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Bravaccini serve Seoul e Figo della Trabaltana fermi su beccaccia

Come già da molti anni prima della guerra, anche in quel dicembre del 1948 eravamo partiti per la consueta gita di caccia di fine d’anno in Puglia. Erano gli anni fiammeggianti della nostra più accesa passione, che tutto ci faceva, se non dimenticare, per lo meno momentaneamente accantonare, dagli affetti familiari, al lavoro e agli affari. Quando arrivavano quei fatidici giorni attorno il 20 dicembre, nulla poteva più trattenerci. Era una febbre frenetica, irresistibile finché, dato un abbraccio alle dolci spose, non correvamo via verso quella allora meravigliosa, selvaggia terra di Daunia, che sembrava attenderci come un’amante segreta, per offrirci le più esaltanti gioie di Diana.

Il “nostro” vecchio Gargano ci attendeva, favoloso e mitico, con la sua selvaggia corona di foreste, con la sua sterminata marea di paludi. Oggi si va e si torna da Ancona al Gargano nell’ambito della stessa giornata. E noi sporchi, laceri, irsuti, affamati, mai domi dall’alba al tramonto di ogni giorno, per tutti quei giorni, tornati felicemente selvaggi in quella terra divinamente selvaggia, sulle ali della più bruciante passione non conoscevano né soste né ostacoli. Tutto il Gargano, tutte le sue selve silenti, tutti i suoi boschi profondi ed i suoi più impenetrabili marrucheti non ebbero segreti per noi e ci videro, col tepido favonio, o sotto la sferza bruciante della bora, sospinti dal sacro fuoco di Diana, senza tregua, implacabili sull’orma dei selvatici, che pur tanto amavamo, vivendo intensissimamente episodi ed infinite avventure ora strane, ora comiche, a volte drammatiche, che oggi co-stituiscono la trama di un sogno meraviglioso realmente vissuto. In quella gita di fine d’anno 1948 mi era compagno Peppino Fantone, esperto e completo beccacciaio, canna di prim’ordine, amico cordiale. Eravamo alloggiati a Cagnano Varano, presso l’osteria di Santino. Stavamo già cacciando da tre giorni e quella sera, a tavola, dopo i soliti commenti sugli episodi della giornata, un silenzio permeato di malinconia gravava tra noi: era la vigilia di Natale ed il nostro pensiero correva commosso alle case lontane. Fu in questo nostro intimo raccoglimento che comparve Criscuoli. Era questi un commerciante del luogo che ci aveva già usate ripetute cortesie. Prendendola cerimoniosamente alla larga, Criscuoli concluse il suo dire pregandoci vivamente di portare con noi a caccia, il giorno dopo, un suo conoscente giunto quel giorno a Cagnano, privo del cane e poco esperto dei luoghi. Restammo interdetti. L’idea di cacciare con un estraneo non ci sorrideva affatto. A noi piaceva cacciare quasi totalmente isolati, uniti solo dall’eco lontana dei nostri colpi. Comunque, quando si cacciava vicini, l’affiatamento e la buona tecnica raggiunti ci soccorrevano nel raggiungimento delle più alte soddisfazioni venatorie. Con un estraneo, tutto ciò era impossibile. Ma Criscuoli, bruciando i tempi, andò immediatamente a prendere il suo amico per presentarcelo. Non c’era più scampo! Come lo vidi, mi si strinse il cuore! Era il più perfetto tipo di iettatore che si potesse immaginare! Assistei allibito agli accordi pel giorno dopo. Anche Peppino era di pessimo umore; “Brik”, sotto il tavolo, ne subì le conseguenze. Quel Natale ci si presentava sotto pessimi auspici! La mattina partimmo che era ancor notte. Il cielo profondo e stellato prometteva una bellissima giornata. Eravamo in quattro: Peppino, io, l’ospite e Domenico, un uomo del luogo che ci portava il sacco con le cibarie per noie per i cani, le munizioni di riserva e qualche ricambio. La nostra meta di caccia era Coppa di Mezzo, a circa tre ore di marcia da Cagnano. Ci avviammo in silenzio. Il vento del mattino faceva rabbrividire. io, seccato per quella sgradita intrusione, lungo i primi costoni provai a dare qualche strappo in salita pel gusto di mettere in difficoltà l’ospite. Fu in uno di quei tentativi che mi franò un sasso e rimediai una violenta stincata che mi triplicò d’incanto il numero delle stelle che brillavano in cielo! Peppino ebbe un malizioso sorriso. Quando ormai ci si vedeva, cominciammo a salire un vasto canalone boscoso dove, regolarmente tutti giorni, levavamo 5-6 beccacce che, vuoi per l’ambiente sfavorevole, vuoi perché disturbate, erano leggerissime ed intrattabili, tanto che non ci perdevamo mai tempo a cacciarle. Quella mattina però, anche perché in maggior numero, tentammo di sfruttare la situazione. Eravamo a metà del canalone, ma ancora non si era vista una beccaccia. Giungemmo quasi alla fine e ancora nulla! Fui io, questa volta, a buttare a Peppino un’occhiata densa di significato. Ma, proprio in quel momento, una beccaccia lunga e veloce si levò dal sommo del canalone. Peppino scattò in una rapida stoccata, ma, in luogo del colpo, udimmo un tragico clik! Il rapido esame del fucile dimostrò subito la frattura del cane della canna sinistra! A questo punto non potei trattenermi e, preso Peppino in disparte, gli esposi come, essendosi i miei dubbi sulla capacità iettatoria del nostro uomo trasformatisi in assoluta certezza, non intendevo continuate a rovinarmi la