CACCIATORI DI MONTAGNA DI BECCACCE E DI BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Premessa alla proposta di modifica dell’attuale legge sulla caccia

Coturnici e pernici (40)

Le starne bisogna volerle

Prima di avventurarci in una disamina relativa all’organizzazione sul territorio, con la sua genesi,  le sue motivazioni e la sua attualità, bisogna ricordare a tutti un  paio di cose: 1) Sono anni che i cacciatori hanno paura del cambiamento e preferiscono restare immobili, ma probabilmente è venuto il momento che se non ci si muove si muore 2) La legge che disciplina l’ingresso ad uso venatorio dei terreni privati, in Italia è unica al mondo, e fu promulgata nel ventennio fascista.  Tale e quale pervenne ai posteri come si riscontra nell’art 842 del vigente C.C.. (*) .

Nel tempo detto articolo fu attaccato da ambientalisti, animalisti, verdi e anti caccia con motivazioni speciose. Non fu abrogato perché falsamente indicato come foriero di pericoli per determinati cittadini che vogliono fruire della natura per varie attività non venatorie ma impedite, secondo loro, a causa dell’uso di cittadini/cacciatori nei confronti di altri. In seguito fecero peggio i radicali e i loro soci quando invocarono l’abolizione del porto d’armi e la definitiva privazione dell’uso o detenzione a tutto il popolo italiano.

Si mescolò l’ideologia con i particolarismi di pochi esagitati  e il popolo si rivoltò non votando i referendum relativi al porto d’armi con le implicazioni che ne derivarono cioè il fallimento della proposta abolizionista. Nessuno, in seguito, si sognò più di chiedere l’abolizione dell’art. 842cc per non dovere incorrere ancora in dure sconfitte. Soprattutto, purtroppo, perché i promotori non avevano più interesse a combattere la caccia dato che essa, in Italia, stava morendo di asfissia. I cacciatori infatti se ne andavano all’estero a spendere denaro e importare mucchi di selvaggina non italiana.

Nel frattempo però i soliti nemici della caccia, aiutati da note associazioni venatorie, cinghie di trasmissione di partiti politici pronte a ricavarne potere e voti, si erano inventati uno stratagemma che si rivelò un’ulteriore trappola per i cacciatori che non vollero o riuscirono ad opporsi a causa della debolezza dei governi del tempo. Inventando gli A.T.C. queste associazioni e questi partiti riuscirono a creare confini invalicabili ai cacciatori richiudendoli entro confini geografici stabiliti. Con le conseguenze che potevano vedere la selvaggina transitare sui loro territori senza poterla cacciare se privi di un tesserino ( a pagamento ). Sono note le varie discriminazioni territoriali, sono noti i balzelli, sono noti i gestori che tutto hanno fatto ma non  restituire alla caccia lo splendore dei tempi passati. Costruendo una forma di consociativismo venatorio che però non produceva partecipazione delle masse ma gestione verticistica di marpioni protetti spesso dalla politica locale.

Contemporaneamente le varie limitazioni della l. 152/97 (**) restrinsero i calendari, restrinsero il numero dei capi da abbattere e crearono contenitori vuoti dove i cacciatori potevano solo fare passeggiate salutistiche.

Non varrebbe nemmeno la pena di ricordare lo scempio della selvaggina buttata la notte e massacrata la mattina, voglio solo accennarvi perché mi turba sapere di dover sparare ad un fagiano che la notte prima dormiva nella stia con i polli.

In tutto questo sistema si nota solo l’assenza assoluta di proposte e di progetti di largo respiro, si nota la discriminazione sui tesserini, spesso elargiti a poche lire in ATC vuoti ma fatto pagare fior di soldi in A.T.C. più forniti. Lì dove i presidenti e i dirigenti facevano e fanno il bello e cattivo tempo barando, alle volte, anche sulla concessione dei posti.

Come mai nessuno pensò più all’abolizione dell’art. 842cc? Semplice: tutto il danno che si poteva fare ai cacciatori era stato fatto, infierire avrebbe solo influito sui giochi del potere politico quindi meglio andare avanti perché la frittata era già stata servita. Ormai i vecchi partiti, con le posizioni conosciute, avevano finito di esistere o avevano già cambiato orientamento per ottenere nuovi consensi da coloro che avevano duramente punito negli interessi sportivi e personali. Alcuni dei nuovi partiti  però non sembra siano orientati allo status quo, ma puntano alla chiusura della caccia.

