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Per più giorni, credo per più di un mese, mi ero lasciato prendere dalla passione di consultare tutto quello che di più scientifico si potesse cogliere dalla Letteratura di Ricerca sulla beccaccia e sulla sua migrazione. E così di pari passo mi ero messo a scrivere uno zibaldone, una vera rassegna bibliografica che poi pomposamente avevo definito “evidence based review”, ed altrettanto scherzosamente avevo titolato.

 “La beccaccia scientifica”.

Avevo letto, riletto, analizzato e cercato di sintetizzare tanti aspetti della anatomo-fisiologia della beccaccia e del suo ciclo vitale , io stesso trascinato da quella curiosità che ti prende quando affondi te stesso ,umile dilettante,dentro i rigidi risultati della ricerca scientifica , quella vera ;tanta passione quasi quanto quella che per anni ed anni,ed ancora oggi,ti spinge nel bosco,duro ed impenetrabile a tratti,alla ricerca di quel frullo dove poi tu lanci un’inconsulta vampata di piombo e morte:così dentro i misteri della beccaccia,così dentro i misteri del tuo “essere”.

Così dopo una giornata passata su Internet a spulciare lavori scientifici di ogni tipo, mi capitava poi di notte di sognare qualche cosa di strano e che poteva riguardare i campi magnetici, la migrazione notturna della beccaccia ed anche di altri uccelli,gli assalti e la difesa da predatori di terra e di volo,il volo notturno di una beccaccia mai persa in un bosco immenso e tenebroso,il volo solitario sul mare o nel turbinio improvviso di una tempesta di neve . Poi quando mi svegliavo avevo un vago ricordo di qualche cosa,ma non molto; facevo colazione e mi ributtavo sul computer e sui libri.

Ma questa volta non è stato così ! Mi sono svegliato dopo un lungo,lunghissimo sonno e sogno,ricordandomi tutti i particolari subito al risveglio e dopo:tutti i dettagli dall’inizio alla fine. E’ stato un sogno molto bello tra desideri ed “assurde”paradossali analisi logiche,tra metempsicosi e poesia,tra metamorfosi e crude e banali realtà, sino anche alla morte. Così ho pensato di raccontarlo,questo sogno,con tutti i benefici del racconto di fantasia,tanta e forse troppa,ma comunque amica di questa passione che poi –nella realtà- ci trascina a cercar beccacce per i boschi con i nostri cani.

C’era un gran vociare intorno a me quando scendemmo dalla Land Rover della Guardia Forestale ai margini del bosco ; c’erano alcune persone,forse cinque o sei,con le lampade da minatori sui cappelli,e sembrava che tutti mi conoscessero ed io conoscessi loro . Era già notte fonda ; con un breve percorso eravamo partiti dalla Residenza Presidenziale di Castelporziano e la Villa era ancora tutta illuminata perché quella sera c’era stata una qualche visita ufficiale e relativo gran ricevimento.Un lungo corteo di macchine se ne era già andato da tempo e quattro o cinque corazzieri smessi stavano seduti nell’atrio probabilmente a scolarsi i rimasugli del rinfresco; le guardie forestali erano tornate alla Villa dopo aver chiuso i grandi cancelli ed avevano dato l’OK per la nostra spedizione. Noi con la Land Rover avevamo percorso tutto uno stradone dalla parte verso il mare:faceva freddo ma non moltissimo per essere alla metà di Gennaio, non gelava. In lontananza si sentiva la risacca del mare. Le persone che erano con me erano Ricercatori esperti ed in due coppie erano forniti di uno speciale attrezzo , una specie di “bilancia da pesca” rovesciata montata su una lunga canna. Uno del gruppo aveva una potente pila a fascio largo di luce,e tutti portavano anche altri strumenti negli zaini.Appena ben pronti così attrezzati ci avviammo per una serie di viali e vialetti in mezzo ad una pineta di alti pini mediterranei,e poi in mezzo ad un bosco ceduo con larghi spiazzi cespugliati e atratti ricolmi di felci. Tutti in silenzio i Ricercatori procedevano nel buio,invitando anche me al silenzio assoluto.Arrivammo al limite del bosco dove cominciava una radura erbosa a pratino e muschi,e a tratti appena a marcita:sentimmo due frulli fragoroso,poi accese tutte le pile inquadrammo subito una beccaccia ferma immobile. Lì si diresse la prima coppia di Ricercatori ed in un battibaleno la retina a bilancia rovesciata intrappolò l’uccello .Nello stesso tempo l’altra coppia di Ricercatori si diresse velocemente verso un’altra beccaccia illuminata a 15-20 metri da noi, ed anche questa fu subito catturata. Stesi per terra con il braccio e la mano destra sotto il bordo delle due reti,i Ricercatori tirarono fuori delicatamente le due beccacce che furono subito delicatamente incappucciate con le cuffie simili a quelle che si usano per la falconeria. A me diedero da tenere in mano una pila per illuminare il loro lavoro : con gesti rapidi e sicuri tirarono fuori dagli zaini alcuni strumenti con i quali pesarono,misurarono,inanellarono i due uccelli,registrando tutti i dati morfologici su un computer,poi con un piccolo ecografo eseguirono con maestria l’ecografia dell’addome e consultandosi ripetutamente tra loro nel leggere le immagini,stabilirono che una beccaccia,quella più giovane,era una femmina,mentre l’altra adulta era un maschio. Poi si accinsero alla operazione più importante:installarono un piccolo tavolo apribile e sopra di questo,come su un tavolo operatorio, applicarono due piccolissimi ricetrasmettitori a pannello solare,uno per ognuna. Li imbracarono delicatamente sotto l’articolazione delle ali e poi li fissarono al dorso degli uccelli con due punti chirurgici. Fecero una rapida verifica telemetria circa l’efficienza dello strumento e del sistema, e poi tolti i cappucci rilasciarono gli uccelli nel mezzo della radura.

