CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“Restando vivi, mi faranno ancora divertire” di David Stocchi

Ad ali aperte

Ad ali aperte

Sin da bambino so della loro presenza e conosco ogni anfratto ed ogni rimessa che di solito li ospita. Sarà perché sono talmente vicini a casa che, quasi tutti i giorni, dedico loro più di un’ora del mio tempo spesso, ma non sempre, in compagnia dei miei setter. Spesso ma non sempre, perché a volte vado anche senza di loro per risparmiare tempo e sfruttare la luce migliore che, nella fotografia a differenza della caccia, è elemento di primaria importanza.

Ultimamente poi, la mia fame di immagini oltre che farmi preferire la reflex al fucile, mi ha portato ad intensificare notevolmente la frequenza delle uscite che, hanno come compagna di giochi la giovanissima Grappa della Trabaltana. Ne ha visti talmente tanti che adesso ha iniziato a fermarne qualcuno. La soddisfazione di partecipare all’evoluzione venatoria della propria cucciolona, che culmina nella ferma di un beccaccino, è immensa al pari della  sua sorpresa quando scatta nel sentirli sgneppare in lontananza.

Devo ammetterlo, non vedo l’ora di vederla ferma sulla beccaccia, e magari gustarne il riporto, ma per questo ci sarà tempo. Se infatti devo stilare una classifica dei selvatici che più mi appassionano, sono costretto a relegare la saetta alata al terzo posto, dopo beccacce e coturnici! In ogni caso, preferisco iniziare, se la cosa è fattibile in base alla stagione, i miei cuccioloni proprio sui beccaccini. Una volta sensibilizzati su questi selvatici, sono a metà dell’opera perché, una volta presa confidenza con l’ambiente che li ospita, siano essi beccaccia, coturnice o quaglia, tutto sarà più facile!

Ma torniamo a noi ed alla cronaca di due ore passate in compagnia della reflex e dei  beccaccini di casa. Permettetemi di definirli tali, perché mi bastano cinque minuti per arrivare sul posto, mentre per le beccacce serve almeno un’ora.

Stamattina ero molto incerto. Mi sarò girato nel letto almeno dieci volte prima di prendere la decisione di andare. In questi giorni sembra che il clima si sia accanito contro di noi, le minime vanno di molto sotto lo zero e le massime di poco sopra, ma si sa la passione è tanta e quindi giù dal letto alle sei e mezza. Consumo velocemente  un caffè bollente mi vesto…e via, cinque minuti e sono sul posto. Parcheggio sotto la solita pianta, che ormai conosce me e la macchina, monto il 70-200mm f2.8 sulla mia reflex e scendo. Il paesaggio sembra nordico ed il ghiaccio la fa da padrone, ogni filo d’erba ha lasciato il suo caratteristico colore verde per vestirsi di bianco, le piccole pozze formate dagli zoccoli delle vacche al pascolo, assomigliano ad una scacchiera di ghiaccio. Il paesaggio intorno a me, si presenta come un’immensa distesa bianca e gelata.

Mentre cammino sento lo scricchiolare dell’erba sotto i piedi. Il minimo rumore li potrebbe mettere in allerta, e questo se è determinante durante l’attività venatoria, lo diventa ancor più nella caccia fotografica, dove la distanza di involo assume una notevole importanza al fine di ottenere delle foto a fuoco e definite.

Mi avvicino con cautela all’unico canale che, l’acqua corrente, ha risparmiato dalla morsa del gelo e che taglia a metà l’intero campo.

Appena mi affaccio parte il primo beccaccino, emettendo il caratteristico grido d’allarme. Scatto ed immagino di averlo centrato ma non ho  nemmeno il tempo di accertarmi del risultato, guardando nello schermo della reflex, che ne parte un altro. Se avessi avuto con me il mio sovrapposto, avrei realizzato una perfetta coppiola, ma con la Nikon è diverso, e nonostante li abbia centrati risultano leggermente sottoesposti. Pazienza, mi dico, non è ancora finita! Compenso leggermente l’esposizione allo stesso modo come cambierei una cartuccia che non va, e via verso la prossima rimessa.