In tutto questo panorama però non vogliamo dimenticare il ruolo dei proprietari dei terreni che furono tacitati con la concessione di entrare nella gestione degli Atc, tutt’altro. Furono ulteriormente buggerati perché i danni causati dalla selvaggina o non sono mai stati pagati o non sono mai stati pagati completamente Quando ciò è avvenuto spesso era in ritardo, spesso solo ad alcuni e non ad altri. Tutto infatti era reso difficile non solo dalla poca disponibilità di fondi ma dalla dimostrazione dei danni patiti. Porto ad esempio quanto attiene ai lupi, ai cinghiali o agli storni. Da quanto si evince i soggetti, principali destinatari della legge sulla caccia, sono stati brutalmente e furbescamente messi in una bottiglia a cui fu chiuso il tappo. Il resto dei gestori, quali componenti della dirigenza degli A.T.C., sono invece soddisfatti e siedono sulle poltrone ben pagate ridendo della loro vittoria ad oltranza concretizzatasi senza fare alcuna guerra ulteriore. Se gli Atc non funzionano animali non ce ne sono e i componenti “laici” sono felici. Eh già, come laici infatti ci sono negli Atc anche gli ambientalisti messi a fare i cani da guardia.

Questi ultimi oggi hanno ridotto la loro sfera d’influenza, cambiato strategia e posizionamento perché esclusi dal nuovo che avanza nella politica italiana e si sono posizionati nelle varie Tv salottiere, nella Rai, nei giornali radical/chic. Ogni tanto organizzano una manifestazione di facciata, fanno qualche minaccia, un poco di polverone ma in sostanza non hanno niente su cui basare battaglie di fondo come fu negli anni 80/90. Solo azioni di disturbo ai calendari, discorsi pretestuosi che poi si concretizzano solo in ritardi di apertura o chiusura anticipata della caccia. Adducendo futili motivi quasi sempre accolti da giudici di area. 

Allora la domanda è, perché non fare noi ciò che essi volevano fare allora? Che costrutto ne deriverebbe? Quali vantaggi potrebbero manifestarsi verso coloro che amano la caccia? La vera caccia, non il simulacro di essa, non la dea falsa e bugiarda che non si può più chiamare Diana. Perché non trattare direttamente con chi ha interesse diretto e profondo al territorio proprio come noi?

In ordine, prima di muovere le pedine, bisognerebbe fare mente alle spese relative e ai ritorni che si potrebbero ottenere dall’abolizione del famigerato articolo del codice civile 842. * 

Non facciamoci troppe illusioni ma, ad occhio, presumiamo che potrebbero essere uguali e forse migliori di quelle usufruiti fino oggi.

Tutto questo lo spiega bene lo studio che segue e che ha ottenuto già attenzione di svariati e noti cacciatori con molta esperienza alle spalle sia in Italia sia all’estero.

Qui si può solo ipotizzare quale dovrebbe/potrebbe essere l’iter da percorrere se si arrivasse alla determinazione di imboccare questa nuova strada che per gli italiani è inesplorata ma e già battuta con soddisfazione da molti altri paesi europei di grande cultura venatoria. Parliamo, in primis dei paesi da lungo tempo a regime democratico cui è stato sempre concesso di avere la proprietà dei  fondi rustici e sub urbani ma anche dei paesi ex comunisti ove i terreni erano dello stato la caccia era sempre sottoposta ad una organizzazione del tutto simile. La dirimente erano gli uomini che la gestivano, nella seconda realtà politica venivano nominati dai partiti invece che col  sistema democratico che coinvolge libere elezioni sul territorio.

