pointer-sPer cominciare restituite all’espressione l’eccelso significato: il puro folle non è che la generosa forza primigenia, non domabile che dal Destino, in difesa dell’umanità, il Sigfrido di Wagner, e non ha niente a vedere con la camicia di forza e la psicopatia.

Sublime concezione, spirituale immagine artistica del Genio.

Cinofilmente – absit iniuria – il puro folle è quel Wing, quel Xocrate, quella Quercia, quella Diva che non hanno nel loro bagaglio né la carta topografica né l’orario colle fermate e le coincidenze, che non vedono nel coltivo di grano di barbabietole soltanto il campo dove manovrare secondo itinerari prestabiliti e cenni diminutivi del conduttore, ma lo spazio da dominare, da violentare per snidare quelle starne che rinnovano al loro olfatto il senso primordiale della caccia; non gabbiarolai certo.

Lo spazio è lo strumento del puro folle che ne trae accordi, come Orfeo dalla cetra; accordi concreti di frulli e di rimesse segnati dallo schianto della ferma e dall’ansia della guidata.

Il puro folle è l’audace che si lancia nell’ebbrezza del rischio, tutto osando perché tutto domina con la virtù della classe, non il secchione guardingo che misura le scarse possibilità preoccupato di sciuparle.

Il puro folle non tiene il salvadanaio cogli spiccioli: ha conto corrente aperto alla Banca dell’Arte e non preleva allo sportello; stacca l’assegno per l’intera somma, l’ultimo magari a vuoto, e scompare per non rimanere a vegetare di mensilità parsimoniose.

Il puro folle sono Campione Daisy quando recupera i contorni scalando le rocce a picco e cade poi esausta, è Paride che coi piedi sanguinanti stampa di rosse impronte i sentieri del Curò, è Fux, caro a Santarelli per il ricordo di competizione titanica al Bondione, con cinque eccellenti non regalati, lui primo! Ma fra i progenitori di Daisy, di Paride, di Fux, il purissimo folle lasciò loro in eredità un capitale positivissimo di cromosomi tutti folli, può darsi, ma producenti.

Puro folle non è ricetta salutare pesata dal farmacista per calmare il mal di denti: è elisir che inebria ed esalta.

Il puro folle non è più pazzo né più stravagante, né inconcludente del cacciatore che non persegue l’arrosto, ma il godimento sportivo: simbolo, non emarginata pratica.

E le prove sul terreno a Grande cerca non sono la “caccia”, sono la sublimazione della caccia: sogno ad occhi aperti in tanto decadimento banale dell’Arte venatoria.

Per lustri e lustri mi azzuffai coi cinofili che non volevano o non sapevano distinguere la sinfonia dalla marcia del reggimento, ma pretendevano magari il pointer galoppare la marcita, ossia il puro fesso; o quel frescone che spappolasse tutta la selvaggina per fermarne uno, uno solo selvatico ma in quel tale modo. Ve lo raccomando lo sciupone che gioca alla Sisal dell’incontro con le economie racimolate gabbando cacciatore, giudice e selvatico!
Ed ora che siamo riusciti finalmente a costituire un discreto patrimonio zootecnico, tale da poter competere con gli stranieri, già nostri Maestri, – non saremo ritornati all’autarchia, per caso? – si afferma che la Coppa Europa non interessa che scarso pubblico…

E se fosse? Il Cervino non è il Cervino perché lo deturperanno con la funivia, ma perché vi fecero dono della vita per domarlo i compagni di Whymper, e non cadde, ma vi morì, Gian Antonio Carrel. E dopo lo scalarono folle – o folli? – dietro quelle orme guardando in alto, verso la vetta.

I cacciatori sono liberi, liberissimi di scegliersi quel positivo, positivissimo ausiliare da carniere che l’incontro all’angolo del campanile fra un maschio ed una femmina ha combinato o l’alchimia dell’allevatore da inserzione ha perpetrato; il cacciatore è padronissimo di cacciare con quel bastardo che a lui serve e sdegnare il soggetto puro anche senza il folle, soprattutto se legge su “Rassegna” certi articoli; nessuno contesta i gusti ed intende violentarli; nessuno contesti però a Cavalli, a Tremolada, a Rettanni, ai due Bianchi, a Speroni, a Ridella, a Humel, a Rasia, a Gregorin, a Pollacci, a Vistarino, a Coppaloni, a tutti e sono brigata, che coi loro sacrifici personali perseguano qualche cosa di più e di meglio: il puro folle a vantaggio di tutti, anche di Fux.

Il quale puro folle galoppa precipitevolissimevolmente, ma sa dove mette i piedi, perché il naso è sempre oltre l’orma: e qui sta il gioco, è questo il Trialer!