Uno dei due l’ho visto rimettersi. Lentamente mi avvicino facendo molta attenzione alla mia ombra che proiettata all’interno del canale potrebbe causare un frullo distante. Incredibile ne partono cinque tutti insieme, lanciano baci e sgneppate da tutte le parti: “Ah, penso tra me, se fosse possibile fotografare i suoni!”. Lo stupore mi fa ritardare quel tanto che basta da non permettermi di fare un primo piano, così come, ne sono sicuro, non mi avrebbe permesso di centrarne nessuno se fossi stato a caccia, ma zoomando leggermente con il mio 200mm riesco a centrarne quattro in un unico fotogramma.

Il quinto, che sto seguendo con lo sguardo, prende un’altra direzione, ma  grazie alla mia conoscenza del posto, sono sicuro si rimetterà presto. Infatti, come previsto  dopo circa cento metri di volo zigzagante si rimette proprio dietro quel filo spinato che ben conosco e che in ogni caso avrei dovuto scavalcare. Comunque ho già un bel carniere fotografico, – permettetemi di usare un termine venatorio -, ma manca ancora qualche rimessa da visitare ed ho la certezza che, almeno quello che ho visto, è lì d’avanti a me ad aspettarmi. Proseguo quindi, staccandomi dal canale per non provocare eventuali altri frulli, verso lo specchio d’acqua dietro la recinzione di pali e filo spinato che questa mattina sono letteralmente avviluppati da piccoli cristalli di ghiaccio.

Arrivo al confine e scavalco la recinzione, mi avvicino lentamente alla pozza, ma lui, forse perché consapevole del fatto che oggi non avrei potuto insidiarlo, mi lascia passare e non vola. Io incredulo ma sicuro della sua presenza avendo marcato la rimessa, proseguo per la mia strada, ma un attimo dopo lo sento sgneppare tra me ed il sole che fino a poco prima avevo alle spalle. Scatto d’imbracciata e raccolgo fortunatamente un’apprezzabile controluce.

Ormai è trascorsa più di un’ora ed il tempo a mia disposizione sta per scadere, decido comunque di far visita all’ultima rimessa formata da una curva del canale che in quel punto è contornata di rovi. L’ho soprannominata “l’ultima delle possibilità”, oggi però smentisce la sua fama perché non c’è niente. Così prendo la strada del ritorno che per abbreviare taglia dritta dentro un piccolo bosco. Qui spesso i miei setter mi hanno dato la soddisfazione di fermare beccacce e fagiani selvatici e appena uscito, mentre rifletto sulle differenze e soprattutto sulle similitudini tra la caccia e la caccia-fotografica, un volo di pavoncelle mi si alza d’avanti,

prontamente scatto una foto e ripenso ai beccaccini che avrei potuto incarnierare ma che, restando vivi, mi faranno ancora divertire.

P.S. : Se è vero come diceva Gramignani che, “La Caccia è sempre domani”, io aggiungo che, “così non chiude mai”

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3 Comments

  1. David …. una sola parola! IMMENSO!

  2. bravo David sono tutte delle buone foto sia sui beccaccini che quella sulle pavoncelle ,ma quella che mi da più emozione é quella che tu chiami”il canale che divide il campo” secondo me hai colto un’atmosfera e una luce con quella bruma leggera che chi va a caccia sa riconoscere.
    Sono atmosfere che, infreddolito con il bavero su, vedi e ti sembra di non guardare e invece di colpo ritornano.
    Questa é la vera magia della caccia,ovviamente insieme ai tuoi cani e magari una beccaccia che a fine dicembre,continui ad alzare,ma non ne vuol sapere di farsi manco vedere

    • Grazie Lucio, non ci crederai ma anche io preferisco la foto del canale, ogni volta che la guardo riesce ad emozionarmi e a riportarmi in quel posto ahahahahah

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