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Lo spinone in attività che ne utilizzano le doti venatorie per il monitoraggio di specie selvatiche che popolano le Alpi.

Le tragiche vicende causate dai recenti terremoti hanno offerto all’opinione pubblica l’occasione per apprezzare le manifestazioni di utilità sociale dei nostri compagni “a quattro zampe”. E pur lodando incondizionatamente le qualità dei singoli soggetti e l’impegno dei loro conduttori nel ritrovare coloro che sono rimasti sepolti fra le macerie, colgo l’occasione per richiamare l’attenzione di chi qui mi legge per rammentare l’importanza anche di altre funzioni sociali che vengono svolte dai cani – e nella fattispecie dai cani da ferma – a fronte della folta schiera di coloro che osteggiano l’attività venatoria per cui questi cani sono stati selezionati. E mi riferisco al ruolo mirato ad una moderna concezione di conservazione faunistica, per fornire elementi quali-quantitativi e tecnico scientifici con cui indirizzare e rendere sostenibili i prelievi venatori. Si tratta di un utilizzo che ha come obiettivo il censimento della fauna e che prescinde dall’esercizio della caccia e/o dagli allenamenti e/o dall’impegno agonistico a cui i cani da ferma vengono spesso sottoposti.

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Mi riferisco in particolare ad attività rivolta alla conservazione della tipica fauna alpina che spesso incontra non poche difficoltà di sopravvivenza per un peggiorato habitat causato dall’abbandono delle tradizionali attività di montagna, dal disturbo antropico degli sport invernali, dalla scellerata influenza di bracconieri o anche più semplicemente da mutate condizioni climatiche. E questi interventi sono tanto più importanti a fronte della diminuzione della popolazione alpina dei galliformi, il cui ripopolamento (per ragioni biologiche) è impossibile utilizzando soggetti nati in cattività (ragion per cui nessun comparto alpino potrebbe far spallucce di fronte a questo tipo di problema, confidando nell’ausilio derivante da ripopolamenti “pronta caccia” come avviene ahimé in tutta la penisola con altra fauna stanziale).

E di queste attività conservative – che iniziano in primavera e terminano poco prima dell’apertura della stagione venatoria – il cacciatore di montagna dovrebbe assumersi l’obbligo, pena l’esclusione, in caso contrario, dal successivo piano di prelievo.

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Nella fattispecie si inizia con i censimenti primaverili al canto (in cui vengono conteggiati da punti di osservazione vantaggiosi i soggetti che insistono su di una determinata parcella) e si prosegue con i monitoraggi effettuati dopo la metà di agosto con il cane da ferma, per stabilire l’indice riproduttivo (analizzando l’esito delle covate con il conteggio dei soggetti giovani/adulti e del rapporto fra maschi e femmine).

Da qualche anno partecipo anch’io a queste attività volontarie sia in territori in cui si pratica la caccia, sia in alcune aree protette; in particolare nei Parchi – dove ovviamente è proibita la caccia – un importante metodo per appurare lo stato di salute del Fagiano di Monte (Lyrurus tetrix) avviene mediante l’ausilio dei cani da ferma, utilizzati dai cacciatori.

Le attività di monitoraggio si svolgono in parcelle abbastanza ridotte (da 25 a 40 ettari circa), assegnate a due conduttori, ciascuno col proprio cane e coadiuvati da un accompagnatore.

Come risultato si mira ad ottenere un elevato livello di consapevolezza dell’incontro, perché un soggetto in ferma a centinaia di metri senza che permetta di individuare il numero di individui, sesso e classe di età della fauna oggetto della verifica è completamente inutile. E’ comunque doveroso da parte mia precisare che la stragrande maggioranza dei cani utilizzati nei censimenti sono di razze Inglesi. A questo proposito nelle prime uscite era evidente la curiosità (e la malcelata incredulità) da parte degli accompagnatori non nei miei confronti, ma verso il mio Spinone, stante che di questa razza sull’arco alpino non se ne ricordava neppure la sagoma. Per queste finalità – così come accade in ogni caccia specialistica – è necessario che il cane sia soprattutto esperto sui tipi di terreni in cui deve svolgere la cerca, per identificare i luoghi più idonei all’incontro in base alla stagione, al momento della giornata ed alle condizioni meteorologiche: qualunque cane è in grado di fermare un Gallo Forcello, ma solo un cane esperto nella caccia di montagna sa come affrontare con successo la straordinaria discontinuità dei suoi comportamenti e le sue strategie difensive (e a questo proposito non mi dilungo oltre in digressioni che esulano dallo scopo di questo articolo).

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Quali sono le caratteristiche dello Spinone che rappresentano un valore aggiunto per questo tipo di impiego? Per rispondere sarebbero forse necessarie molte pagine, ma basandomi sulle mie personali esperienze, cercherò di essere esaustivo in poche righe.

I terreni in cui albergano questi tetraonidi variano dalla pietraia coperta di rada vegetazione, al lariceto, alle distese di rododendri, agli ontani nani, ma hanno in comune una caratteristica: un fondo molto discontinuo, duro ed ostico da percorrere perché fatto di un’infinita distesa di pietre sotto un sottile manto vegetazionale che nasconde buche in cui capita di cadere con conseguenze non certo piacevoli. E malgrado la quota vari dai 1500 ai 2300 metri s.l.m., queste pietraie d’estate diventano bollenti ed il ruvido granito delle Alpi Lepontine mette a dura prova le zampe e gli arti dei nostri ausiliari, talché la capacità di affrontare così ostici terreni ha nella riflessiva natura di questa razza e nella sua robusta morfologia una preziosa prerogativa. Oltre a ciò, in montagna il vento ben difficilmente ha una direzione costante e necessita quindi di cani che sappiano sfruttarlo al meglio, certamente non con una cerca geometrica.

Con ciò non voglio affermare che Setter e Pointer non siano idonei a compiere attività di monitoraggio sul Gallo Forcello… ma solo affermare che in questa attività entrambe queste razze difficilmente potranno avere il comportamento che per loro è tipico.

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Al contrario il moderno Spinone, che morfologicamente e per l’andatura di trotto spinto sa “vincere” bene la vegetazione di montagna e che sa adeguare l’ampiezza della sua cerca al terreno che deve esplorare, offre prestazioni ideali per un compito così specifico, ritagliandosi così un ruolo prezioso nella gestione faunistica che amplia l’orizzonte con cui valorizzare questa magnifica razza.