Fattori d’interesse della nuova legge di riforma  sarebbe quello di studiare assieme a politici, associazioni venatorie, avvocati di fama, costituzionalisti, associazioni degli agricoltori, gruppi ambientalisti moderati interessati coinvolti seriamente, una completa rimozione dell’art.842cc contestualmente sostituita dal nuovo impianto di legge che prevederebbe il cambio di status della selvaggina come ora concepito di proprietà della comunità, cioè patrimonio indisponibile dello Stato,  con la proprietà dell’animale a favore del padrone del fondo dove vive e il  diritto, in capo al proprietario di vendere di prelievo, di vendere, di alienare a trattativa privata a coloro che troveranno un accordo con lui medesimo. In buona sostanza il proprietario del terreno potrà affittare i o i suoi fondi a terzi per lo sfruttamento a scopo venatorio secondo i calendari stabiliti da Regioni e  Stato.  

La premessa comunque dovrà essere molto chiara, nel progetto di massima spiegherà come e perché la caccia continua ad essere un diritto inalienabile, che si svolgerà sui terreni ammessi alla caccia, che detti terreni verranno individuati assieme ai loro proprietari, che saranno gli unici a raccogliere il profitto dell’azione venatoria sia sulla selvaggina stanziale, sia sulla selvaggina migratoria.  Il profitto dello Stato quindi si ridurrebbe solo alla concessione del porto d’armi. Il diritto d’intervento regolatore solo sui calendari generali, fermo restando il calendario reale in capo alla regione.

 E’ appena il caso di rammentare che, così procedendo, i/il titolare del fondo o delle cooperative che potrebbero costituirsi si aspetteranno un lucro, che non sarà solo per consentire la passeggiata al cacciatore, ma sarà consono e appropriato dal censimento fornito  sulla selvaggina stanziale oltre alla possibilità di operare anche sulla migratoria nei limiti del calendario e nei confini del terreno affittato e in godimento. Tutto ciò dovrebbe essere verificato dai comitati di gestione formati coi cacciatori, i proprietari, gli esperti  di biodiversità che stabiliranno, d’accordo fra loro, le quote da prelevare durante ogni corrente stagione venatoria.

Dunque si ribadisce che la nuova legge dovrà sostituire la legge sulla caccia attuale che verrà abolita totalmente riconoscendosi in essa l’antitesi di quella che arriverà.

La legge attuale infatti si fonda sul principio che la selvaggina è res communitatis mentre la nuova si baserebbe sul principio che la selvaggina è del proprietario del terreno dove risiede e si nutre.

Solo così ci sarà una vera interazione con i proprietari dei fondi rustici, solo così ci sarà interesse da parte dei cacciatori, solo così si potrà agire di conserva- fra diretti interessati-per la migliore gestione, il mantenimento e il rinnovato rigoglio dei territori vocati e messi a disposizione, senza mediazioni e compromessi politici al ribasso.

Non è il caso di aggiungere qui quanto implicherebbe, come dipendenza, la nuova legge sui vari territori demaniali, sui parchi, le zone di ripopolamento, le zone di addestramento cani perché farebbe capitolo a se ma potrebbe essere inserita in coda alla nuova legge sulla caccia e con una nuova progettualità di istituzione e gestione che dovrebbe tenere conto della nuova organizzazione dei fondi rustici privati.

Da tutto ciò potrebbe nascere una sana e costruttiva concorrenza che determinerebbe nuovi posti di lavoro e di studio in un rinnovato patto di gestione generale che metta la sordina ad ignobili speculatori che fino ad ora hanno sempre suonato la tromba con una unica nota. La chiusura graduale o l’abolizione.

Res comunitatis

Qui di seguito alcune spiegazioni relativi al problema

(patrimonio indisponibile dello stato) …se viceversa la selvaggina diventasse di proprietà del fondo su cui insiste………come é in buona parte del mondo…

I proprietari dei terreni potrebbero:

  1. a) andare a caccia sui loro terreni da soli o invitando chi vogliono
  2. b) allevare selvaggina per poi venderla
  3. c) affittare o concedere l’uso dei loro terreni a chiunque, privati o associazioni, per la costituzione di parchi privati o riserve naturali private facendo, finalmente, impegnare concretamente tutti quei “protezionisti”, con il braccino corto, capaci soprattutto di prendersela con i cacciatori e di fare delle gran chiacchiere inutili.
  4. d) affittare o concedere i loro terreni ai cacciatori, per la caccia da appostamento fisso basterebbe il permesso del proprietario, per la caccia vagante funzionerebbe come in altri paese in funzioni alle dimensioni del terreno, si andrebbe a gestire direttamente dal proprietario i terreni di grosse estensione e per i terreni frazionati dalle associazioni.
  5. A) I proprietari di fondi che non concedono il permesso di cacciare sul proprio fondo non avrebbero diritto al loro volta del permesso di caccia in tutto la nazione.
  6. B) i danni fatti dalla selvaggina li rimborsa il proprietario terriero su cui vive la selvaggina
  7. C) i territori demaniali, comunali laghi e montagne possono essere inclusi in territorio cacciabile di competenza statale. I parchi dovranno essere rimodulati in funzione delle scelte dei proprietari dei terreni.