Erano tutti molto contenti del lavoro svolto in appena un’ora,e rientrando nei viottoli del bosco fecero segno a me di andare dall’altra parte della radura nella direzione che avevano preso le due beccacce al momento del rilascio. Io ebbi qualche esitazione ma poi andai.

Dopo questa fase di sogno che mi era sembrata normalmente “umana” e realistica, il mio sogno cambiò ed io ero ora immerso in un’atmosfera immaginifica, irreale, vorrei dire fiabesca.

Camminavo sull’erba con passi soffici,quasi aerei, sinchè immerso in una nebbiolina appena luminescente entrai in un bosco con grandi querce ed anche lecci secolari e a tratti piccole tamerici circondate da un tappeto di foglie marcite ammucchiate dal vento. Subito alla base di una di queste tamerici era ferma,accoccolata  immobile la beccaccia femmina con la sua radiolina sul dorso,per nulla spaventata e che mi guardava con i suoi grandi occhi fissi, vorrei dire serenamente immobili.

Nel sogno vedevo la mia stessa figura quasi evanescente,trasparente nel buio del bosco stranamente a tratti illuminato da un chiarore surreale : era un ambiente incantato, fiabesco e la mia fata era la beccaccia. Mi guardava e sembrava mi dicesse “fermati”, fermati qui con me, accoccolati qui anche tu al riparo dal freddo della notte,ed io mi sentivo lusingato del suo invito. Così feci e nel mio sonno,tra brevissimi dormiveglia e sogno vero che continuava a puntate, trascorse il tempo così come se trascorressero più notti e più giorni. Seguivo la beccaccia in volo subito al primo buio sino alla radura –sempre quella- dove lei mangiava perforando il terreno insieme ad altre beccacce , incluso il maschio anche lui fornito di radiolina, e tutte poi dopo la mezzanotte se ne tornavano ai loro posti di riposo nel bosco. Di giorno,al mattino,se era sereno andavamo di pedina sino al limite del bosco dove batteva il sole e ci mettevamo fermi vicino ad un mucchio di pietre e brecce sufficienti a riflettere meglio il calore del sole. Poi tornavamo nel bosco,sempre di pedina, e la mia fatina conosceva alcuni pezzi di terreno subito ai piedi di grandi antiche querce dove la terra più umida ed odorosa di muschio,era più ricca di vermi. Lei mangiava avidamente e man mano che i giorni passavano sembrava aver perso il senso della sazietà. Alcune volte faceva una piccola diversione nel percorso per andare in un piccolo tratto di bosco dove c’erano tre o quattro cespugliosi di nocciolo e lì trovava più abbondante il cibo. Il posto era ben conosciuto perché sempre lì di giorno si radunavano altre beccacce .

