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L’autore con i suoi Gordon

Noir-et-feu. black-and-tan, nero-focato, praticamente… gordon, il mio amore cinofilo, neppure troppo segreto e molte volte apertamente confessato.

Nelle mie cinquanta licenze di caccia, ho posseduto, amato e apprezzato alcuni forti setter inglesi, con i quali, dalle cime selvagge dei monti, attraverso l’oro dei miei boschi e sconfinate risaie, ho praticato con soddisfazione tutte le cacce praticabili con il cane da ferma.

Ricordo Zar, il mio primo cane: mi fu donato quando aveva già otto anni, dalla vedova di una mio maestro di caccia; avevo diciott’anni, e il bel tricolore mi insegnò ad andare a caccia.

Poi Dylan, bianco-arancio amante della caccia alle coturnici e della caccia alla selvaggina di monte. E suo figlio Day, che visse quattordici anni in casa con noi, bellissimo tricolore, specialista e generico in ogni caccia.

Ken, con le macchie nere sugli occhi, stile e passione, indomito “martello” a galli e a beccacce, instancabile e appassionato. Bush, con la bella Sheena, furono i miei setter inglesi più forti a beccacce, specializzati e quasi monomaniaci.  

Ho avuto grandi soddisfazioni da questi setter inglesi che ho adorato. Ma il gordon…

Il setter gordon, per contro, è da sempre un “love affaire”, una questione di cuore, uno di quei grandi affetti  che, nella vita, sono unici, senza tempo e senza condizioni, e che siamo soliti chiamare il “grande amore”.

La bellezza del sericeo manto nero lucido con le splendide focature rosso scuro, i grandi occhi scuri che esprimono e comunicano una bontà illimitata e una fedeltà incondizionata, la lealtà e la dedizione senza ‘se’ e senza ‘ma’ : questo mi fece innamorare a prima vista della razza, insieme all’ottima addestrabilità, alla precocità, alle qualità naturali e alle doti venatorie non comuni: naso mediamente ottimo, galoppo armonioso e instancabile, rusticità che permette al setter scozzese di cacciare per giorni e giorni, senza soste, su terreni difficili e in condizioni meteorologiche avverse. E poi la ferma statuaria, eretta sugli arti, con le frange scure scompigliate dal vento, e il consenso spontaneo e spesso spettacolare, il riporto naturale, il recupero che a volte sa di miracoloso, la tendenza ad appassionarsi a uno o più selvatici e a divenire grande specialista nel cacciarli, il tutto condito da una passione enorme per la caccia.

Ha grande presa di terreno unita a un innato e naturale senso del collegamento, il fischietto serve meno che con altre razze. L’addestrabilità e il desiderio di compiacere il padrone permettono di correggere sul nascere il rispetto di lepre e la (naturalmente scarsa, per propensione) voglia di inseguire gli ungulati.  

Cane di un solo padrone (nel senso che mal sopporta le “cessioni” e i “cambi di mano” o di proprietario), il gordon a questo suo padrone si affeziona enormemente: a lui e, ovviamente, alla sua famiglia, partendo dal nonno anziano (o, come nel nostro caso, la cara “Oma”, la mamma novantunenne di Elly) per arrivare fino ai bambini, ai quali s’approccia con sensibilità ed estrema delicatezza di movimenti: affettuoso senza essere invadente, è dolce ed espansivo fra le domestiche mura o in giardino mentre a caccia è concentratissimo sull’attività venatoria, senza perdersi in distrazioni (“poche palle, ora si caccia!!”).

E’ un cane “naturalmente educato”: per anni e anni ho dormito e dormo in baita con i miei gordon e nessuno di essi, cuccioli o cucciolini compresi, s’è mai sognato di sporcare in casa, quando hanno un bisogno fisiologico ce lo fanno capire sedendosi davanti alla porta e mugolando. In auto stanno “composti”, s’accucciano per tutta la durata del viaggio nella nostra Land Rover Defender con griglia divisoria, per alzarsi soltanto quando si accorgono che siamo giunti a destinazione (o sulla mulattiera sterrata che percorriamo per arrivare in baita).

