CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“Le prove, la caccia e la selezione” di Marcello Villa

Negli anni ’60 quando ho iniziato a frequentare la cinofilia, quella del cane puro, perché fino ad allora i cani posseduti sia da mio padre che miei, come quelli della maggior parte dei cacciatori erano senza pedigrèe, i Gruppi Cinofili locali, le associazioni venatorie, i club di appassionati sorti in diverse città italiane, organizzavano prove per cani ferma.

A bianche con Ligusticus Dero e Ligusticus Dea

A bianche con Ligusticus Dero e Ligusticus Dea

Chi ne aveva la possibilità su selvaggina naturale, ma da metà aprile  a fine luglio, le prove a quaglie la facevano da padrone.

Potevano essere classiche o di caccia pratica, su quaglie selvatiche catturate, di quelle d’allevamento non si parlava proprio, liberate da sapienti “mietitori”, appassionati cacciatori  che ben conoscevano  il loro comportamento ed i luoghi che prediligevano così da farle sentire a loro agio quando posate e, nello stesso tempo scegliere posizioni favorevoli al lavoro dei cani ed al loro involo.

Oggi queste figure non esistono più, non sono neanche più necessarie, intanto le quaglie una volta liberate sono a disagio dappertutto.   I cani non le cacciano ma le fermano quando le incontrano nelle loro regolarissime diagonali, in queste prove, ormai solo classiche, oggi si cerca l’estetica della prestazione, l’esibizione del galoppo, la qualità della presa di punto.

La verifica del resto si demanda alle prove a selvaggina.

I Piani di Praglia sono un altopiano, che si sviluppa tra i 780 ed i 900 m s.l.m. , in prossimità dello spartiacque ligure-padano, di ampiezza adeguata ai tempi, costituito da un ampio prato naturale di montagna, dove l’erba non supera mai 20 cm., con caratteristiche orografiche adatte all’attività cinofila è stato il punto d’incontro dei più evoluti cacciatori, non solo genovesi, di portata storica. Lì si sono svolte  prove importanti: da quelle del Campionato della Federcaccia alle classiche del Gruppo Cinofilo Genovese,  da lì sono passati i pionieri dell’addestramento e della grande cinofilia.

Chi non conosceva Pino Risso, addestratore che aveva il canile ed un albergo proprio adiacente al campo?

Lì potevi incontrare  Angelo Semino con i prestigiosi Ticinensis, oppure Eugenio Girandola che veniva a presentare i suoi pointers alle numerose gare domenicali, o Cajelli a far muovere la sua immancabile setterina rigorosamente da caccia insieme a Erminio di Uscio con i suoi pointer e setter di San Michele e qualche volta anche un ancor giovane Gino Botto.

Ligusticus Cora in ferma su coturnici sulle falde del Monviso

Ligusticus Cora in ferma su coturnici sulle falde del Monviso

E sul finir del giorno le immancabili conversazioni-lezioni nella sala del locale di Risso.

Una grande scuola inserita in una solida tradizione.

Come in altre storiche località, un Parco naturale, istituito alla fine degli anni ‘80 con lo scopo di conservare la biologia e le tradizioni della preziosa area ha vietato e quindi cancellato il campo di addestramento, ignorando insieme alla sua tradizione ed alla sua cultura, l’azione co-evolutiva che la cinofilia, peraltro ivi praticata in modo incruento, svolge per l’affinamento del connubio uomo-cane.

Riguardo alle prove, gli organizzatori erano rappresentanti delle associazioni venatorie, di gruppi cinofili autonomi e del Gruppo Cinofilo Genovese.

I giudici di prova provenivano tutti dalla caccia, preparati con tanta passione e non meno rigore dall’esigente Dr. Fabio Cajelli delle cui conoscenze cinotecniche e cinovenatorie è superfluo parlare.

La caccia era il modello a cui tutti facevano riferimento.

E non è vero che anche negli anni ‘60 non ci fossero galoppi coinvolgenti o percorsi ordinati, c’erano , ma al momento del giudizio, erano posti nella loro giusta dimensione a seconda del tipo di manifestazione a cui partecipavano. Il senso venatorio, la capacità di leggere le condizioni del momento, come si sa nelle aree di montagna frequentemente e repentinamente mutevoli, erano le qualità più apprezzate.  Quelli che dimostravano di possederle finivano in una classifica che metteva in fila i prescelti a seconda delle doti naturali ed acquisite espresse.

Difficilmente si dimenticava che il cane da ferma deve dimostrare in primis di saper cacciare con successo per il conduttore, poi comportarsi sull’emanazione in modo adeguato alla razza a cui appartiene, quindi muoversi di conseguenza.