Non masturbate la formula sportiva della Grande cerca, è quella che è: genuina e senza sofisticazioni, è la formula del superamento, del sempre più in là, dell’avvenire.

Tutelate la velocità, che nessuno ha mai affermato dover essere fine a se stessa, o rimarrete con un pugno di mosche.

Il Trialer è il virtuoso, è l’eccezione che difende la razza dalla scialba mediocrità, è la fonte cui attingere la rigenerazione nelle fasi di grigio depauperamento, è l’argine contro la decadenza.

O preferite il campione di caccia pratica praticata sulle gabbiarole, quello laureato in terreno preparato, con giudice condizionato e spettatori in euforia domenicale? Quello non è il puro folle: è un puro che comincia per effe, finisce per o e fa rima con lesso.

Puro folle volta a volta: Dedalo, Glauco, Cristoforo, Lindberg, il fanciullo volante.

Puro folle il solitario delle Dolomiti e il gigante dell’Isoard.
Più modestamente puro folle furono Nearco e Mystic, e lo sono tutti quei crack che si ricordano di osare per levarsi su dalla media ad indicare una meta e sopra “il comune gorgo dell’anime” tramandarono un insegnamento che fosse indice delle possibilità.

O forse non è democratico?

No, è soltanto più comodo elevare il comune cane da ferma ad esponente di diminuita passione, attutiti stimoli e assopite capacità.

E’ la cinofilia in una delle sue più significative manifestazioni che sia avvia alla senilità.

All’erta, giovani autentici!

Giulio Colombo Da noi, sulla scena della cinegenetica con il cane da ferma, si può dire che il pointer è rimasto l’ausiliare maggiormente equivocato. (Ho scritto “scena” perché la caccia con il cane, specie da ferma, si presta ad essere spettacolo).

Non cambia niente, anche se si tiene conto dei traguardi raggiunti in campo agonistico e del conseguente credito continentale ed extra europeo che continuano a guadagnarsi i soggetti delle razze allevati nella Penisola, per la considerazione che, nonostante dal 1966 al 1979, secondo i dati ufficiali, la razza abbia mantenuto registrazioni annuali ai libri di origine oscillanti tra le sei e settemila unità e sia regredita a 5703 nel 1980, a 5575 nel 1981, a 5466 nel 1982, essa continua a laureare lo stesso numero di campioni, superiore , in percentuale, a quella del setter inglese che, da noi, detiene il primato di iscrizioni ai libri genealogici.

L’equivoco torna sempre a svantaggio di tutti. Nel caso, dell’uomo che lo commette, del cane che lo subisce.

IL pointer fu considerato la seconda costola di Adamo delle razze da ferma modernizzate. Uscito perfezionato dall’Inghilterra, tutte le migliorò con il suo sangue generoso direttamente o indirettamente.

Tra le razze della specialità, venne ritenuto un purosangue prezioso.

Qualcuno affermò – ma non ricordo se era inglese – che si prova lo stesso piacere a cacciare con il pointer ed a cavalcare il puro sangue. Ma che è inutile montare un puro sangue senza saper cavalcare.

Rilevante è che furono gli Inglesi a considerare il pointer il cane da caccia caratteristico tra quelli da penna, da prendere a modello, se lo battezzarono con un nome sinonimo di ferma.

Quali le qualità morfologiche? Testa scolpita dal cesello del grande artista, corporatura dell’atleta con muscolatura lunga, evidente, rete venosa affiorante, portamento contegnoso. Caratteri atti a rilevare la forza nell’agilità, la fermezza nell’espressione.

Quali quelle attitudinali? L’impressionante esuberanza del galoppo, la decisione dell’azione, l’arditezza della cerca, lo scatto della ferma, l’impeto della guidata. Ma sotto l’alto patrocinio dell’equilibrio psichico per la corresponsione con il conduttore, del cervello raziocinante per la pronta individuazione della visione dei luoghi durante la perlustrazione della corretta utilizzazione dell’organo olfattivo per andare sul selvatico facilmente, senza tentennare.

Il pointer, ausiliare da spettacolo oltre che da carniere, per il modo di interpretare la caccia, non poté sfuggire alla considerazione di cane da grande sport che si accentuò con l’escogitazione dei concorsi sul terreno. Ribadirono che, a quei tempi, nessuno si sarebbe sognato di tenere in canile una coppia di trialers inutilizzabili a caccia, per distogliere dall’opinione che la razza risultasse allevata per le sole field-tials e non per la caccia cacciata.