Niente affatto mordace, assai scarsamente aggressivo nei confronti di altri cani, possiamo definire il setter nero-focato un cane socievole, anzi, una cane “facile”.

Il  germe della febbre nero-focata mi colse, insinuandosi per sempre e irrimediabilmente nelle mie vene, quando vidi cacciare, in risaia, Duca, eccellente soggetto del mio compianto amico e maestro Pino, che tutto mi insegnò sull’arte di cacciare i beccaccini in risaia: con il suo galoppo leggero e armonioso, apriva incredibili lacets nelle stoppie color paglierino andando a fermare con grande sicurezza anche le sgneppe più leggere e difficili. Cacciai moltissime volte con Pino e il bel gordon: piano piano, prima che potessi accorgermene, ero malato e innamorato perso per la razza, desiderando di possedere un black-and-tan tutto mio.

Full, vecchio soggetto di un amico valtellinese, era talmente bravo a bianche, e anche a galli, da convincermi che il gordon, fino a quel momento visto cacciare solo nei risi, fosse anche un ottimo cane per le cacce alpine, con la sua passione, la sua saggezza, la sua prudenza.

Poi, quasi casualmente, il sogno divenne realtà.

Cacciavo sulle Alpi Centrali e in risaia con l’amico Beppe, che avevo conosciuto al Gonzaga, ai tempi del liceo scientifico: Beppe aveva un bel gordon di tre anni di nome Ras, che adoravo, ricambiato da un forte affetto del cane nei miei confronti. Era un cane veramente forte, in ogni caccia in cui l’avevo visto.

Un giorno Beppe, durante una partita di calcio, inizio settembre, ebbe un gravissimo infortunio a un ginocchio che gli impedì, per quasi tre stagioni, di praticare la caccia in montagna a forcelli, pernici bianche e coturnici. A questo si aggiunse una sua (molto) infelice storia d’amore con la mia amica Nina, come ho già avuto occasione di raccontare nel mio Il diavolo nel lariceto.

Mi chiese se volessi cacciare con Ras, finché non si fosse completamente ristabilito, occasione che colsi al volo; nel contempo gli regalai Till, un mio pointer dai grandi mezzi ma irrimediabilmente incosciente nei confronti di burroni, canalon, precipizi e pericoli alpini in genere, cosa che l’avrebbe portato a sicura morte se avessi continuato a portarlo a caccia in montagna dove questi pericoli abbondano e sono in costante agguato. Fu così che, per quattro stagioni, Ras divenne il mio cane, che impiegai spesso in coppia con il mio setter inglese Dylan. I due soggetti, di razze diverse, si integrarono alla perfezione, regalandomi grandi momenti di caccia al monte.

Ras era un vero specialista a galli, un talento naturale, estremamente abile a bloccare, fra drose, rododendri e mughi, anche i galli più vecchi e smaliziati. Fu ottimo cane a bianche: la sua ampia cerca e il suo modo intelligente di affrontare anche le sassère lastricate dalle pietre più taglienti fece in modo che non lo vedessi mai “spedato”, complice probabilmente anche l’abbondante pelo presente fra i polpastrelli: vederlo un ferma, nero e bellissimo sulla candida coltre formata da una spanna di neve gelata, fu uno degli spettacoli più belli che la mia caccia volle regalarmi. Ricordo ancora con immenso piacere il contrasto cromatico offerto dalla bianchissima livrea delle pernici delle nevi con il nero mantello di  Ras le che le stava riportando. Attimi, emozioni, colori e sensazioni indimenticabili, senza tempo.

Buono a cotorne, caccia in cui a inizio stagione soffriva un po’ il caldo, Ras era ottimo a beccacce che lo appassionarono quasi quanto i forcelli. Se a questo aggiungiamo che in risaia, a beccaccini, non sbagliava un selvatico, possiamo dire che fu un cane assolutamente completo, uno degli ausiliari più versatili con i quali io abbia cacciato.