Anche a quaglie, in un posto come Praglia si potevano valutare tutte queste attitudini!

Ho parlato della mia esperienza tutta genovese perché è quella che conosco bene, ma è anche ciò che nel primo dopoguerra avveniva nel resto d’Italia.

La base della cinofilia venatoria era costituita da  cacciatori e dalle loro associazioni.

E’ vero le prove, specialmente quelle a quaglie, erano un surrogato, ma ancora ricco sia di tecnicità, sia di contenuti pratici e morali.

Gli allevatori, orgogliosi dei loro prodotti, erano più attenti al cane da caccia che a quello da prove, infatti i soggetti che partecipavano a queste ultime erano come oggi una ridottissima minoranza, il mercato vero era quello dei cacciatori,  il cane da prove era quello che oltre alle attitudini venatorie, possedeva quelle stitiche e morali adatte anche ad una prestazione di breve durata in cui era in grado di esprimerle, quindi più raro, una punta qualitativa, candidato a diventare un riproduttore.

Cos’è cambiato in questi ultimi 50 anni?

Direi molto.

La  montagna e l’alta collina italiane hanno subito uno spopolamento in molti  casi totale. Ambienti già asserviti alle attività umane sono  tornati allo stato selvatico, il bosco si è riappropriato delle praterie che in secoli di lavoro gli erano state sottratte, la caccia come altre attività legate alla terra ha subito una profonda trasformazione ed un significativo ridimensionamento.

Sembra proprio che attività primitive quali la caccia, l’agricoltura e la pastorizia a cui tanto dobbiamo in termini evolutivi, almeno in Italia siano sempre più lontane dalle moderne mode culturali che vedono in esse i nemici dell’ambiente.

Fiorisce l’industria agricola, quella delle monoculture, del mais e della soia, dei fertilizzanti degli anti-tutto, dei diserbanti, degli allevamenti intensivi, degli alimenti industriali dove tutto è omologato, dai sapori ai gesti che i consumatori compiono nei supermercati.

Poteva la cinofilia venatoria restare immune da tutto questo?

Le “prove” ormai nella quasi totalità su selvaggina a volte tale e spesso no, sono diventate sempre più “gare” con  maggiore carica agonistica, l’ambiente umano non più costituito da un substrato di cacciatori ormai sempre più spesso assenti, ma da appassionati esteti della prestazione, oppure da professionisti che, impegnati come sono negli allenamenti hanno ben poco tempo per esercitarsi a caccia. Gli allevatori, come è normale che sia, perseguono la produzione di soggetti da prove, in verità gli unici che possono avere un residuo mercato.

Diana a coturnici sulle alpi Cozie

Diana a coturnici sulle alpi Cozie

Viviamo un’epoca dove l’esteriorità vale più della sostanza e questo anche in cinofilia.  E’ vero che le due cose non sono in antitesi, ma per chi non è ben situato dentro all’ambiente, distinguere i soggetti titolati di vero valore da quelli  costruiti in virtù delle moderne possibilità addestrative, è molto difficile.

Le prove continuano a sfornare campioni, i conduttori ne sono logicamente felici, i proprietari possono soddisfare il loro orgoglio, ma alla fine in riproduzione vanno pochissimi soggetti, perlomeno nelle razze inglesi,  a dimostrazione che in qualche modo chi alleva sa scegliere e,  ben sapendo che il grandissimo cane è spesso un’eccezione,  affida le sue speranze a quelle poche punte qualitative che in possesso di una genealogia ben conosciuta e certa, hanno maggiori probabilità di trasmettere le loro doti.

E’ così che le prove, tendono a indicare riproduttori adatti a se stesse, che solo di rado si accoppiano con fattrici valutate in anni di caccia, in luoghi e su selvatici realmente probanti.

Personalmente sono convinto che se la cinofilia è indispensabile per indicare alla riproduzione i maschi maggiormente dotati, la caccia ha la responsabilità di metter a disposizione le fattrici che in realtà hanno una più problematica gestione se avviate alla carriera agonistica.

Se la caccia in Italia avrà ancora spazio questa è l’unica via per avere ausiliari validi e complici nell’attività venatoria, sempre più capaci di esprimere quel concetto di domesticità che tanto ha giovato alla nostra civiltà.

Marcello Villa E-  mail amarcellovilla@gmail.com  E-mail:  ma.villa@tin.it

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1 Comment

  1. Alessandro

    Condivido pienamente le parole di Marcello.

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