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Di qualunque sorte ci fossero, me lo dimostrò un cacciatore vecchio, qualche anno dopo, nel padule fucecchiese. Lui li ammazzava di qualunque tinta e li classificava. Era un mezzo filosofo e un mezzo poeta; medico in pensione: a settantacinque anni pareva un giovanotto. “ Sicuro –  mi diceva – ci son delle sfumature, nei beccaccini, come in politica”. Si cacciava di marzo nella distesa ampia dell’Aione (1), tutta verde ch’era una gioia del cuore; c’erano stati tanti beccaccini, nei giorni passati, e ne avevan fatta strage.

Ora si spigolavan gli avanzi: eran disseminati in qua e in là: savi, birbi, mediocri… Il restone (2) del “maestro” era in ferma sull’arginello d’una fossa: il dottore mi fece cenno colla mano d’accostarmi: non feci a tempo, il beccaccino saltò fuori e non fece dieci metri che era già morto, e in bocca a Tago. – “Questo è un moderato; alzata a venti metri, la puntata retta abbastanza, i suoi due gangheretti giusti. Si sarebbe rimesso a distanza onesta se lo avessi fatto allungare”. – “Quelli di ieri eran savi davvero”. – “Troppo. Ultra conservatori di destra: aspettavano il piede addosso, uso voltolino. No, con quelli non c’è sugo: quelle son le lodole in amore, quando libran l’ali. Se anche gliela fai di fuori, ti si rimettono a trenta passi”. Mi se n’alzò uno lungo, sulla destra, e lo buttai giù di seconda canna in un ciuffo di vettrici: Tago l’aveva appena “avventato” che era già sull’ali. – “Bravo! – urlò il dotto filosofo, beccaccino onesto: democratico liberale. Son quelli che ci vogliono per vedere un tiratore. Anche se lo sbagliavi, quello lì fuor di vista non si ributtava”.

Io ridevo a quella politica beccaccinistica, ma lui la pigliava sul serio.

Fulminò un serpente indemoniato a una quarantina di metri. Quel fucile aveva tutt’e due le canne strozzate e portava la botta stretta. – “Partiti d’opposizione…” – brontolò fiero del suo trionfo. – “Ce n’è dei peggio” – commentai. – “Si capisce! Due altre categorie almeno. Quello là, per esempio, è della quinta”. Uno s’era alzato, a due tiri e mezzo e andava via pel padule a velocità fantastica, scoccando baci a diluvio che parevan lo stridere d’una volata di frecce: montava verso il cielo, si fiancava, si buttava a picco; lo persi di vista. Il filosofo no: gli tenne dietro cogli occhi strizzati: – “Giù! – disse – l’ho visto. Quello è un pezzo che è in padule ed è stato anche salutato. Se non si colgon di sorpresa, in qualche pastura grassa, quelli non li ammazza nessuno. Quanti ne hai morti,tu?” – “Io nove soli e lei?” Ne aveva quattordici in carniera. – “Non ti sembrin pochi, però, i tuoi nove: hai fatto di bei tiri. Non guardar me; me ne vanno via pochi, ma lo vedi di che colore ho i capelli?”

S’arrivò sull’argine alto del Capannone (3). Sporsi appena la testa… Vvvc vvvc… un diluvio lontano di baci. Dalle prata di là, s’era alzata, sa Dio a quanti tiri, una volata di beccaccini. Intravidi appena il sottocoda biancheggiare a trecento metri. Li seguii un momento: puntini nel cielo, atomi; danzavano, s’avvolgevano, svariarono un istante nel sole, sparirono. – “Gli anarchici – commentò solenne il filosofo – gli inammazzabili. Quelli sono i legionari della morte: si ridon di tutto e di tutti: non c’è gamba che li sorprenda, non c’è astuzia che li raggiri, non c’è fucile che li raggiunga. Dove sono andati? È inutile cercarli. Non ne troveresti più traccia.

1 Porzione centrale del cratere palustre. 2 Definizione toscana generica per cani da ferma, di taglia medio-grande, a pelo piuttosto duro e grande propensione al lavoro in ambienti palustri, abitualmente considerati Spinoni. 3 Uno dei due canali maggiori del Padule di Fucecchio; delimita il cratere palustre a ovest, nelle province di Firenze e Pistoia.