E finalmente ciascuno a “casa propria”, potrebbe, nel rispetto delle leggi nazionali, fare ciò che vuole. Tutto questo, se ci pensiamo bene, aiuterebbe a eliminare in un sol colpo, la tensione che esiste fra protezionisti e cacciatori, giocata essenzialmente sul fatto che la selvaggina è “res comunitatis”.

Aiuterebbe a far risparmiare allo stato un sacco di quattrini, sollevandolo da tutte quelle strutture costosissime assolutamente inutili, inefficienti al punto che paradossalmente impediscono agli stessi cacciatori l’esercizio della caccia dopo che questi hanno pagato tutti i balzelli statali, regionali, provinciali, e tutto questo per assoluta incapacità della politica. (facciamo riferimento alle frequenti chiusure della caccia nelle varie regioni per l’assoluta ignoranza, insipienza e mancanza d’impegno da parte dei vari assessorati nel formulare calendari venatori secondo le normative europee) e non vogliamo pensar male…che si fa peccato ..però …..

Aiuterebbe a rivalutare soprattutto quelle zone considerate marginali da un punto di vista agricolo. Tutti sappiamo quanto sarebbe importante rivalutare questi terreni, aiutando a rimanere o addirittura a far ritornare i figli di quelle generazioni che negli anni ‘60-’70 abbagliati dal lavoro in fabbrica a causa di politiche sicuramente non lungimiranti, hanno abbandonato progressivamente questi territori.

Far rivivere almeno una parte del nostro Appennino, sarebbe importante anche da un punto di vista ambientale, (vedi in primis il contenimento dei dissesti idrogeologici) il contenimento della eccessiva diffusione del bosco a scapito dei terreni pascolativi, attraverso un vero coinvolgimento del mondo agricolo, nel disegno riguardante il mantenimento degli ambienti e della fauna sul territorio Italiano, fermando in alcuni casi, l’abbandono dei territori montani e al legge rendo contemporaneamente il fenomeno dell’inurbamento .

Coinvolgimento quello agricolo, vero perché interessato, coinvolgimento assolutamente necessario, perché la rinascita o la reintroduzione in modo serio, della selvaggina da parte dei cacciatori o da parte dei protezionisti che finalmente decideranno di “proteggere concretamente” una certa zona, passa sempre attraverso il ripristino e/o il mantenimento dell’ambiente, e chi meglio del agricoltore, può aiutarci a farlo?

Aiuterebbe ad eliminare in un attimo il contenzioso circa i danni da selvaggina, fra il mondo agricolo e il mondo della caccia. Potrebbe davvero instaurarsi,per la prima volta,un circolo virtuoso e quindi una vera forma di collaborazione fra cacciatori e agricoltori, con un grande vantaggio reciproco. Questo nuovo modo di interpretare la “proprietà” in modo più completo e più vero, metterebbe in moto un modo completamente nuovo di rispetto per gli animali in genere.

Cambierebbe il modo di concepire la caccia da parte dei cacciatori, ma soprattutto da parte del mondo agricolo, che uscendo dagli schemi dell’agricoltura tradizionale potrebbe concepire la produzione e la cura della selvaggina come una risorsa, alleggerendo contemporaneamente lo stato di tutti i costi legati agli apparati burocratici (Provincie, Regioni) e di tutti i costi legati alla sorveglianza ….per esempio. Lo stato a sua volta deciderà secondo le leggi vigenti sui terreni demaniali, e se vorrà fare dei parchi, finalmente non li farà più sulla pelle degli agricoltori, proprietari dei terreni. Se così fosse, diventa chiaro per tutti che in funzione della maggiore o minore presenza di selvaggina, i terreni potrebbero diventare più o meno appetibili e quindi economicamente interessanti per i proprietari in termini di reddito e rivalutando automaticamente il capitale stesso.