Lo scopo dell’addestramento all’inglese, “down” compreso, era rivolto soprattutto a tenere in mano soggetti dotati di temperamento eccezionale, oltre che a mirare a prevenire che il cane cadesse in errore durante i vari movimenti dell’aviquerenza.
Nell’isola erano convinti che un buon pointer potesse percorrere un centinaio di chilometri in una giornata di caccia e sui vasti terreni facesse risparmiare passi al cacciatore. Ma la ragione per cui consigliavamo di non iniziare l’addestramento di un pointer conducendolo nel bosco trovava solo riscontro nel fatto che, in terreno ostruente, la correzione non poteva avvenire tempestivamente, non avendo sempre in vista l’allievo. Suggerivamo di passare dai terreni aperti al bosco ed agli acquitrini al secondo anno d’età. Come in ogni paese del mondo che si trovi sul giusto parallelo, anche colà la beccaccia si caccia nel bosco ed il beccaccino nei terreni acquitrinosi ed instabili delle torbiere.

Il trialer Mallard de Rosselande, padre della nota Bonadea di Sant’Uberto, importato dalla Francia da Bruno Bianchi verso la metà degli anni ’40, soggetto che, malgrado il rallentamento del secondo conflitto mondiale, improntò la storia della razza, da noi, terminò la sua carriera a caccia come beccaccista superbo. Il famoso Glad di Giovanni Ratto, campione degli anni ’50, che contava tra gli ascendenti il magico Raton de la Joyette, ancora in attività trialleristica, a novembre veniva condotto a beccacce dal proprietario. Di che pasta di trialer fosse Glad, basta chiederlo al dresseur Gino Botto che lo portò al Campionato Internazionale.
Pointers, da noi, beccaccinisti da manuale, è risaputo, si contano di più che in ogni altra razza da ferma. Ma si era sempre detto che, a tali uccelli, già in patria erano maestri.

Che il pointer tema l’acqua, con il suo temperamento sembra un’amenità. Se in salute e ben nutrito, basta a conclusione della giornata venatoria asciugarlo prima di riporlo in canile durante la stagione rigida, Ma, per chi prende l’ausiliare sul serio, vale per le razze pelo raso o lungo, serico e duro.

Il riporto risulta prerogativa delle razze specializzate per la bisogna. Ma si nasce recuperatore. Riportatore non si nasce, si diventa. Si può avere predisposizione. Però, resta riporto efficace quello eseguito a comando per ovvie ragioni. Anche per non allungare la rimessa a certo selvatico bollettato, oltre che per il rispetto dei canoni della correttezza e, in montagna, alla salvaguardia della propria incolumità.

Era opinione di B.T. Mearns, noto allevatore e dresseur britannico, che il pointer, raggiunti i tre anni e bene addestrato, potesse convenientemente essere utilizzato su qualsiasi selvaggina e qualunque terreno.

Da noi, fu il lombardo Giulio Colombo, setterman, nonché uomo del trialer, a ribadirlo: “in alcuni habitat maestro e ad alcuni selvatici, sempre in condizioni di salvaguardare la fama di ausiliare venatorio generico”.

A prescindere dai migratori blasonati: beccaccino, quaglia, beccaccia, il pointer “che pareva avere legato la sua sorte alla starna” si adeguò agli altipiani della Gran Bretagna che ricettano grouse, tenne banco a selvatici di monte ovunque, primeggiò a colini negli USA, si conformò con lodevole disciplina al fagiano comune in ogni contrada, il più anomalo uccello per cane da ferma oggi in servizio.

Contarono i suoi precedenti di ausiliare per selvatici difficili. Lo conferma B. Lee, giudice, allevatore, conterraneo e coetaneo di Arkwright.

A quei tempi, avendo la bonifica mutato l’ambiente e l’introduzione della macchina il sistema agricolo, la mietitura meccanica rasava le stoppie dei grani rendendo leggere le starne, Lee, osservando i pointers lavorare su quei terreni, con esplorazione veloce e suprema capacità di adoperare l’organo olfattivo, costringendo con la sorpresa gli uccelli a reggere al pulito, esclamò: “Se l’agricoltura e le nuove circostanze non avessero portato tanti mutamenti, chissà se il pointer avrebbe avuto tanta opportunità di rendersi così popolare. Forse no”.

Se si torna ai nostri tempi, gli anni ’60 possono essere considerati gli anni ruggenti della storia della razza da noi, per l’importanza e la produzione di indigeni che, oltre a dominare sulle scene dei concorsi in Europa, segnarono profondamente la storia della razza nella Penisola.

Ma si sa che ogni campione resta figlio del suo tempo e ogni epoca ha il proprio pointer sogno.

Negli anni ’30 risultò Tonino di Suno di Gaspar Voli, soggetto tipicissimo, trialer superbo, razzatore rimarchevole, nato nel canile che aveva attinto alle più celebri correnti di sangue di quei tempi, importando pointers famosi quali Jack Tar, Bully, Good Shot, Blackfield Bobby, Flapper.

