare alla macchina.  I commenti di Fabrizio si sprecano: – Quell’enorme cinghiale è sicuramente il responsabile dei  tanti  danni causati ai nostri cani la scorsa stagione, ferendone cinque e riducendone ben tre in fin di vita! E’ talmente furbo che non scappa, aspetta che i cani arrivino nelle sue vicinanze e li carica come farebbe un rinoceronte. Oltretutto non si avvicina mai alle poste, ma si defila quasi sempre in punti impossibili; un vero “demonio”.    

Visto il sole altissimo che ci cuoce le teste, guardo l’orologio, sono già le 14,30, sprono Fabrizio che ancora rimugina sull’incontro  imprevisto e, raccolte le ultime energie rimaste, ci infiliamo nel sentiero che ci porta giù nella vallata nelle vicinanze del fuoristrada, pensando che le emozioni della giornata siano finite. MA NON E’ COSI’!

Ci addentriamo sempre più nel fitto bosco e percorso quasi  cinquanta metri di sentiero, mi accorgo che Elsa è più avanti  di un bel po’, fischio tre quattro volte per richiamarla, ma sento che il campanellino si allontana sempre più nella parte sottostante il sentiero, proprio dove era sparito il grosso cinghiale. Preoccupato per un’eventuale incontro, fischio continuamente. Niente Elsa continua nel suo inseguimento, il che mi fa pensare che stia seguendo l’emanazione del cinghiale che forse trotterella tranquillo in mezzo al bosco. Preso dal panico, inizio a correre in mezzo al bosco tendando di tagliare la strada ad Elsa. Allora Fabrizio, preoccupato anche lui mi blocca, e mi indica uno spuntone di roccia alto circa dieci metri che fuoriesce al centro del bosco e mi dice che, arrivando in quella roccia, si può vedere e sentire tutto anche sino alla valle e, sicuramente il cane potrà sentire il richiamo.

Riprendo a correre, incurante della stanchezza e dei rami che mi frustano tutto il corpo e, in un’attimo, arrivo sopra lo spuntone, sento più in basso di duecento metri il rumore quasi impercettibile del campanellino e prego Dio che quella bestia di Cinghiale non aggredisca la mia cagnetta. Continuo a fischiare, poi, improvvisamente, non si sente più niente. Il silenzio cade su tutto il bosco, quasi a preannunciare qualcosa di funesto. Ho il cuore in gola, non so cosa fare se non urlare continuamente “Elsa vieni qua”!

Nel frattempo mi raggiunge Fabrizio. Anche in lui leggo la paura, Elsa è probabilmente in ferma davanti a quel demonio che aspetta solo il momento giusto per caricarla. Allora a Fabrizio viene un’idea geniale, che di solito praticano i battitori per spaventare anche i cinghiali più duri: – Sparare in raffica successiva molte fucilate, in modo che il cinghiale scappi talmente veloce che il cane non riuscirà a stargli dietro, oltretutto molto stanco, vista la sgroppata tra l’altro non prevista, di quasi un chilometro nel bosco.

Detto, fatto. Il rumore acustico è impressionante, aiutato anche dalla montagna che ci sta di fronte, che fa da cassa di risonanza.

ED ecco la sorpresa: altro che cinghiale! Davanti ad Elsa, partono, come batterie di missili in rapida sequenza, prima otto pernici, poi cinque, poi altre quattro. Il campanellino riprende a suonare e, il cane sentendo finalmente il mio fischio si dirige finalmente verso di me e, dopo un quarto d’ora, è festoso, tra le mie braccia.

Fabrizio: – Marco, sono senza parole, mai avevo vissuto un’esperienza così, ti chiedo solo un grande favore, quando farai accoppiare Elsa, promettimi che mi darai un cucciolo. Il figlio di un cane così, anche se dovesse prendere un centesimo di geni dalla madre, diventerà un gran campione.

Purtroppo, l’anno successivo, un infezione all’utero ha reso sterile Elsa. La sorte eh,  sempre la sorte! Ha sì voluto premiarmi, ma con un cane “unico” che porterà però, i suoi magnifici geni con se.

Unico comunque, sarà anche il ricordo di questo grande cane, che rimarrà per sempre nel mio cuore, indelebile e insostituibile.

Grazie Elsa!.

                                                                                                         Marco Vargiu                    

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2 Comments

  1. Giovanni

    Complimenti ad Elsa!
    Non sono un cacciatore ma l’avventura mi è piaciuta molto.

  2. ninni

    grande elsa….
    il nostro ausiliare rispecchia in pieno il nostro spirito e la nostra personalità.
    la passione per “l’ars venandi” non si può descrivere con le parole …. e soprattutto non può prescindere dalla presenza del nostro amato cane….
    In pochi possono comprendere certe gioie e certe emozioni che loro ci regalano….
    la tua storia lascia trasparire quella giusta alchimia della quale fanno parte in dosi identiche i tre elementi fondamentali :
    selvaggina/ausiliare/cacciatore…
    Ps.il catalizzatore di tutto cio è il rispetto.
    grande marco !

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