CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“L’importanza dei segni” di Giancarlo Bravaccini

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Jack di Matteo Tebaldini

Nella mia famiglia nessuno andava a caccia, per fortuna il bar gestito da mio padre era frequentato da molti cacciatori, quindi fin da bambino ascoltavo i racconti più o meno “infiocchettati” ai tavolini del bar sperando che qualcuno al mattino mi prendesse su con lui.Il primo ad avere compassione fu “Sor Gildo”, direttore di banca in pensione; una zoppia lo aveva costretto a ripiegare per la caccia d’appostamento, ma era stato un gran cacciatore da penna, uno dei primi a possedere un cane da ferma di razza pura (setter). Io gli portavo le gabbie dei richiami (avevo 7 anni) dalla macchina al capanno, in cambio lui mi faceva sparare con il “28” agli isolati mentre quando erano più di uno facevamo le coppiole (uno, due, bum); nell’attesa mi parlava di quando da giovane cacciava le starne con il suo cane.  Poi anche “il Fattorone” decise che potevo andare con lui alla lepre, quindi di fianco a questo omone speravo che a seguito della canizza comparisse l’orecchiona che il Fattorone invariabilmente padellava (era lontana, le cartucce bagnate, ecc.). Anche questa esperienza non mi entusiasmò. Quello che sognavo era andare con la squadra dei pennaioli più importante del bar che era composta dai Pistocchi (Renato e Anselmo), Gianni da Stern (starna) e “la Menga”. Questi vantavano i cani migliori e cacciavano starne fino al 20 ottobre poi solo beccacce. Quindi quando Renato una sera disse “Dmateina e toulen su sto bordel” (domattina prendiamo su questo bambino), io che nel frattempo avevo gia 10 anni, non stavo più nella pelle: passai la notte insonne a controllare la sveglia. Dai 10 ai 16 anni, (cioè fino alla prima licenza) sono sempre andato a caccia con loro (credo di non avere mai lasciato una domenica o altri giorni liberi dalla scuola) e sapendo di essere “ospite” cercavo di assecondarli e di rendermi il più possibile utile. Il mio compito oltre a quello di “portatore”, era soprattutto fare “la posta” cioè marcare le rimesse sia delle starne (in quegli anni c’ erano ancora le famose “macchiarole”) sia delle beccacce.

Si cacciava da buio a buio con una tranquilla determinazione come se fosse un piacevole lavoro.