L’estimatore di una razza da ferma rimasto sufficientemente pragmatico per non equivocarla e cinegeta per non guastarla all’impiego, si sforzò sempre di essere un accorto interprete degli standards i quali vennero tagliati sul dosso dei soggetti più rappresentativi, atti a tipizzarla, da coloro che la perseguirono e cercarono di mantenere efficiente la funzione per la quale venne ricercata.

Colui che non si confina solo ad idealizzarla, facendone della pura teoria, se ha militato abbastanza a lungo in cinegetica, difficilmente non avrà visto lavorare un soggetto che più di ogni altro gli avrà richiamato la esemplarità degli standards da farlo diventare l’oggetto del suo più ardente desiderio.

Il mio pointer sogno fu Lucaniae Lucki. Per me, il più sublime tra quelli visti praticare sul terreno. Operò negli anni ’60, periodo tra i più doviziosi della cinegetica agonistica, da noi. Si esibì il maggior numero di cracks che vi entrò nella storia signoreggiando.

Allevato da Filippo Rautis e di proprietà di Giuliano Giaconi, titolare dell’affisso “del Brando”, Lucki, maschio bianco arancio, nacque il 10 agosto 1962 da Lucaniae Gaio e da Lucaniae Fronda. Il padre, primo campione assoluto nazionale della razza, proclamato con regolamento dell’ENCI entrato in vigore nel dopoguerra, era figlio del noto trialer Florent du Harlay e di Lucaniae Bella. La madre, CAC in Espò, era sorella del Campione Trialler Lucaniae Fast, progenie dell’importato danese Romby Fiks annoverato tra i più completi razzatori di tutti i tempi, e di Valiant Ala, figlia dei leggendari Barnabè de Valesia e Ora del Doro, Campioni internazionali di lavoro e bellezza.

Condotto dal dresseur Pirro Sinibaldi, ebbe carriera folgorante. In dieci giorni conseguì le distinzioni per accedere a tutti i titoli di lavoro a disposizione della razza. Fu campione trialer e campione nazionale ed internazionale di lavoro. In un anno completò le distinzioni per il titolo di bellezza. Venne proclamato campione assoluto. Aveva 31 mesi d’età e stabilito un primato difficilmente eguagliabile.

Compendiava al massimo grado la saggezza della razza e le qualità del fuoriclasse: precocità, equilibrio, sicurezza, grande azione, velocità, potenza olfattiva, portamento e fermezza pointer.

Più che antagonista da battere risultò lo standard cui confrontarsi.

Fu ausiliare impareggiabile, d’intelligenza venatoria suprema. Lo testimonia Dante Trebbi, amico schietto, cinegeta valente, fortunato titolare dell’affisso “del Vincio”, che allevò femmine dalla carriera da maschi: Kae, Jannette. Lucki sapeva adattare la cerca rapida, con stupefacente visione dei luoghi, a terreni giudicati inadeguati alla grande azione del trialer. Durante due mezze giornate di caccia, in Jugoslavia, con una ventina di incontri su terreni naturali di caccia, non gli venne addebitato uno sfrullo. Dominava vento e terreno con l’eleganza e la determinazione del super cane anche nei luoghi ingombrati, colà, da tradizionali muretti a secco a dividere i beni e da boschetti, andando a sorprendere i branchi con autorità a distanza in quelle adiacenze e condurvi a tiro con guidate a strappi da fare accapponare la pelle.

Trebbi racconta che fattosi sotto per servire il cane scattato in ferma mentre perlustrava un avvallamento scosceso, colpita malamente una starna e vistala defilarsi di pedina, ordinò il riporto. Il pointer non si mosse. Rinnovato più forte il comando, frullò un’altra starna che abbatté. Anche Lucki eseguì la mansione. Raggiunse la ferita che recuperò e, rintracciata la seconda, le adattò entrambe in bocca, riportandole ai piedi dello sparatore con serietà e compostezza da retriever.

Quindici giorni dopo, alla prova a grande cerca di Pola, si affermava entusiasmando da par suo, conseguendo il CACIT che lo avrebbe laureato Campione Internazionale. Lucki morì prematuramente. Per errore o fatalità.

Con Appia 6° generò Lut della Steccaia, campione internazionale trialer. Ma non ebbe agio di riprodurre appieno un patrimonio incalcolabile anche per il valore degli ascendenti.

Comunque, per gli estimatori della razza, continuerà a restare una pietra miliare della storia dell’allevamento in Italia. Per me, anche il pointer sogno, l’ausiliare redditizio e spettacolare, come venne perseguito in Inghilterra, capace di elevare la caccia a grande, affascinante sport, quello che il cacciatore esigente con il cane da ferma non cesserà di desiderare, nonostante le contingenze della organizzazione venatoria di qualsiasi paese.

Felice Steffenino