Iena di David Stocchi

Quel mestiere al ragazzo piaceva poco, ma c’era andato già per due o tre mesi di seguito a pascolare nel ginestreto quando il tempo si guastò e si mise a piovere. Nelle depressioni del prato con gli sparti e i pruni s’era raccolta molta acqua – Le pozzanghere color mattone, dalle quali i primi giorni di temporale Nicola faticava a tener lontano le pecore, si erano illimpidite via via che l’aria rinfrescava, creando in certi punti un poco d’acquitrino.  Ora che il tempo non era buono il ragazzo giungeva tardi nel posto, verso mezzogiorno, e quando la bora non obbligava le sue mani a rintanarsi nelle tasche dei calzoni ruvidi di panno, ricercava sassi a rotula nell’arato vicino e spendeva una parte del tempo a bombardare lo stagno, dove l’acqua era più fonda, fino a che i muscoli del braccio non gli facessero un poco male. Già nei primi giorni di novembre Nicola aveva notato che erano giunti molti uccelli forestieri

– Specialmente tordi, che battevano in una vecchia vigna abbandonata nei pressi del pascolo. Aveva perciò pensato di armarsi di fionda. Aveva già adocchiato gli elastici delle calze della mamma ed ora che l’estate di S. Martino aveva riportato il sole tiepido e l’aveva fatto anche più luminoso che per l’addietro, andava verso i macchioni del fosso della Rubbia in cerca di un ramo a forca. Ce n’erano tra le siepi d’olivella. Passando esaminò per un momento un perastro, ma lo scartò subito quando si fu accorto che la biforcazione del ramo non era perfettamente simmetrica. Attraversò soprapensiero la macchia degli ontani quasi spogli dove il suo mini-gregge s’era animonticchiato nei due mesi di caldo forte. Stava già imboccando il sentiero che mena al fosso quando uno sbattere forte di ali lo fece sobbalzare e arrestare di un passo. Riavutosi subito, s’era dato dello sciocco per essersi spaventato di un uccello, mentre ne seguì per un pezzo il volo falcato. Solo che quella specie d’uccello lui non l’aveva visto mai. A pensare che un altro poco lo prendeva coi piedi!  Le penne, per quel poco che Nicola aveva visto, erano quasi come quelle del falchetto, ma più scure. E anche nel volo gli somigliava… Ma se era grosso! Quasi quasi più della gallina che la volpe s ‘era presa sull’aia il giorno dei Santi.. – il pomeriggio non sembrava voler più finire. Nicola aveva fretta di ritornare a casa e chiedere a suo padre o a sua madre. Aveva già ripulito per bene la forcella di ligustro per la fionda che aveva trovata bella e stagionata in un macchione bruciato. Guardò ancora una volta il sole. Gli sembrò che avesse preso la discesa verso i monti del Carro. Suo padre lo sgridò perché era tornato in anticipo con le pecore e la gioiosa curiosità di sapere subito da lui qualcosa sull’insolito incontro gli si spense dentro. Si amareggiò e decise di chiedere a qualche altro, neanche più a sua madre. Poi pensò che forse domani non sarebbe passato per il ginestreto neanche il “Mutilato’’, che ogni tanto ci andava a caccia, e non seppe resistere. Mentre i cucchiai mandavano guizzi alla fiamma, andando e venendo dalla scodella comune, il padre di Nicola ascoltò quasi indifferente, chiese se l’uccello s’era involato da terra e se aveva il becco lungo, e sentenziò che era una beccaccia.  Il giorno dopo, però, l’uccello negli ontani non c’era e il ragazzo pensò che suo padre si fosse sbagliato a dirgli che la beccaccia se la fa sempre allo stesso posto.  Gironzolò nel punto in cui l’aveva vista volare e se n’andò subito a rivoltare le pecore e la capretta che s’erano date nel campo seminato a grano. Sul confine adocchiò il solito masso e ci saltò a fare la sentinella. In piedi stava scomodo e si scocciò subito. Sedette dal lato col muschio, mise fuori dallo zaino militare che aveva a tracolla il libro ‘‘Cuore’’ e cominciò a sfogliare le pagine che sembravano essere state, pur esse, alla guerra. Finché le pecore glielo permisero, si senti tutt’uno con ‘‘la piccola vedetta lombarda’’. Quando dovette correre a tagliar loro la strada del seminato, badava a non distogliere gli occhi dalla pagina per tenere il segno. L’uccello che suo padre aveva chiamato ‘‘una beccaccia’’ gli s’involò dinanzi con lo stesso frullo rumoroso del giorno prima. Nicola non s’interessò più di quel che succedeva nel campo di grano in erba. Seguì il volo basso della beccaccia che si calò presto dietro un cespuglio, buttò da una parte libro e tascapane e, armatosi di una pietra a schiaccia, strisciò carponi verso la macchia di rovo.  Acquattato dietro, aspettava di poterla scoprire. Così grossa, avrebbe dovuto vederla subito!.. – Col collo stirato nello spasimo di guardare oltre la barricata dei rovi, attese di scorgerla camminare fino a che non gliela fece più col flato e per poco si abbandonò sfinito sulla terra umida. Il fresco del prato lo fece sentire bene. Si erse subito e attese inutilmente. Gli sorse il dubbio che non avesse visto giusto. Strisciando a ritroso si portò nel punto in cui la beccaccia s’era palesata in volo. il cespuglio era quello e non altri. Quando fece per spiare di nuovo con la testa sui rovi, la beccaccia esplose dal nulla e non poté, da quella posizione, neanche seguirne la direzione.  Nicola pianse dentro di sé. Aveva rabbia di essere figlio a suo padre e non al padre di Elfo, lo zio Antonio, che era cacciatore e teneva il fucile appeso in cucina. Immaginò anche di essere il figlio di zio Antonio e di fare da solo e insieme a lui la festa alla beccaccia.  La notte si alzò di nascosto e accanto al fuoco attaccò gli elastici rossi delle calze di sua madre alla forchetta di ligustro. La mattina spari di casa. Nel prato umido trovò molte fatte bianche con una specie d’oliva nel mezzo. Pure le  galline ne facevano, ma le sue là non potevano arrivare.  Dal momento che suo padre gli aveva anche detto che la beccaccia succhia la terra, si chiese se mai potessero essere gli escrementi della beccaccia. Per istintiva prudenza, evitò di sciaguattare nel velo d’acqua che a tratti stagnava nel prato. Si portò sui margini del seminato, dove tante volte andava a cercare i sassi a rotula che facea rimbalzare sulla superficie dello stagno più grande. Raccolse una decina di sassi rotondi della grossezza di una noce. Li ammucchiò. Poi li passò attentamente in rassegna, diverse volte, fino a che la sua preferenza andò ad uno che gli era parso più liscio e più rotondo degli altri. Il ragazzo sembrò accendersi per questo, capriolò sull’erba umida, s’infangò i calzoni di panno. Ma il pensiero improvviso della beccaccia gli fece assumere l’aria severa del guerriero. Si diede una scrollatina ai calzoni, si strinse la cinghia che li reggeva, acconciò per bene il sasso rotondo sulla toppa di cuoio che univa i due elastici e, a passi felini, busto quasi a sfiorare il terreno, andò verso il gruppo degli ontani. Ristette con un piede leggermente sollevato. Il battito delle ali lo disorientò un istante, ma fece in tempo a mirare e lasciò andare gli elastici. Il sasso dovette sfiorare la beccaccia perchè scartò come disorientata. Poi picchiò diritta verso i macchioni dove Nicola raccoglieva i cocci dei vasi delle città morte del Lao e sparì.