Man mano che aumentavano le ore di luce la beccaccia limitava sempre più le sue attività di movimento, mangiava insaziabile ed ingrassava a vista d’occhio. Alcune volte sentimmo il rumore ed il vociare di alcuni uomini: io li vidi, erano i Ricercatori che con alcuni strumenti ad antenna cercavano di localizzare la beccaccia e poi prendevano appunti su un computer e se ne andavano senza disturbarci.

Una notte , poco prima dell’alba, corremmo un grave pericolo : io , che nel sogno dormivo accanto al cespugliose della beccaccia, mi svegliai trovandomi quasi sopra di me –invisibile per loro- quattro cinghiali con i loro musi soffianti a sfrugugliare tra la terra coperta di foglie. Allora credo ebbi di nuovo sembianze materiali ed i cinghiali scattarono all’indietro spaventatissimi e fragorosamente galopparono nel bosco più fitto. La mia fata mi guardò e credo mi sorridesse per ringraziarmi.

Passarono ancora diversi giorni,l’aria anche di notte s’era fatta meno fredda,il vento più frequentemente tirava dalla parte del mare, tant’è che la risacca sembrava vicinissima. Poi la beccaccia via via diventò più nervosa e a volte mi sembrava volesse scrollarsi di dosso quella radiolina sulla schiena : dormiva solo per poche ore e più di frequente sempre di pedina si aggirava nel suo territorio sia di giorno sia di notte a cercar pastura. La sera nella radura si muoveva a scatti,come danzando, poi si fermava molto vicino a due beccacce –una era il maschio con la radiolina- che si esibivano insistentemente facendo la ruota con la coda. Al tramonto non usciva subito in volo dal bosco , ma rimaneva a lungo ferma in uno spiazzo da dove poteva vedere bene il limite dell’orizzonte dove tramontava il sole. Dormiva molto meno nelle notti con cielo chiaro e stellato e sembrava scrutar le stelle.

Un giorno il tempo diventò piovoso ed appiccicoso, con una pioggerella fitta fitta che veniva dal mare spinta da folate di scirocco. Verso sera la pioggia cessò ,il vento si fece più calmo ma continuo, ed il cielo sino allora coperto si schiarì a tratti proprio mentre il sole tramontava. Non so bene cosa successe ma fu come se la mia fata volesse farmi partecipe di una sua ansia e di una sua decisione. Muovendo il capo e le ali mi fece capire di stendermi accanto a lei con la mia testona accanto alla sua testolina e gli occhi –così come i suoi- diretti a guardare là dove il sole tramontava: fu così che allora vidi un chiarore luminoso con colori più forti degradanti al violetto subito ai lati estremi del mio campo visivo e –non so come – mi resi subito conto che quei colori servivano alla beccaccia per fare il punto di dove eravamo su un asse virtuale “ sud – nord “. Via via che il buio aumentava ed il cielo si punteggiava di stelle, fu come se anch’io vedessi una specie di viale virtuale nel cielo ; su questo viale, nel capino della beccaccia, si orientava una specie di sistema a catena di alcuni aghi di bussola che si erano materializzati anche per me. E quando tutto questo sistema “colori U.V.-stelle-bussola” si allinearono compiutamente , e già da due ore era completamente buio,la mia fata voltò solo un attimo verso di me il suo capo con i suoi grandi occhini e poi calma spiccò il volo in quella precisa direzione elaborata dalla “sua” bussola via via controllandone l’efficienza riferita alle stelle.

Ed io, come un invisibile evanescente accompagnatore, volavo accanto a lei pur non avendo le ali.

Il vento di scirocco ci spingeva piacevole di coda, e velocemente prendemmo quota , circa 4-500 metri : a destra il luccichio delle piste dell’Aeroporto di Fiumicino, prima, e poi quello tumultuoso di Roma e delle sue strade ed autostrade ci sfilarono sotto di lato. La mia fata aveva il suo capino immobile fisso in una precisa direzione verso nord-est; gli occhioni ben aperti e fissi sicuramente vedevano sopra il capo l’emisfero celeste. Era impressionante la fissità della testa rispetto a tutto il suo corpo e le ali che si muovevano intorno ad essa : i movimenti della beccaccia si adattavano alle spinte del vento e a qualche vortice d’aria , tutta protesa, lei, per un viaggio ancora molto lungo ma intrapreso con estrema sicurezza ed assoluta determinazione. Così viaggiammo per tutta la notte, ci alzammo di altitudine per superare alcune montagne e le valli punteggiate di luci di città, villaggi, strade ed al primissimo incombere all’orizzonte del primissimo chiarore –sfumato di viola- verso est , cominciammo a scendere di quota sin verso una grande foresta che ben si vedeva apparire tra canali e lagune , subito prima del mare che già luccicava alle prime luci dell’alba.

