Foto di Angelo Lasagna

E’ destino di chi è chiamato a giudicare esser soggetto a critiche da parte di chi è sottoposto a giudizio.

Così è per i giudici togati e così è per tutti coloro, arbitri o giudici, chiamati a stilar verdetti in tutte le attività sportive e parasportive.

Più che per altre discipline, si prestano ad esser criticati i giudici di prove cinofile, non foss’altro perché chiamati a valutazioni sulle prestazioni, ben poco prevedibili, di un animale, in veste di predatore, condizionate da chi lo conduce, oltre che, e ben più, dal contegno, ancor meno prevedibile, di altro animale in veste di preda.

Non stupisce, pertanto, se da sempre si lamenti, da parte di chi partecipa a prove cinotecniche, la carenza di omogeneità nell’attribuzione di qualifiche e certificati e nella redazione di classifiche.
*
Dino Risi: i critici vorrebbero che i registi facessero films come li farebbero loro, se ne fossero capaci.

Chi critica i giudici cinofili vorrebbe che giudicassero come giudicherebbero loro, se ne fossero capaci.

Omogeneità di giudizio.

Impossibile da raggiungere e fors’anche non auspicabile: ciascun giudice è logico e giusto ci metta di suo quel che ha di sensibilità, conoscenza cinotecnica e cultura venatoria.

Omogeneità di criteri di giudizio.

Davvero auspicabile e, anche se non compiutamente, raggiungibile.

Solaro-Cajelli-e-Colombo..

Queste le condizioni.

1) Chi giudica deve proporsi di valutare, in primis, se l’azione del soggetto sottoposto a giudizio si conforma, quanto al metodo, al terreno, alla selvaggina, al vento. Ciò nella consapevolezza che il metodo non è determinato dalla razza, ma dal terreno, dalla selvaggina e dal vento.

Quale che sia il cane e quale che sia la formula, con i debiti distinguo, del resto sanciti da regolamento e standard.

Stabilita la congruità o l’incongruità del metodo, già si evitano pesanti divergenze fra i giudicati.

2) Chi giudica dovrà conoscere allo stesso modo le razze sottoposte a giudizio e la selvaggina sulla quale sono tenute a misurarsi. Tenendo fermo il concetto secondo cui ciascun cane è chiamato a misurarsi con la selvaggina e non con i concorrenti: dovrà mostrare, cioè, quel che è capace di fare, quel giorno, su quel terreno, con quella selvaggina.

Dovranno pertanto, i giudici, avere la compiacenza, e la modestia, di prestarsi a giudicare soltanto sulla selvaggina che conoscono, o saranno costretti a compiere lacunose valutazioni o a mascherare la loro insipienza ricorrendo a triti luoghi comuni, a reminiscenze letterarie e a sparate sullo stile di razza, per motivare esclusioni o indebite ipervalutazioni.

Parenteticamente, sui cosiddetti “giudici specialisti”. Non potrebbe esser tale qualificato, parrebbe, chi non abbia utilizzato cani a servizio del fucile, per cacciare una certa selvaggina; ma so che non basta: non ne avrebbe diritto chi avesse malamente utilizzato cani inetti o inadatti.

E’ per questo che ho sempre nutrito qualche diffidenza su chi abbia ad esser qualificato specialista e da chi.

a) La decadenza della caccia cacciata – che inevitabilmente si risolve nella perdita generalizzata di cultura cinovenatoria – renderà sempre più difficile ottenere un corpo giudicante in grado di valutare il contegno di un cane, in rapporto al contegno di selvaggina degna di questo nome.

Non si potrà pretenderlo – è certo – da chi, per necessità dei tempi, non avrà cacciato altro che starne con le caccole ai piedi e fagiani da 20 Euro più Iva: ci si dovrà accontentare sempre più se ai giudici si potrà riconoscere capacità di gestire il concorso con serenità ed equilibrio.

b) Quanto alla valutazione dello stile, ad evitare che s’abbia a ricorrere a banali luoghi comuni, va ribadito che comporta buona conoscenza della razza o si finirà per riconoscerne le stimmate soltanto da indebite pretese di ortodossia, anche in presenza di condizioni che non la consentono. Quando non anche da un solo, macroscopico elemento, come se fosse il solo a cui far doverosamente riferimento.

