CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

QUAGLIE IERI E QUAGLIE OGGI di Mario Di Pinto

Spinone di Mario Di Pinto

La grande tradizione campana di caccia alla quaglia rivive nel racconto di una giornata di buon passo sugli altopiani appenninici.

Per noi sudisti la quaglia è il 50% della nostra caccia e ben le si addice l’aulico nome di “coturnix coturnix” datole da Linneo che, anche se svedese, era probabilmente campano nel cuore: solo così si spiega il fatto di aver forgiato per la quaglia un nome così altisonante. E infatti se la quaglia è il 50% della nostra caccia, lo ancor di più della nostra passione. Così è stato nel tempo, tanto che – quando la nostra pianura era tanto fertile da essere chiamata “Campania felix”, fra gli appassionati della caccia col cane da ferma c’era chi di quella alla quaglia aveva fatto una professione.

E la “Campania” era “felix” anche grazie a lei, alla quaglia. Certo allora non c’era traccia di tutte le violenze che oggi affliggono il nostro panorama, l’agricoltura non era industria e i ritmi erano dettati solo dalle stagioni: l’accoglienza che il terreno offriva alla quaglia era tale da indurne un buon numero a svernare da noi ed era una manna per i “professionisti” di quella caccia, qualcuno dei quali ho fatto in tempo a conoscere ed a frequentare nel tentativo di carpire alcuni dei tanti segreti di cui erano depositari. La simbiosi fra loro ed il piccolo galliforme era tale che – agli occhi miei – sembrava finanche che gli assomigliassero nelle sembianze e nelle movenze. Si dice ci fosse chi al mattino passava dal pollivendolo per raccogliere l’ordinazione delle quaglie, dopo di che andava sul terreno e ne abbatteva l’esatto numero, non una in più della bisogna. E i cani? Ad Acerra, paese agricolo della provincia di Napoli si era spontaneamente creato un ceppo di cani detto “bracchetti Acerrani”, veri specialisti nella caccia alla quaglia che – essendo molto diversa dalla caccia praticata su altra selvaggina – giustificava pienamente la specializzazione: quei cani facevano della sagacia e della resistenza la base fondante delle loro doti. Apprezzati erano anche i Pointer, purché avessero tutti i “venerdì”, fossero resistenti al caldo e capaci di cacciare indefessi tutto il giorno, giorno dopo giorno. Nel culto di quella passione si passavano le serate strologando sul tempo per prevedere se l’indomani ci sarebbe stato passo oppure no, il tutto a seconda del vento: maledetto se scirocco che avrebbe dirottato i migratoristi alla pesca; ma se incominciava a spirare “aria di terra”, cioè il tramontano, era follia collettiva perché … era il vento di quaglie. Quale cambiamento in pochi decenni per questo nobile tipo di caccia! L’antropizzazione selvaggia, l’agricoltura intensiva ed il conseguente repentino cambiamento degli habitat da un giorno all’altro, estese colture di mais (un tempo rarissime e ora destinate a foraggiare bufali ormai passati da uno stato semibrado ad allevamento stallino) vengono tagliate in pochi giorni ed il terreno, subito arato, viene stravolto: in un battibaleno non sai più dove sciogliere il cane. Chi conosce – o meglio possiede – un appezzamento d’erba medica o di erba selvatica se lo conserva come un bene venatoriamente prezioso. In queste condizioni l’uso del fonofil diventa endemico, grazie al quale si fanno carnieri prima impensabili con quaglie richiamate meccanicamente ed una dose d’onore direttamente proporzionale alla difficoltà….cioè zero! “Il fonofil è come le case di tolleranza – dice un amico – dove tutti son bravi a far le loro conquiste”.  Se poi però qualcuno si sente latin lover, le delusioni saranno cocenti!