Tutti gli insegnamenti e le esperienze di quegli anni di gavetta senza fucile li ho ancora ben presenti. Il tipo più carismatico del gruppo era “La Menga”, un omino che parlava poco però, anche a distanza di anni, penso che pochi come lui conoscessero le abitudini e il comportamento della beccaccia, quindi ascoltavo con interesse le poche cose che diceva. Ogni volta che vedeva una “fatta” di beccaccia chiamava il cane, lo faceva dettagliare sull’emanazione imitando con la voce quella sorta di sniffare: “tuf…tuf…tutuf…”. Secondo lui il cane doveva dettagliare la pastura così poteva capire dove la beccaccia aveva sostato anche se poi non c’era più, anche se era del giorno prima, per lui era un segno importante. Ecco perché rimasi sconcertato alcuni anni dopo quando, le prime volte che seguivo gli allenamenti dei dresseur professionisti, vedevo che appena il cane rallentava per un accertamento, con il perentorio “Via, via, via” li rimettevano sul lacet: evidentemente per loro il segno non era importante. E ancora: alcuni anni dopo, quando già facevo cucciolate, ebbi l’onore di dare un cucciolo a “Gianni da Stern” e chiedendo informazioni su come era diventato, mi disse in dialetto: “Bravissum, ma l’ ha un difet: un met mai el nas per terra” (Bravissimo ma ha un difetto: non mette mai il naso per terra). Anche per lui certi segni erano importanti. “La Menga” non ha mai avuto grandi cani, forse perché era più cane lui dei suoi cani e quindi in qualche modo li offuscava e questi non riuscivano ad emergere. “Gianni da Stern” invece aveva avuto la fortuna di avere Tom un setter fortissimo che ha condizionato la mia idea di come doveva essere un cane già da quegli anni: era un fondista eccezionale, con una cerca ampissima, al limite dell’autonomia, quindi bisognava solo seguirlo, la cosa in cui eccelleva erano le rimesse delle beccacce. Mi ricordo ancora che io dal campo di fronte al bosco marcavo il punto della rimessa e non facevo in tempo a comunicarlo a Gianni urlando, che Tom era già fermo di nuovo come se avesse capito le mie indicazioni. Era di un’“intelligenza collaborativa” fuori dalla norma, l’ ho visto con i miei occhi che, quando fermo nella beccaccia da lungo tempo e non individuato (non c’ era il beep) abbandonava la ferma e tornava a “chiamare” Gianni per poi ricondurlo dove aveva lasciato la beccaccia stessa. Altra sua caratteristica peculiare era quella di fare il famoso “orto”, cioè l’aggiramento del selvatico: abbandonava la ferma e accostava la beccaccia dalla parte opposta del cacciatore, in modo da buttargliela contro; questa pratica, anche se in prova cinofila provoca l’eliminazione, nella caccia cacciata, soprattutto nel bosco, permette di sparare con maggior facilità. I fratelli Pistocchi (Anselmo e Renato) erano i più cinofili della compagnia, è da loro che ho imparato maggiormente il rapporto e l’addestramento del cane. Questo lungo imprinting cacciatoresco (ho continuato a cacciare con loro fino a 22 anni) mi ha condizionato, in senso positivo a tutt’ oggi, infatti nelle diatribe tra cinofili e cacciatori pendo sempre dalla parte dei cacciatori e dunque anche per me i segni sono importanti. Infatti il cane che non trascura i segni nella caccia alla beccaccia è utilissimo, è chiaro che  tra il “tuff…tuff…tutuff…” di “La Menga” e il “via via via” dei dresseur ci deve essere una via di mezzo: io apprezzo il cane che in modo, diciamo elegante, mi fa capire dove è stata la beccaccia anche se in quel momento o quel giorno non c’è più (prima o poi ci tornerà) quindi tutti quegli accertamenti che mi permettono di avere informazioni sui movimenti della regina, non solo sono ben accetti ma indispensabili per avere quelle sensazioni di “avere tutto sotto controllo” (o quasi).  Non sempre la beccaccia si palesa, spesso cacciamo dei fantasmi, quindi se le nostre supposizioni cervellotiche sui suoi spostamenti sono avvallate dal naso del nostro cane, la convinzione di seguire la strategia giusta aumenta; ed è grande la soddisfazione quando il frullo conferma tutto quello che avevamo supposto. Tutte queste considerazioni, un cacciatore che ha passato molte ore nel bosco con il proprio cane, le capisce al volo, mentre un cinofilo che si limita a cacciare non più di mezz’ora (altrimenti il cane prende dei difetti) torce il naso al primo accertamento perché “il portamento della testa deve essere al di sopra della linea dorsale, la ferma (in stile) deve essere preceduta dalla filata a testa alta, la guidata non deve mai perdere la tensione ecc…”cosa volete che dica, se ha un cane così….. BEATO LUI.

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6 Comments

  1. mauro

    Sante parole…. scritte da chi,sicuramente, conosce la caccia “cacciata” e i cani cacciatori. Purtroppo,entrambi, “razze” in via di estinzione! Saluti

  2. filippo

    Dicevano:letto,approvato e sottoscritto.Un caro saluto anche da Peg(sorella di Mina),oramai tredicenne,che faceva qualche”tutuf”,ma le beccacce le fulminava,alcune volte a distanze siderali.Un affettuoso “grazie”a te mitico Giancarlo per averci dato l’opportunita’di “entrare in corrente.Filippo e Angelo.

    • GATTONI GIUSEPPE

      Tutto molto interessante….scritto da un
      grande cacciatore e cinofilo come Giancarlo Bravaccini!!!!!!

      • GATTONI GIUSEPPE

        Tutto vero….scritto da un grande cacciatore cinofilo di nome Giancarlo Bravaccini!!!!!!

  3. Alberto Pasquali

    La ringrazio dottor Bravaccini! Quello che lei scrive mette la parola fine a tutte le discussioni che mio malgrado continuo a subire tra cacciatori e pseudo-cinofili. Lei dimostra che cinofilia e caccia non sono alternative bensì una il complemento dell’altra ( a patto che si sappia andare a caccia e che non si abbiano interessi economici ad intorbidire l’acqua ). Terrò i suoi scritti a portata di mano per esibirli ai suddetti pseudo cinofili che provano a farti sentire un marziano. Voglio vedere se si azzarderanno a criticare uno come lei che occupa i primi posti sia come cacciatore che come cinofilo.
    Grazie ancora.
    Alberto Pasquali

  4. Mauro

    Condivido tutto ciò che Bravaccini ha scritto .

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