Foto di Moreno Amalberti

Il cane da ferma, ausiliare specifico da caccia, deve essere continuamente esercitato, in parte per soddisfare la sua innata passione che, specialmente nel trialer, è sempre al massimo grado, ma anche per dargli tutto quel bagaglio di esperienza che sta alla base dell’addestramento. Anche il cane da prove deve sempre venire dalla caccia, altrimenti il suo lavoro sarà meccanico, privo di inventiva e di genialità, doti che invece si addicono ad ogni soggetto che calchi le scene dei campi di gara. Bisogna però evidenziare la differenza che passa tra il portare a caccia un cucciolone ed un cane adulto.

Il cucciolone ha bisogno di essere esercitato nell’attività venatoria per potenziare la sua passione al massimo grado, cosa possibile se il novizio è messo al contatto della selvaggina e successivamente in condizione di riportarla. Ma per gli allievi destinati alle prove bisogna essere molto cauti, ed interrompere l’attività venatoria quando si nota qualche sbandamento che potrebbe provocare difetti.

L’abboccare la selvaggina sprona il cane non eccessivamente avido, ma potrebbe essere pericoloso per quei soggetti con passione quasi morbosa che potrebbe ancora esagerare e far mutare una dote in difetto, squilibrando poi tutto il dressaggio. Ma, sia per l’allievo che per l’adulto, l’esercizio oculato della caccia deve essere svolto in condizioni ideali, che devono avvicinarsi il più possibile al turno delle prove. Quindi bisogna farli correre in terreni ampi, aperti, evitando il più possibile i boschi, i fossi, le paludi, le ripe dei fiumi, i campi coperti da erbe troppo alte, cercando possibilmente d’incontrare le starne, unico selvatico dal comportamento ideale per il trialer. In mancanza delle starne, potrebbero andar bene anche i fagiani d’apertura, ancora restii a compiere lunghe pedinate, ma mai quelli adulti d’autunno e d’inverno, o le quaglie naturali, che invitano al dettaglio, e i rallidí o le beccacce.

Come comportamento sarebbero ottimi i beccaccini ma, data la loro rarità (in certe zone) e il loro habitat, spesso piuttosto difficile, non si possono prendere troppo, in considerazione per una caccia specifica da suggerire al futuro cane da prove. Tutti gli altri selvatici sono talmente localizzati, oltre che rari, che non è il caso parlarne, come ad esempio le coturnici. Non è certo facile trovare nel nostro deserto territorio condizioni così ideali, spesso bisogna unicamente ripiegare proprio sulla caccia d’apertura, quando i selvatici, poco perseguitati, stanno ancora sui campi aperti. In base a questa difficoltà e per mettere gli allievi nelle condizioni migliori, molti cinofili compiono grandi sacrifici, compreso quello di lunghe trasferte all’estero, per poter trovare soprattutto le starne che oggi ancora vivono numerose in certe nazioni dell’est europeo mentre nella nostra penisola sono divenute oltremodo rare, quando invece circa trenta o quarant’anni fa esse rappresentavano la selvaggina principale ed ovunque presente dei cacciatori italiani. Queste note si rivolgono soprattutto al cane da prove destinato alle classiche o alla grande cerca, perché il soggetto per le prove di caccia necessita di un’esperienza completa su tutti i selvatici tipici del nostro territorio.

Il trialer invece deve andare a caccia, ma per un breve periodo di tempo nella sua vita, ed anche in quei periodi bisogna evitare di sfiancarlo con turni di mezze giornate e fargli invece fare, per contro, il solito quarto d’ora delle gare o, se regge l’andatura senza alcuna flessione, al massimo 20 o 30 minuti. Dopo lo sparo si esiga l’immobilità prima dell’eventuale riporto, specialmente con i soggetti che fecero tribolare per fermarli al frullo. Si può essere meno esigenti con soggetti di facile dressaggio e che si ritiene possibile rimettere in sesto dopo breve tempo e senza troppa fatica.

In questi turni di caccia si dovrà soprattutto dare al cane l’esperienza nel cercare il selvatico, che non è la gabbiarola, e quindi occorrerà lasciare che sappia da solo regolarsi nel vento (anche se si eviterà di lanciarlo con vento completamente contrario). Si farà in modo che impari ad allungare o ad interrompere un lacet per andare a cercare in un certo posto la selvaggina, e ad infrangere, insomma, tutto quel meccanismo che inevitabilmente crea un dressaggio piuttosto rigido. Serve spesso la caccia per quei soggetti che hanno subito dure punizioni e preso dei difetti come quello di non voler guidare come pure per rafforzare la grinta in quei cani che hanno, per qualche ragione, perso il mordente.

La caccia, per il trialer, è una medicina che va somministrata nella giusta dose affinché produca i suoi benefici effetti. Conosco certi campioni passati e presenti che un giorno andavano a beccacce e quello appresso facevano il C.A.C.I.T. nelle prove, ma questi cani, se pur non eccessivamente rari, non sono certo molto comuni. Il cane esperto ben presto conosce la differenza tra la caccia e le prove, cambiando il modo di lavorare, ma vi sono sempre i pericoli che un lungo esercizio venatorio, specie se condotto in maniera non ortodossa, può provocare.

In modo generico la carriera del cane da prove dovrebbe svolgersi così: — caccia nel primo periodo della vita, finché non si è certi che non abbia acquistato una certa esperienza e tanta avidità, per poi passare a quella che potremmo definire l’università del dressaggio e che si basa molto sulla pratica della caccia, pur se bisogna seguire regole fisse e rigide senza tutte quelle fasi che erano tanto care agli addestratori ormai passati, ma che non avevano altra utilità che ridurre tutta l’azione del cane con inutili comandi; — segue poi il periodo della carriera di trialer, che ha differente durata a seconda di ogni soggetto, della sua salute, del suo più o meno precoce invecchiamento, ecc.; — quando il trialer non riesce più a dare tutto il meglio di sé e non si ritiene più opportuno presentarlo nelle competizioni, può di nuovo adoperarlo in caccia, e non c’è miglior ausiliare sul terreno venatorio d’un campione avanti con gli anni ma ancora valido, più calmo quindi, ma con tutte quelle doti avute in dono da madre natura e che una lunga carriera sui campi di prove ha maggiormente perfezionato.

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