Oltre che al suo modo di cacciare, mi ero molto affezionato al cane per il suo bellissimo carattere e, quando Beppe – ripresosi dalla “scoppola”sentimentale infertagli dalla bella Nina – decise che l’avrebbe portato con sé in Argentina, dove aveva deciso di stabilirsi, confesso che ne soffrii, e molto.

La Kiss del Real Gordon, che venne dopo Ras, fu una cagna molto bella: a caccia non era un soggetto eccellente, ma per anni fece la sua parte di onesta comprimaria cooperando degnamente con i vai soggetti, inglesi o gordon, che ebbi all’epoca. Niente a che vedere con Ras, senza ombra di dubbio.

Di Dutch, meglio noto in famiglia come “la Belva”, ho già parlato in “Caccia a un passo dal cielo”: soggetto di grande naso e ottime qualità naturali, proveniente da un allevamento che si avvaleva spesso di rientri di sangue consanguinei, lo restituii a colui che me l’aveva venduto dato che, essendo divenuto estremamente mordace con i suoi simili e, peggio, con il genere umano, era diventato un pericolo per noi e per gli altri, e una pesante responsabilità: fu l’unico gordon mordace di cui abbia sentito parlare (quando si dice la sfiga…).

Athos del Castellare mi fu venduto, cucciolone, dal compianto amico Paolo Bellandi, stimato allevatore e appassionato della razza. Athos fu un ottimo cane valido su tutta la selvaggina, di monte e a beccacce.  Fu anche un cane con il quale ottenni qualche buon risultato nelle prove a beccacce e su starne, sui nostri monti. Cane tenace, Athos non mollava mai, complice il suo carattere molto forte. Unico suo problema, un accentuato movimento di coda in presenza di selvatici liberati, peraltro totalmente assente quando fermava galli o beccacce.

Dopo una pausa di alcuni anni durante i quali cacciai perlopiù con gli inglesi (Ken, Bush e Sheena), feci la conoscenza di Sandro Doglio, allevatore in Ceresole d’Alba con l’affisso Del Ricciardo. Gli feci visita, rimanendo colpito dai suoi cani nelle vene dei quali scorreva il sangue del mitico Hulan du Buisson au Cerf, il campione con cui Sandro trionfò in Coppa Europa Gordon e in molte altre manifestazioni cinofile. Nelle sue linee di sangue comparivano inoltre Omero di Camporossso, Quasimodo e il pluricampione Nemo Von Heixelberg, nonno di due mie future gordon.

La mia passione per il setter scozzese, mai veramente sopita, riesplose violentemente: quel giorno vidi per la prima volta, cucciola di 40 giorni, la mia bella Jane, che ritirai all’età di 70 giorni, all’inizio di gennaio. La cagnina, di una bellezza sconvolgente, fece innamorare all’istante tutta la famiglia e si dimostrò precoce, docile, dal carattere dolcissimo, desiderosa di apprendere e di compiacere i suoi padroni. Brian, alla seconda licenza di caccia, ne fu subito rapito. Jane fermava in bellissimo stile, consentiva a distanze iperboliche, prendeva una sacco di terreno pur rimanendo sempre collegata (ma questa è una caratteristica comune a tutte le gordon che ho acquistato da Sandro), riportava correttamente con dente leggero (mai “finì” un selvatico ferito durante il riporto) ma soprattutto fu una recuperatrice da urlo: più volte recuperò beccacce ferite che se ne erano andate, anche con lunghissimo volo, apparentemente illese, così come starne cadute rotte d’ala che  affidavano ai piedi la loro salvezza, o fagiani caduti in roveti impenetrabili dai quali la mia Jane li estrasse, vivi e ruspanti, prendendoli delicatamente “per la pelle del culo”, come ebbe a dire divertito il grande amico Tani, un giorno che ci aveva fatto compagnia a Monte Ragola, in azienda faunistico venatoria. Fu un cane al quale impartii pochissimi ordini, lei sapeva sempre che fare, e come e quando farlo. Pelo lunghissimo e sericeo, la Jane fu di gran lunga il cane morfologicamente più  bello che io abbia avuto, in cinquanta licenze suonate: occhi grandi e scuri e bellissimi, con un’espressione buona e leale che, in ferma, diventava “di dolce ferocia”, occhi dei quali divenni innamorato perso a prima vista.