I proprietari dei terreni si sentirebbero incentivati a mettere in atto tutte quelle pratiche colturali atte a migliorare l’ambiente, come la pulizia dei boschi e in certi casi evitando di tagliare i boschi stessi per fornire condizioni migliori alla selvaggina, lo sfalcio dei prati, la reintroduzione di siepi dove mancano,la ripulitura dai rovi di terreni ormai abbandonati da anni, le semine a perdere per alimentare gli animali durante l’inverno, il ripristino delle regimazioni delle acque superficiali, insomma tutte quelle pratiche rivolte a mantenere o migliorare l’ambiente e di conseguenza offrire un aiuto determinante al mantenimento del loro patrimonio faunistico.

Penso addirittura che molti bracconieri spontaneamente si trasformerebbero in ottimi controllori del loro patrimonio. La reintroduzione e il rispetto della selvaggina sarebbe un fatto che va al di là della caccia in sè, per diventare un fatto culturale importante per tutta la popolazione della montagna, soprattutto dell’Appennino. Evitare che i boschi prendano il sopravvento su tutto il territorio mantenendo pascoli e culture, vorrebbe dire mantenere una biodiversità essenziale per tutti e tutto questo a spese di privati cittadini (come sono appunto i cacciatori) In alcuni paesini dell’Appennino ci sono giovani uomini e donne che fanno “carte false” pur di rimanere lì e se ci fossero le condizioni molti altri sarebbero pronti a tornare; intendiamoci bene, sono assolutamente cosciente che la caccia non é la panacea di tutti i mali che affliggono la montagna, potrebbe però, contribuire sia direttamente sia attraverso l’indotto a realizzare le aspettative di alcuni giovani che volentieri si fermerebbero a far un po’ rivivere la montagna. Potrebbero nascere tante piccole attività per fornire vitto e alloggio ai cacciatori e perché no anche alle famiglie dei cacciatori ,a cui oltre alla selvaggina, il vitto e alloggio, vendere i salumi fatti in casa, la frutta e la verdura dell’orto, i funghi raccolti, il pane cotto nel forno a legna, la torta di patate……….

Altro capitolo molto interessante, e a mio avviso assolutamente sottovalutato é l’addestramento del cane da caccia, che rappresenta un’attività che a differenza della caccia, può durare , quasi tutto l’anno.