Senza dimenticare, nemmeno per un istante, che lo stile senza rendimento è una proposizione senza senso: lo stile è, semplicemente, il modo con cui ciascuna razza è chiamata a produrre rendimento.

Nelle prove di caccia, in cui il parametro fondamentale di giudizio è il rendimento – quel che i Francesi chiamano efficacité – si chiederà al cane: “Fammi vedere quel che sai fare, poi come lo fai”.

Nelle prove classiche e a grande cerca: “Fammi vedere come fai quel che sai fare”.

Ma, sempre: “Quel che sai fare”.

E’ vero che senza stile non c’è razza, ma senza rendimento si può fare a meno del cane.

3) Stretta osservanza dei regolamenti per quel che concerne il contegno e la correttezza di cane e conduttore.

Su questo sarà lecito pretendere uniformità di giudizio, ben più che di criteri: è fuori il cane non pronto a rispondere alla chiamata del conduttore; è fuori il cane non immobile al frullo o costretto all’immobilità da indebiti interventi del conduttore; è fuori il cane che non rispetta il compagno o che non consente spontaneamente quando richiesto.

Peraltro, il rispetto dei regolamenti impone talora a chi giudica non sempre agevoli interpretazioni.

Il Cap. Secchi sosteneva che i regolamenti son fatti per esser applicati dai sottufficiali, interpretati dagli ufficiali.

Il che non dovrebbe consentire a tutti i giudici di ritenersi ufficiali superiori, autorizzati alle più arbitrarie interpretazioni: interpretare non significa violentare.

Una indebita “interpretazione” di cui spesso i giudici si compiacciono, consiste nel “chiudere un occhio” su errori di dressaggio, con la pretesa, considerata meritoria, di tenere in maggior conto le cosiddette qualità naturali.

L’addestrabilità, la capacità di recepire addestramento è dote naturale, altamente trasmissibile, altamente trasmissibile essendo il carattere che la sottende. Per potere, a cuor leggero, tenere in scarsa considerazione errori di addestramento, occorrerebbe aver la certezza che si tratta di addestramento male impartito e non di addestramento mal recepito o peggio digerito.

Walter Gorrieri diceva che un cane non addestrato è come un libro in cui non è scritto niente: non utilizzabili l’uno come cane e l’altro come libro. E un cane da caccia non addestrabile è un aggeggio che può servire soltanto da pascolo per pulci.
*
Succede anche, sovente, che i giudici, ad evitare la responsabilità e l’imbarazzo che l’interpretazione comporta, applichino indebite quanto diffuse regolette, incuranti di quanto di negativo ne consegue.

Un paio di esempi, per tutti.

E’ invalso l’uso di mettere indiscriminatamente alla porta il cane in guidata, innanzi al quale la selvaggina prende il volo. Ad evitare lo sforzo di valutare se sia stato responsabile il cane dell’involo o se la selvaggina, in pedina, abbia autonomamente deciso di sottrarsi d’ala, per solito si giustifica l’accidente accompagnando il suono della trombetta con la fatidica stupidata – spesso pronunciata a braccia spalancate a simulare sconforto -: “Cane in movimento”.

Gian di Domenico Pensa

Per stare dalla parte dei bottoni, poi, è invalso l’uso di giustificare, sempre, il mancato consenso di cane che dirige la cerca passando oltre il cane in ferma, sul presupposto che non si possa pretendere, mai, che il cane possa occuparsi di quel che gli sta dietro, sotto al vento. Il che non trova per certo giustificazione, se la distanza dalla quale proviene il cane rispetto al sito ove si trova il compagno in ferma sia tale da non ammettere dubbi sul fatto che quest’ultimo rientri nel suo angolo di visuale.

*
Per concludere.

Ritengo possibile, oltre che auspicabile, che s’abbia a raggiungere una ragionevole omogeneità di criteri di giudizio, se i giudici si proporranno di valutare, in primis, la congruità del metodo di cerca; se avranno la modestia di limitarsi a giudicar prove su selvaggina di cui abbiano effettiva conoscenza; se si imporranno la stretta osservanza delle norme comportamentali afferenti al corretto contegno di cani e conduttori.

Il tutto senza utilizzare, per pigrizia od a scanso di responsabilità derivanti da necessità interpretative, indebite regolette non scritte che, se generalmente impiegate, favoriranno per certo omogeneità nelle decisioni, ma rischieranno pesantemente di falsarle sotto il profilo tecnico.