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Foto di Lucio Scaramuzza

 Natale ’75. Ventiquattr’anni, una storia breve ma intensa finita da pochi giorni, per la sua pazienza presto esaurita e per un eccesso del mio traboccante spirito libero.

Scesi presto dai miei, col mio setter Dylan che ne approfittò per sgattaiolare in casa e andare a chiedere qualche buon boccone a mia madre, già indaffarata al pranzo natalizio. Mentre sorserggiavo il caffè, guardai, oltre il lago, i monti della Val d’Intelvi avvolti in un chiarore latteo che indovinai esser tormenta portata da Nord.

La stagione di caccia che volgeva al termine ed il pensiero della ragazza mi immalinconirono mentre accarezzavo la testa del setter.

Mia madre intuì i miei pensieri .

«Perchè non vai a fare un giro a caccia?» mi chiese «sino all’una non si mangia, hai più di quattro ore, e piuttosto che passarle al bar…».

 Non dovetti neanche pensarci su che in un amen m’ero cambiato d’abiti e avevo indossato la cacciatora di fustagno; fucile in spalla, feci salire il cane in auto e m’avviai.

 Parcheggiai a un tiro di schioppo dalle pendici del Galbiga, là dove il piano inizia di colpo a diventare monte.

M’incamminai lungo il Lagadone, canale emissario del Lago del Piano, che sfocia nel Ceresio.

Una grande pace regnava nella campagna deserta, quel giorno di Natale grigio, che sembrava presagir la neve. Il gelo dei giorni precedenti aveva allentato la sua morsa, l’aria era un po’ più mite.

Dylan entrava e usciva dalle rive alberate del Lagadone che scorreva silente nel silenzio della quieta mattina; sapeva per esperienza che nelle giornate di fine stagione qualche beccaccia sulle rive del canale la si poteva trovare. Cercava guardingo, rallentando  a tratti la cerca, quasi in punta di piedi, in una sorta di mistica danza.

Sui filari dei meli un branchetto di cesene si allontanò schiamazzando, spostandosi da un melo all’altro, restie ad abbandonare la pastura.

Dal campo frullò un’allodola pasturona, pro-prio e poi su verso il cielo, dove un voletto di fanelli compiva continue evoluzioni per poi posarsi su un alto noce.

Natale: mentre la pace del luogo mi penetrava l’animo, rivolsi un pensiero a Dio, al mio modo di avvicinarmi a Lui nei miei boschi o sulle mie montagne, piuttosto che sui banchi di una chiesa odorosa d’incenso e di vecchi, mesti inni sacri ripetuti all’infinito, ormai meccanicamente, dalle vecchiette del paese.

Passata la Rivetta, il sentiero saliva in dolce pendenza parallelo al monte: a destra sambuchi, rovi, giovani robinie e intrecci di vitalbe che disegnavano festoni natalizi sul bruno uniforme del bosco ormai spoglio; a sinistra un fossatello asciutto, tutto rovi, spiazzi di morbido humus e ributti, divideva il sentiero da alcuni campi  che scendevano in dolce declivio sino alla sponda del Lago del Piano.

 Mentre iniziava a cadere qualche minuscolo fiocco portato dal vento, vidi il setter fermare di colpo, schiacciandosi in posa contorta, poi raddrizzandosi, filare gattonando per cadere in una ferma catalettica, ventre a terra e muso in aria, puntato verso monte in uno spiazzo fra i sambuchi.

Mi affrettai per servirlo, ma non ne ebbi il tempo, la beccaccia frullò, veloce e fragorosa, dieci passi  avanti al cane, le mollai due botte mentre pensavo “E’ lunga!!!”, ma mi parve di vederla sobbalzare sulla seconda.

Marcai la direzione presa, richiamai il cane, lo feci calmare per qualche momento, quindi mi avviai a cercarla di rimessa.

“Forse l’ho toccata col secondo colpo” mi dissi, mentre Dylan ripartiva con impeto guardingo, veloce  ma attento.

Fu storia di pochi minuti, risalendo il sentiero.

Il cane entrò strisciando nel fossato, che risalì gattoni, morbido e sinuoso come un gatto selvatico, rimanendo poi in ferma fra bassi cespugli, giovani ributti di quercia, con un tronco sfasciato, ormai fatiscente, di traverso.

La beccaccia resse a lungo e questa volta ebbi il tempo per piazzarmi sul sentiero, poco più indietro rispetto alla posizione del setter. Frullò, grossa e pesante, lenta, probabilmente indebolita dal piombo che portava in corpo, una zampa penzoloni come un rallo. La lasciai allontanare un po’, poi con un colpo del nove le troncai il volo e la sofferenza. Cadde in mezzo al sentiero e il cane che giungeva impetuoso al galoppo la sopravvanzò, l’avventò rigirandosi di scatto e l’abboccò, proprio mentre gli ordinavo: «Porta!».

Me la porse con delicatezza, quasi fosse un dono prezioso. Era grossa, scura e bellissima.

Regina del Bosco, Regina di Natale.

Mentre le ricomponevo le piume del dorso color di bosco, mi accorsi che i fiocchi portati dal vento s’andavano infittendo.

Sarebbe nevicato, fra poco.

Rientrai costeggiando il lago, i canneti ormai bruno scuro bisbigliavano frusciando sotto la carezza della fredda brezza. Negli spazi aperti il terreno iniziava a velarsi d’un bianco quasi impercettibile.  In mezzo al laghetto le morette, ondeggiando sulle onde come stampi, offrivano a tratti la vista degli specchi bianchi.

Nel meleto le viscarde partirono insieme, al sopraggiungere del setter, da terra dove s’ingozzavano di mele ormai ammorbidite dal gelo.

 A casa dei miei c’era un tepore che mi tolse di dosso la diaccia umidità della quale la tormenta mi aveva permeato.

A centro tavola faceva bella mostra di sè una composizione natalizia, candele e pigne, agrifoglio e rami di nass, e la Regina vi trovò un posto d’onore, sistematavi da mia madre con malcelato orgoglio.

Erano arrivati gli ospiti: il Leo, con il suo schietto accento romagnolo e la sua inseparabile fisarmonica, suonava accompagnato da mio padre col mandolino; il Gusto, amico d’infanzia, era arrivato con Gabriela, la sua fidanzata tedesca.

I modi gentili ed i capelli biondi di lei mi fecero pensare a Linda in Olanda, che non rivedevo dall’estate: pensai che quella sera le avrei telefonato per augurarle buon Natale.

Il calore di un Natale in famiglia.

Questo ricordo, più molti altri, mi torna alla mente ogni volta che vado a trovare mia madre al cimitero sul dosso sopra il paese, dal quale si vede il nostro Lago, Lugano da una parte, Porlezza dall’altra, ed il corollario di montagne di fronte, il Galbiga e i bei monti della Val d’Intelvi.

Ripenso all’affetto che ci legava, metto da parte i contrasti e i dissensi, risultato e conseguenza del cozzare di due caratteri forti, poi lascio affiorare il mio senso di gratitudine per tante, tante cose.

Per contatti con l’autore email  ardessenze@tin.it — cel. 3483113839