CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Una preda per chi non cerca solo di far carniere di Vincenzo Celano LE BECCACCE DEL SOLSTIZIO

Foto di Mario Salomone

I miei vecchi dicevano che a S. Lucia il giorno aumenta di un passo di gallina. I miei vecchi, analfabeti o quasi, non leggevano i lunari, ma, come la beccaccia e tutti gli esseri profondamente radicati nella natura, il tempo lo sentivano nella pelle. Ma i lunari, con la loro pretesa scientificità astronomica, che cosa in fondo avrebbero potuto attestare di più e di diverso? Semplicemente che il sole avrebbe arrestato la sua marcia a ritroso una settimana dopo anziché una settimana prima, e che l’astro che fa il giorno si sarebbe, il 21 dicembre, come fermato un momento per riprendere lentamente a marciare in avanti.

In fondo il solstizio d’inverno è un po’ “l’ultimo sole” dell’anno che si appresta a morire, e per il cacciatore di beccacce era/è un tempo che fa da confine tra discesa autunnale e svernamento. Sta di fatto che eventuali tramuti e spostamenti erratici della beccaccia determinati da cambiamenti meteorologici sono stati sempre considerati briciole di una manna che riguarda l’appassionato di palato fine, che spia in sordina e si gode quello sgocciolio in gelosa e, se può, beata solitudine. In questo scorcio di fine e di inizio d’anno, l’allungarsi del giorno è ancora poco percettibile. Anche l’intensità della luce permane discreta, e le gonadi di sua maestà la beccaccia non hanno preso ancora a fare certi vellicamenti pruriginosi. Il tempo dell’amore e del ripasso è di là da venire, anche se a breve. Pertanto la nostra beneamata dal lungo becco è disposta a sostare se la natura del paese l’accoglie e l’armistizio, che abbassa la febbre della ricerca, riporta la tregua nelle campagne. Lei lo cerca, e anzi lo brama di questi tempi, il solicello smarrito, che quando ritrova vigore ristora le membra e svincola il suolo dalla presa del gelo. La beccaccia, si sa, è un’epicurea che passa la vita a occhio di sole. Però con le beccacce del solstizio non c’è niente di definito e di prevedibile. Sono mercanzia riservata a chi conosce il serio pretesto della caccia, a chi cerca, per essere più chiaro, sensazioni diverse dall’ammazzare e dal far carniere. I tempi della beccaccia sono come i tempi dell’amore. Dell’amore, chi lo sa fare, conta non solo il “prima” e il “durante”, ma anche il “dopo”. In questo tempo di solstizio siamo appunto al “dopo”, perché abbiamo ormai a che fare con uccelli selezionati, sopravvissuti alle insidie del maltempo, dei predatori e alle fatiche delle lunghe trasferte, nonché usciti indenni dalla maggior pressione venatoria dell’epoca della migrazione a scendere. E, dunque, devono poter servire di pretesto per tenere desta la fiamma della passione nel mentre ci si gode la campagna come un’amante fedele e placata. Senti dire: “Non c’è più niente… anche per quest’anno è andata”. Ma tu sei uno che non vuoi deprivarti dei sogni. Le gambe senti che vanno, il cane pure ha buoni garretti, certamente meglio dei tuoi, e ci mancherebbe che non fosse così.

Questa coda dell’anno è, o dovrebbe essere quando le stagioni non cambiano connotati, anche tempo di neve. Quando lo strato nevoso si là alto e il termometro scende sensibilmente, il problema che alla nostra beccaccia si pone è sempre dove affondare il becco. Sono momenti in cui puoi imbatterti in più di qualche beccaccia, ma non sono circostanze facili per il lavoro del cane. Le sue capacità olfattive vengono solitamente complicate e messe a dura prova dalla particolare congiuntura climatica Che rende bizzosi l’umore e i comportamenti di questi uccelli, che non sai mai di sicuro se sono elementi della retroguardia migrante o individui stanziali Che si fanno pendolari tra il piano e il monte.

Capita proprio nei giorni di gelo d’incontrare beccacce in quota, insediate per lo pin in tagliate giovanissime di cerro ben soleggiate. Non insolito che il terreno vi mantenga condizioni più che accettabili di alimentazione e di vita, protetto com’è dalla ramaglia e dalle foglie secche, ma tarde ad abbandonare la pianta, e che con la loro tinta piuttosto scura immagazzinano benefico calore.

Quel giorno sotto Capodanno la neve era stata solo una spolverata subito dissoltasi. Di pomeriggio il sole sfarinava la sua luce fino a inondarne il cerreto. Come la sciolsi, la setter insisteva a voler andare in una certa direzione. Sentiva, come d’uso nella sua pelle navigata, che da quella parte stava la beccaccia. Ma le impedii di andarci: c’era gente che faceva legna e noi saremmo stati di troppo. Quando pin tardi tornai nei pressi per riprendere la macchina, la sfera del sole era come sospesa a due palmi sull’orizzonte, grossa e rossa assai. La setter approfitta della mia distrazione mentre riponevo il fucile nel fodero per dileguarsi. Aveva qualche pensiero, lei, che non l’aveva abbandonata per tutto il tempo della caccia.

Non sentivo din il campano. Provai a chiamarla pin volte. Non venne. Provai con un fischio più energico.

Udii due o tre rintocchi. Venivano dalla spalletta dove prima le avevo impedito di andare. Al mio richiamo risentito si era scossa, combattuta tra il restare in ferma e il venire. Per far presto a sfoderare la doppietta e a prendere due cartucce ci misi il doppio o il triplo del tempo, e almeno cosi mi parve. La setter era adagiata sul pendio come un foglio di giornale che rimane sollevato e teso solo dalla parte rivolta verso l’alto. La beccaccia Si disegna nitida contro la sfera del sole. Rossa e grossa cosi, la sfera del sole, non l’avevo mai vista, ma non abbagliava.

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Da: Rawdon B. Lee, Storia e descrizione dei cani moderni – Tomo razze da caccia, vol. II, IV edizione, Londra 1906. Traduzione di Romano Saladini Pilastri.

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2 Comments

  1. massimo soria

    Per chi,come me,ha divorato collezioni annuali di Diana , sà bene chi è Vincenzo Celano . La sua scrittura fluida , la sua profonda conoscenza della caccia , sopratutto a quella della Regina , fà di lui uno scrittore che leggeresti sempre e comunque . Grazie a Lui per farci beare di stupendi scritti di narrativa venatoria .

  2. Il prof. celano e’ indiscutibilmente non solo il mio punto di riferimento “BECCACCIA” ma per me e’ stato il piu’ vicino alla corretta funzione del cacciatore ma sopratutto del cane alla ricerca della famosa ” MORDOREE ” isaccolanna@htmail.it

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