giornata di caccia e che pensavo, quindi, di allontanarmi a poco a poco per cacciare da solo verso i parchi, sull’altipiano che si estendeva sino a S. Nicandro. E così feci, spostandomi sulla destra, sino a perdere contatto. Ai primi parchi, le prime ferme di Lori e le prime beccacce in carniere. L’opprimente cerchio della jella sembrava finalmente un ricordo! Lori, la grande indimenticabile “Lori da S. Severino”, cominciò ad esibirsi, protagonista d’eccezione assieme alle beccacce, in una vastissima gamma di azioni esaltanti. Erano beccacce impaesate e, pur non essendo molto infastidite, dettero a Lori e a me, molto filo da torcere con le lunghe pedonate, che mi variavano continuamente il piazzamento, sorprendendomi, col frullo, più volte in contropiede. Era una lotta avvincente tra cane e beccaccia, sul filo della più elevata, reciproca maestria! Ed io ero così preso e concentrato dal susseguirsi continuo delle azioni che, senza accorgermi, giunsi sul limitare del ben noto parco di Pila. Solo a quel punto compresi quanto tragitto avevo percorso. Guardai l’ora: erano le 13 e 20 ed il tascone cominciava a pesare! Mi guardai attorno per cercare un luogo adatto per fare colazione. Ovunque era un incanto ed era il giorno di Natale! Un Natale dolce, dal cielo purissimo di lucido cobalto. La calda luce del sole si diffondeva nel bosco con una luminosità così intensamente dorata che accendeva pazzamente i toni rossi, gialli, bruni e arancione del bosco, dipingendo uno scorcio di una bellezza suprema. Sullo sfondo la cerulea serenità del lago di Varano e del mare e su tutto un silenzio immenso, irreale, dal cui sottofondo, a tratti, affioravano gli echi sommessi dei campani delle mandrie lontane! Ovunque era bellezza, ovunque infinita armonia! Ero commosso, profondamente commosso e felice: immensamente felice! Fu allora che il mio pensiero ebbe un attimo d’angoscia e corse alla casa lontana, alla dolce sposa, alle mie bimbette: Valeria e Daniela. Sentivo in quel momento un vero rimorso per essere lontano da loro in quel gioioso Natale. Mi sentivo colpevole, ma sentivo anche tanto vivissimo affetto e riconoscenza immensa per loro che, nella loro bontà e comprensione per questa mia smisurata passione, mi avevano permesso di vivere quegli istanti di felicità totale… Trovai una verde radura protetta da alti scogli da un lato e tutto attorno circondata dal rosseggiare del bosco. In mezzo ad essa una candida pietra invitava al riposo. Messo il fucile in sicura sedetti e, dato da bere a “Lori”, mi accinsi a far colazione. Per prima cosa però, sia per necessità di vuotare il tascone, sia per intimo piacere, cominciai ad estrarre ad una ad una le beccacce. Senza alcuna fretta, pettinandole con la mano per ricomporne la nobile livrea, le allineai con cura sul terreno verde del prato. Erano otto. Le riconoscevo tutte, rivivevo ancora una volta i singoli episodi e tutte le emozioni provate: quella piccola, bruna, era quella frullata veloce e lontana come una pizzarda. Quella tutta rossa aveva fatto una interminabile pedonata. Le due, che intenzionalmente avevo affiancate, erano il frutto di una coppiola, cosa non rara allora nelle zone di svernamento. E così via, una per una, sino a vuotare il tascone! Si proprio sino a “vuotare” il tascone! Fu a questo punto, infatti, che il dolce peregrinare del pensiero ebbe un brusco richiamo alla realtà: il tascone era vuoto, assolutamente, disperatamente vuoto! Nella fretta di allontanarmi, al mattino, avevo dimenticato di prendere dal sacco la mia colazione! Una disperata angoscia, alternata agli stimoli del più crudo appetito, misto a rabbia e dispetto, si contesero il mio animo ed il mio apparato digestivo. La vendetta dello iettatore continuava ancora imperterrita! Cercai di calmarmi, considerai la situazione: non una casa o una masseria nel raggio di molti chilometri! Bisognava fare buon viso a cattiva fortuna, e pensai di consolarmi con una buona sigaretta. Affondai le mani nella tasca sinistra. Ma… ma… che cosa era quell’oggetto molle e viscido che mi sfuggiva di mano? Restai senza fiato: il pacchetto delle sigarette era fradicio ed impastato dalla guazza del mattino, assolutamente inservibile. Iettatore maledetto! Amareggiato, sconfortato, affamato, circondato da quella immensa solitudine, che ora mi sembrava ostile ed arcigna, mi sentivo profondamente avvilito. Il pensiero corse, allora, alla casa lontana come ad un estremo conforto, ma subito mi accorsi che, in quel momento, la soavità degli affetti svaniva alla improvvisa intuizione di come, in quello stesso istante, la casa, la dolce casa dovesse essere pervasa dalla fraganza… dei cappelletti, cui avrebbe fatto seguito, probabilmente, l’estasiante profumo di un tenero cappone nobilmente dorato, da affogare con rosso lambrusco. E poi, perché no? poteva seguire qualche ghiotta trancia di grasso capitone, croccante tra le foglie d’alloro, valorizzata, poi, da un bicchiere di classico, verdicchio dei colli di Jesi. A quei pensieri feci sforzi supremi per non esplodere, proprio in quel mistico giorno, in espressioni indegne di un uomo civile… Provai ancora a dominarmi e, mentre ragionavo tra me, istintivamente le mani frugavano nelle tasche.