Jane cacciò  con noi per tredici intensissime, indimenticabili stagioni, durante l’ultima delle quali offrì a Brian più di una beccaccia su un piatto d’argento. Il crollo fisico fu però assai repentino, tanto che non cacciò più l’ultima stagione della sua vita, dato che, sotto sforzo prolungato, tendevano a cederle i posteriori: Elly la volle immediatamente in casa con noi, dove visse qualche mese con la solita grande umanità, adorata da tutta la famiglia. Mia figlia Kim – e a volte anche Brian – la portavano a fare lunghe passeggiate; in famiglia, la Grande Vecchia godette dell’affetto e del calore umano di tutti noi, era adorabile ogni volta che, quando scendevo per andare in ufficio (che si trova in casa),  veniva a raccogliere la mia carezza, guardandomi con quei suoi grandi, incredibili occhi. Fu, più che mai, la mia ombra.

Jane morì a causa del negligente errore di un veterinario che, una settimana prima della sua morte, quand’era ancora possibile salvarla, le diagnosticò una tracheite mentre lei aveva un edema polmonare…

Era San Valentino 2017, e il vuoto che ha lasciato è ancora enorme.

Quando la Jane aveva cinque anni, la setter inglese Sheena essendo ormai assai vecchia, acquistammo da Doglio la cucciola Kate, 60 giorni. Kate, vivace e adorabile, divenne una gordon in taglia, e uno dei migliori cani da beccacce che io abbia posseduto. Qualità naturali da vendere, gran presa di terreno, la mia cagnina divenne presto un’”inventrice di beccacce”, che materializzava anche nelle giornate in cui sembrava che le Regine fossero totalmente assenti dal nostro monte: un’incontrista eccezionale, dalla cerca meno regolare rispetto alla Jane ma più “artistica”,  geniale, estrosa, che molto spesso la portava, in base a un suo eccezionale senso del selvatico, ad andare diritta a fermare quell’unica beccaccia presente nei nostri posti di caccia montani. Carattere d’oro, buona come il pane, un cane umano,  innamorata del suo padrone e della famiglia intera, un cane che auguro a tutti di possedere, almeno una volta nella vita.

Siccome la sfiga , quando prende la mira, colpisce sempre nel segno e il destino a volte si accanisce contro chi, come noi, i cani la ama davvero, Kate morì il 15 ottobre 2015, stroncata da un tumore fulminante e maligno, a soli otto anni, quand’era nel pieno delle forze e della sua brillantissima carriera beccacciaia, quando era brava, forte, esperta, micidiale: per evitarle ulteriori grandi sofferenze, chiesi al veterinario di porre fine al suoi patimenti.  Ci soffrimmo tutti, indistintamente, in uguale misura, moltissimo. Una grande pena.

E ora parliamo delle  gordon del presente.

Sioux, che ha quattro anni e mezzo mentre scrivo, è una gordon estremamente completa, dotata di grande talento, che vive per la caccia, appassionata monomaniaca della beccaccia, in possesso di tutte le migliori qualità naturali. Grande stile di razza, olfatto potente, senso del selvatico, forza fisica unita a una taglia non eccessiva, la Sioux è il prototipo del gordon beccacciaio: la sua “esplosione” , ovvero il suo passaggio da ottima cagna cacciatrice a beccacciaia di grande spessore avvenne l’anno in cui morì la Kate, quasi lo avesse sentito, intuito, quasi se ne fosse accorta e avesse capito il nostro stato d’animo. E’ un animale sensibilissimo, pronto a captare ogni nostra variazione d’umore, e al contempo equilibrata, stabile, “quadrata”, coraggiosa: è senza dubbio avviata a divenire un cane eccezionale, inesorabilmente. Così come inesorabilmente blocca e guida con prudenza le beccacce lassù, nel nostro bosco montano, dove è nata e cresciuta come cacciatrice e cagna altamente specializzata nella caccia alla Regina del Bosco. Che Dio ti conservi a lungo, Sioux, piccola gordon dal grande cuore!