Oggi in Italia non esistono territori con selvaggina vera disponibile per l’addestramento dei cani da ferma, si è costretti ad andare all’estero per far incontrare ai nostri cani ancora qualche starna vera. Molte associazioni cinofile a partire dall’E.N.C.I., avendo la disponibilità in modo vero e concreto, per tutto il tempo necessario, di vasti territori, sarebbero seriamente interessate a farsi carico della gestione, cercando finalmente di reintrodurre selvaggina vera, presupposto indispensabile per poter fare gare vere che portino ad una vera selezione . La maggior parte delle gare sono fatte su selvaggina allevata e messa sul terreno dieci minuti prima del turno: intendiamoci bene,quella non é selvaggina e le gare servono solo a celebrare se stesse, e l’E.N.C.I. dovrebbe rifiutarsi di patrocinarle. Le gare vere, ad eccezione di quelle su beccacce e sulla tipica alpina, sono fatte quasi esclusivamente all’estero: gli ultimi campionati europei organizzati dall’Italia sono stati fatti in Serbia!!!! A BUON INTENDITOR POCHE PAROLE….!!!!!!!!!!!!!! oltre ovviamente ai dresseurs professionisti, esistono migliaia di cacciatori che sarebbero felici di poter usufruire di territori ricchi di vera selvaggina, solo per l’addestramento dei cani, anche senza abbattimenti. Naturalmente creare delle zone di caccia così concepite comporterebbe ovviamente un impegno economico diverso e sicuramente più oneroso per i cacciatori, però é anche vero che oggi non esiste relazione fra ciò che paghiamo e ciò che possiamo catturare. Ad esempio una lepre di cattura, per il ripopolamento (se la trovi) oggi costa 250 euro, (quotazione 2012) e se le vuoi liberare nel tuo territorio te le devi comprare, perché ovviamente alla Regione o allo Stato non passa neanche per l’anticamera del cervello di darti qualche cosa in cambio dei soldi che tu sei obbligato a pagare (magari con quei soldi finanza le associazioni anti caccia!). ...paradossalmente l’abbandono del nostro Appennino, che è stata la causa principale dell’estinzione della starna e della pernice rossa potrebbe essere oggi la migliore facilitazione all’introduzione di pratiche colturali rivolte a reintrodurre la selvaggina che un tempo popolava la nostra montagna……in relazione a tutto ciò vogliamo aggiungere un altra importante considerazione. Noi oggi in Italia, oltre ad un interesse concreto, avremmo ormai l’obbligo morale di intervenire, velocemente per tentare di reintrodurre le specie che fino a pochi anni fa popolavano le nostre colline da nord a sud. Parlo ovviamente della starna e in alcune zone del nostro territorio della pernice rossa. Il motivo più ovvio é che questi magnifici selvatici potrebbero farci tornare a caccia con i nostri cani sulle nostre stupende colline in modo vero e più classico. Tornare a rivedere le bellissime ferme e guidate che un cane fa su di un branco di starne vere possiamo assicurare che vorrebbe dire cambiare completamente il nostro attuale approccio alla caccia. La reintroduzione di selvaggina vera a partire dalla starna, avrebbe un altro effetto assolutamente benefico su tutta la fauna in genere. Secondo me la reintroduzione di selvaggina stanziale vera sarebbe il miglior modo per prendere due piccioni con una fava e dare davvero una mano seria alla beccaccia, sicuramente più di tutti quei nuovi regolamenti inutili e in molti casi, frutto di superbia e di un briciolo d’ignoranza. Se i vari club della beccaccia anziché perdere tempo ad inventare regole e calendari assolutamente insulsi, che alla fine creeranno più problemi di quanto già non esistano ora, si dedicassero a due cose fondamentali, la caccia alla posta e la reintroduzione della selvaggina stanziale, darebbero finalmente alla beccaccia un aiuto vero. Sappiamo anche quanto sia difficile reintrodurre selvaggina vera e in particolare la starna, significa per prima cosa intervenire sul territorio sull’ambiente con interventi agricoli mirati e costosi, che solo se l’eventuale selvaggina prodotta a caro prezzo sarà poi di proprietà, troverà gente disposta a rischiare i propri soldi. Perché e di questo che alla fine dobbiamo parlare, se vogliamo salvare la caccia in Italia tutto il resto e solo demagogia, che fa rima, anche se non sembra, con politica e che fa sicuramente rima con agonia, che potrà essere più o meno lunga ma con esito assolutamente certo.

(*)

Dispositivo dell’art. 842 Codice Civile

Fonti → Codice Civile → LIBRO TERZO – Della proprietà → Titolo II – Della proprietà (artt. 832-951) → Capo II – Della proprietà fondiaria→ Sezione I – Disposizioni generali

Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso [841], nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia (1) o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità. Per l’esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario del fondo.

( **)Note

(1) La caccia è stata regolata dalla l. 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio). Essa ha previsto che gli animali della fauna selvatica sono compresi nel patrimonio indisponibile dello Stato e sono protetti per tutelare l’interesse della comunità nazionale ed internazionale. L’esercizio dell’attività venatoria è consentito entro certi limiti e purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica e non arrechi danno effettivo alle produzioni agricole.

Relatori – Federico Gallo- Lucio Scaramuzza-

Gruppo di lavoro -Federico Gallo- Lucio Scaramuzza- Mirco Peli- Luca Comellini- Dario Cecchetti.

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3 Comments

  1. Maurizio

    Pienamente daccordo con quello che è stato scritto, sono un cacciatore dal 1985, è sono presidente della Federcaccia dal 1995 del mio paese PRESENZANO in provincia di Caserta, questa proposta progetto bisogna mandarloai nostri nuovi politici del prossimo nuovo governo, con la speranza che qualcosa cambierà.

  2. Saverio cacciapuoti

    Si sono d’accordo, ma per chi non ha abbastanza territorio. (Napoli )cosa succederà a noi cacciatori?Saverio cacciapuoti.segretario fidc qualiano

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