1468492_10201861884214824_48130179338336209_n( Con questo prima articolo iniziamo una riflessione in sei articoli correlati dove le motivazioni degli anticaccia saranno esaminate una per una)

La caccia sta vivendo una stagione declinante per un concorso di circo­stanze irreversibili.

L’antropizzazione del territorio ha causato l’estinzione della selvaggina no­bile stanziale cacciabile e il calo della selvaggina migratoria, ha reso la sosta di que­st’ultima precaria e brevissima.

Il numero dei cacciatori pur in costante diminuzione, è inferiore al numero delle licenze di caccia rilasciate ogni anno: molti “escono” solo poche volte in una stagione; coloro che si dedicano alla selvaggina migratoria cacciano solo i rari giorni del “passo”; più assidui sono coloro che cacciano lepri, beccacce e cinghiali (cacce di elite molto specializzate) e coloro che usano con il cane (più interessati al lavoro dell’ausiliare che alla selvaggina).

Nel volgere di qualche anno l’esercizio venatorio resterà circoscritto ad uno sparuto superstite manipolo di cinegetici e di “cinghialari”.

In questo stato di cose appare singolare la mobilitazione e l’accanimento degli anticaccia, che vorrebbero l’abolizione per legge dell’esercizio venatorio.

Gli ecologisti-animalisti anticaccia si dedicano da anni ad una martellante campagna abolizionista, proclamando con i toni indignati e catastrofici che sono loro propri, che” la strage indiscriminata di animali pregiudica l’equilibrio biologico e la bio-diversità;” che trarre “diletto dall’uccisione di animali è incivile,” e che la maggio­ranza degli italiani è favorevole al divieto totale.

Preliminarmente occorre tener conto che in tema di ecologia la scienza uf­ficiale è equamente divisa tra “catastrofisti” e “revisionisti-progressisti” e tale conflit­tualità denuncia la indimostrabilità scientifica di qualunque previsione futuribile.

Ma quando si tratta di accertare la realtà odierna italiana e individuarne le cause, i dati oggettivi non si prestano a contestazioni.

Come ogni posizione ideologica, quella degli anticaccia prescinde dalla realtà attuale del nostro Paese. movimento ecologista, che pure ha avuto il merito di sensibilizzare il mondo su taluni eccessi della civiltà odierna, ha avuto l’abilità dì costruirsi in modo autoreferenziale attraverso un sapiente uso dei mass-media, una abusiva reputazio­ne di unico esperto in materia di rapporto fauna-ambiente, con la conseguenza che le masse impreparate considerano “verità di fede” quelli che sono solo “slogan” pub­blicitari, ed etichettano come “venduti al potere o cialtroni” gli scienziati che osano dissentire.

Un dato che merita di essere messo in evidenza è che quasi tutti gli anti­caccia, nati e vissuti in ambiente urbano, non sanno nulla della natura e delle sue leggi, non sono mai stati a caccia, e si limitano a recepire in modo acritico “proclami” televisivi, che ignorano essere inappropriati alla situazione italiana ( fatto ben noto ai professori di scienza naturale).

Chi non ha una specifica educazione letteraria o musicale, può dare “giu­dizi” sulle “terzine di Dante” o sulle “sinfonie di Bach”, che non capisce?

Chi non sa nulla della caccia e della natura può emettere condanne?

Va aggiunto che se si trascura la collocazione storica, consuetudinaria, sociale di una usanza come la caccia, astraendola dalle sue coordinate spaziali e temporali, si rinuncia alla sua comprensione: l’atomizzazione delle conoscenze, ne­gazione della globalità della vera cultura, rende insignificanti i fatti isolati e impedisce di comprendere il presente: come pretendere dì progettare il futuro se non si cono­sce il passato (che è il “padre” del presente)?

Un tale dilettantesco approccio ai problemi, da un lato rende impossibile la comunicazione tra le generazioni e difficile la comprensione di ciò che non si cono­sce, (del “diverso”), e dall’altro porta a immaginare il futuro basandosi solo su un presente che non è analizzato correttamente!

Un discorso serio sulla caccia, presuppone la conoscenza della sua storia (che coincide con quella dell’umanità): per milioni di anni l’uomo cacciatore carnivoro ha tratto dalla caccia la principale fonte di alimentazione, e alla caccia ha dedicato ogni energia, ogni sforzo creativo, ogni azione

Perciò non deve stupire che la moderna psicoanalisi abbia riscontrato nell’universo occulto istintuale, antropologicamente connaturato alla natura umana, la persistenza dell’istinto primordiale del cacciatore (con il suo corredo di aggressività e di violenza).

Le affermazioni degli anticaccia vanno esaminate una per una. Vedi gli articoli che seguono: le-affermazioni-degli-anticaccia-vanno-esaminate una per una.