May è il presente e il futuro, così’ come la Sioux. Ha 22 mesi, mentre scrivo, ed è un’autentica forza della natura. E’ molto bella, probabilmente la più bella fra i miei cani dopo la Jane, e il cane più affettuoso che io abbia avuto: a casa, perché  fuori, sul terreno di caccia, non ce n’è per nessuno, è votata anima e corpo alla caccia, sua indomabile passione. Ha grande potenza e spinta sui posteriori, cosa che la fa volare nei miei boschi in quota e sui vasti paglioni dove cerchiamo le starne, a inizio stagione. Ha potenzialità enormi da esprimere, e si impegna al massimo per esprimerle. Ferma in ottimo stile di razza, consenso spontaneo (sul quale, col Brian, abbiamo dovuto lavorare appena un poco, all’inizio), la sua aggressiva presa di terreno è esaltante, così come il suo galoppo sciolto, facile, con un buon portamento di testa, alta nel vento, attenta a ogni minima emanazione. Come tutti i cani appartenenti alla sua razza, è ottima riportatrice.

May fermò la sua prima beccaccia (una svernante) quando le mancava una manciata di giorni a compiere otto mesi, per poi ribadire la sua propensione “scolopax” al ripasso, in marzo 2016. Precoce e intelligente, dovemmo faticare un poco a convincerla a dominare il proprio carattere focoso e indomabile: fu lavoro facile e piacevole, la giovane gordon, molto addestrabile, fece assai presto a inquadrarsi, convinta dai nostri metodi persuasivi fondati sulla costante applicazione e non violenti (mai usato un collare elettrico…).

La stagione di caccia, con alcuni fortunati in contri subito, all’inizio di ottobre, servì a completare l’opera: ora la nostra May è “fatta” a beccacce, ed è anche un bello spettacolo vederla guidare le starne. Caccia in modo indipendente con la sua maestra Sioux, con rispetto e senza alcuna gelosia o garosità, come ha dimostrato anche durante questo abbondante ripasso delle beccacce 2017: è un soggetto che, se seguita e guidata con mano sapiente, potrà senza ombra di dubbio regalarci un sacco di ottime soddisfazioni.

E il futuro?

Sarà frutto di una cucciolata che spero di fare con la Sioux, o forse con la stesa May, fra un paio d’anni: ho già in mente un paio di gordon forti da cui farla coprire, mentre nell’intimo della mia mente gordonista sto già progettando la “nursery”, che otterrò adattando quello che tanti anni fa era il nostro pollaio, in giardino, con un gran prato, tutto cintato, dove i piccoli diavoletti nero-focati potranno correre e giocare a loro piacimento, senza pericoli. Il problema sarà, piuttosto, il momento in cui, scelta la mia cucciola, dovrò separarmi dagli altri, che venderò solo a persone che li tratteranno nel migliore dei modi: dovranno giurarlo, su quello che hanno di più caro al mondo…  altrimenti me li terrò!

Per finire, un consiglio per chi non è (ancora) contagiato dalla febbre nero-focata: provate ad acquistare un cucciolo gordon di buona genealogia di cacciatori,  crescetelo come fosse uno di famiglia, portatelo a caccia, vedrete che non potrete più fare aa meno di avere almeno un black-and-tan in canile o, meglio ancora,  in casa.                 

        Per contatti con l’autore email  ardessenze@tin.it — cel. 3483113839           

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