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Asia della trabaltana su pernice nordica

Vuotai il taschino: c’erano i soliti medicinali d’emergenza, la bussola… tre stuzzicadenti (!) e due piccole cose appiccicate tra loro. Le esaminai meglio: erano due pasticche del Re Sole! E fu così che, in quel magico Natale, nell’ora in cui tutte le famiglie, lietamente assise attorno al fragrante desco natalizio, gioivano in gioconda e ben augurale atmosfera, esaltata dalla ghiotta bontà delle appetitose vivande, io, solo, derelitto in uno sperduto bosco del Gargano, con voluta lentezza, devotamente, consumavo il mio pasto: due pasticche del Re Sole! La ironica comicità della situazione mi fece sorridere e mi volsi verso la carissima “Lori” sdraiata al mio franco. Non ero solo: avevo il suo affetto sincero e profondo. Alla mia carezza rispose con due brevi colpi di coda. Ma, meglio osservandola, mi accorsi che la pointer aveva sollevato la testa: sembrava quasi in allarme e in ascolto. Tesi l’orecchio. Si percepiva, infatti, uno strano ticchettio sulle foglie secche del terreno, più in basso al di sotto degli scogli. La cagna si alzò sospettosa e, cautamente, scomparve dietro i massi. Istintivamente presi il fucile e tolsi la sicura. Attesi un po’: nulla, solo silenzio! Anche il campano di “Loti” taceva! Ebbi un dubbio. Mi abbassai aggirando gli scogli: “Lori” era li, in ferma marmorea, naso alle stelle! Compresi tutto! Mi buttai rapidamente in avanti attraverso il bosco che, in quel settore, era quasi totalmente pulito. Lunghissima, come prevedevo, frullò una beccaccia, tutta rossa nel sole, innalzandosi veloce tra le secolari arboree colonne. La stoccata di sinistra la fermò sullo sfondo azzurro del cielo e cadde ad ali rialzate come in segno di resa. In un attimo dimenticai tutto. Finita la stanchezza, finita la fame. Il fuoco, il sacro fuoco tornava a divampare, di nuovo rovente. Ripresi a cacciare febbrilmente come se avessi iniziato in quel momento. La notte mi sorprese mentre inseguivo una indiavolata beccaccia sulle più basse pendici del bosco, tra S.Nicandro e Cagnano. Giunsi finalmente alla strada. Proprio davanti a me era la pietra miliare. Alla luce della lampadina tascabile lessi la scritta: Cagnano V. Km. 8! Ebbi ancora un momento di sconforto: otto chilometri cacciando sono niente, ma su strada, alla fine di quella giornata erano tanti! Erano quelli, tempi calamitosi. In quel contrade si avevano ancora episodi di banditismo e sulle montagne era facile trovare strani tipi che se ne andavano armati di moschetto. Pensai che era meglio tirare diritto: Misi la cagna al guinzaglio, 2 cartucce a pallettoni nella doppietta e via, passo su passo, sotto la volta del cielo incredibilmente sfavillante di stelle.

Le dodici beccacce nel tascone facevano sentire il loro peso, ma proprio quel peso mi dava lena e conforto.

Era stata una meravigliosa, indimenticabile giornata di caccia e, quello dello iettatore, era un comico episodio in più per la mia “riserva di ricordi”. Giunsi finalmente a Cagnano. Peppino aveva già cenato ed era andato a letto. Quando gli chiesi come era andata, mi lanciò, nella scarsa luce della stanza, uno sguardo scuro e corrusco e, mentre si rivoltava, lo udii mormorare sorde parole di minaccia contro tutti gli iettatori del mondo!

Non chiesi altro! Cenai voracemente in un attimo e, poco dopo, un sonno profondo ed infinitamente felice metteva fine alle avventure di quella memorabile giornata.

La mattina dopo, sul costone della Juncarelle e di Bosco Quarto, Peppino ed io ridevamo allegramente di quello strano pranzo di Natale!

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