Quest’anno il ripasso delle quaglie dirette in Africa è stato abbondante, specie da metà settembre ai primi di ottobre ed io sono andato a cacciarle in montagna dove l’ambiente non è stato stravolto ed i cacciatori sono ancora pochi. Su quei terreni ardui le quaglie non danno confidenze ai cani e partono nervose buttandosi a capofitto negli avvallamenti, rendendo così la fucilata più divertente ed impegnativa. Allo scopo uso una leggerissima doppietta calibro 24 che accresce la sportività del tiro. E così il 1° ottobre mi sono arrampicato con le due Spinone al guinzaglio per la mulattiera che porta ai valichi: lassù l’aria è fredda ma il secco è terribile. Sciolgo in una stoppia che siccità ed armenti hanno raso al suolo. Le quaglie ci sono ma non si vede una ferma anche perché la cagna giovane è troppo irruente per quella vegetazione tanto rada. Cambio terreno e scelgo una scoscesa spalla di fieno selvatico dove nelle alte paglie spero la selvaggina regga meglio: ed infatti Lia ferma quasi subito e qualche quaglia finisce nel carniere. Il contatto olfattivo con la selvaggina induce anche la giovane ad un’azione più controllata che produce ferme di pregio. Scendo verso il sottostante torrente per farle bere … ma non c’è un filo d’acqua ed anzi proprio nell’alveo le cagne trovano tre quaglie che avevan fatto la mia stessa pensata. In un campetto d’orzo appena mietuto la Spinona ferma, ma non vola niente. La sorpasso, do un calcio alla paglia tagliata adagiata sul terreno e da due metri avanti parte un voletto di una quindicina: volano che sembrano piccole starne, imbraccio, miro e …ciack, la cartuccia fa cilecca. La sorpresa è tale che non sparo neppure la seconda canna. Mi incazzo!

Spinoni di Mario Di Pinto

Ritorno alla prima stoppia, quella rada ed arida, dove le cagne – che hanno abbondantemente sfogato l’ardore iniziale – procedono con la prudenza del caso e mi consentono di ulteriormente arricchire il carniere. Un trattore ha arato con solchi profondi un cordolo largo tre passi fra la stoppia e l’adiacente gerbido per arginare il fuoco che verrà prossimamente appiccato nel campo. Lia avventa e va in ferma ai bordi del cordolo arato per indicare che l’oggetto della sua attenzione è al di là, nel gerbido; l’affianco, l’accarezzo e lei con un balzo acrobatico supera a piè pari i solchi arati per approdare pietrificata in ferma nell’incolto. Mi accosto e dritto davanti alla cagna parte una coppia di quaglie. Ricorderò a lungo quell’azione. Ormai è sera, la cartucciera è vuota ed è tempo di tornare all’auto. Nel carniere c’è esattamente il numero di quaglie che il pollivendolo avrebbe commissionato

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4 Comments

  1. Giovanni Sciortino

    È sempre bello e affascinante leggere di questi racconti, specialmente se recenti, lasciano molto meno “rancore” e senso di impotenza dopo la lettura, sensazioni inevitabili quando ci si trova a leggere Gramignani, o Chizzola o altri cinofili che hanno vissuto e cacciato in tempi in cui l’ambiente permetteva ed era pregno di selvaggina. Appena avrò accumulato un po’ di esperienza tale da poterlo fare, vorrò anche io scrivere qualche pezzo per questo sito, così da far sognare e vivere tramite la lettura gli appassionati come me. Complimenti

  2. Silvio Spanò

    Per me la quaglia è sempre stata l’immagine di un bel periodo, quello della pre-apertura, reso ancora più piacevole ora che dove caccio io, Piemonte meridionale, la caccia con il cane inizia verso fine settembre quando di quaglie ce ne sono poche, colleghi certamente di più, e gli appezzamenti idonei per la maggior parte già arati, o almeno “discati”.
    Il mese precedente invece è una goduria: anche col caldo, due ore, mattino e sera, l’uscita giornaliera, spesso a piedi a partir de casa, la passeggiata con la mia setterina (da quasi 50 anni è sempre UNA setterina, anche se con gli inevitabili rinnovamenti!) rappresenta per me qualcosa di insostituibile e “indisturbato”. Quest’ultima estate, con l’orribile siccità, nell’unica vastissima stoppia di frumento fruibile ho incontrato regolarmente 3 quaglie e, solo in una giornata fortunata, evidentemente di passo, una decina….altrove NULLA…..
    In montagna, Alpi Marittime, a Galli o a Coturnici, ho trovato nella seconda metà del secolo “ormai” scorso qualche quaglia (a 1800-2000 m slm) ed era sempre una piacevole sorpresa!…Ricordi…Per chiudere, vorrei precisare che Linneo diede il crisma definitivo di scientificità al nome Coturnix coturnix, che tuttavia già era utilizzato da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” del 1° secolo dopo Cristo!

  3. GIACOMO CAMPANILE

    Caccio le quaglie in Campania con assiduità da quando avevo 16 anni oggi 60, dire il vero le ho insidiate un pò in tutta europa , mai mi era capitato come quest’anno una penuria di presenza , la cosa mi preoccupa non poco , gradirei sapere se il fenomeno è stato rilevato da altri appassionati di questo meraviglioso volatile gioa e delizia del cane da ferma . Le notizie che mi giungono dalla Bulgaria , Macedonia, Croazia e Montenegro sono drammatiche , a mio avviso bisognevole di approfondimento

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