La mia fata fece un largo giro ad “U” sopra il bosco prendendo il vento al contrario così che le facilitò l’atterraggio in una zona cespugliata, umida ed odorosa di muffe –anch’io sentivo quell’odore- subito al margine della grande foresta dove dentro nel sottobosco già si vedevano chiazze di ciclamini e di viole. Appena a terra s’infilò decisa in un roveto , tastò il terreno con il becco una o due volte, si accovacciò e subito dormì. Ed io insieme a lei. Eravamo certamente sulla costa settentrionale del Mar Adriatico , forse eravamo nel bosco della Mesola. Dormimmo.

Durante il giorno più volte la mia fata fece voli brevi in mezzo al bosco ricco di grandi alberi secolari e di cespuglioni, fratte, roveti, fossi ricolmi di felci e poi intramezzato da ampie e piccole radure erbose : lei volando sembrava sempre odorare l’aria poi scendeva a terra in piccole riparate radure e mangiava voracemente , poi dormiva, poi rivolava di nuovo a mangiare in posti sicuri. Quando trovò un grande slargo dove pascolavano alcuni cavalli, non si mosse più da quel posto ricco di fatte e di vermi. Al tramonto riprese la posizione fissa a terra studiando i colori a lato della luce del sole che scendeva all’orizzonte ad ovest ; poi si girò dall’altra parte ad est ed aspettò il buio. Due ore dopo il tramonto , ancora con il cielo stellato ed un fresco vento da ovest, volammo di nuovo ora sul mare ad un’altitudine di non più di cento metri. Fu tutta una bella tirata sino alla costa dall’altra parte del mare quando ci apparvero le prime isole della Dalmazia e lì giungemmo che era ancora notte così proseguimmo  all’interno ,spinti da un buon vento di coda, per valli e creste di montagne alcune ancora innevate altre rocciose e brulle, sinchè al primissimo chiarore del giorno ci buttammo giù in una valle boschiva dove in mezzo scorreva un fiume tranquillo con ampie anse sabbiose. Ci fermammo in una radura tra il fiume ed il bosco e lì il terreno sembrò subito ricco di vermi, tant’è che prime di dormire la mia fata mangiò avidamente per una buona mezz’ora.

Così giorno dopo giorno – non so dire quanti, ma non molti – sempre con la stessa determinazione risalimmo a nord dove la luce del giorno durava molto più a lungo ed il terreno per larghi tratti era ancora coperto di neve. Ora anche la luna crescente era quasi a metà del suo culmine ed il paesaggio sotto , visto dall’alto, era splendido con il luccichio di laghi e fiumi ed immensi boschi di conifere e scarsi o assenti i punti di luci artificiali. Finalmente una mattina giungemmo in un luogo dove i boschi di conifere sembravano sfumare in boschi marginali di betulle i cui tronchi biancheggiavano d’argento al chiarore della luna. Quì la mia fata volteggiò diverse volte prima di decidersi ad atterrare : sembrava voler controllare se tutto era a posto. Così finalmente scese in una radura i cui contorni erano ricchi di cespugli e di grandi macchie di felci. Ormai era giorno fatto. Allora mi guardò e mi fece in qualche modo capire che eravamo arrivati.

Dormì . Dormimmo .

A giorno pieno , appena sveglia fece ancora numerosi voletti tutt’intorno, ogni tanto atterrando in zone macchiate ancora da qualche residuo di neve ; subito al limite della neve testava il terreno con il becco ma più spesso pedinava vicino a grossi tronchi caduti e marciti dove affioravano muschi, muffe, funghi e larve d’insetti, e lumachine. Così trascorse la prima giornata e la beccaccia ,sempre con la radiolina ben fissa sul dorso, non diede più segno di voler proseguire il viaggio. Subito la prima sera sentimmo sopra il bosco di betulle, già da lontano, il canto “croch, croch” di alcuni maschi che arrivavano con volo lento, grandi “farfalloni”, e poi intrecciavano voli gestuali in un virtuale combattimento aereo , e altri scendevano subito a terra vicino a noi e si pavoneggiavano impettiti facendo la ruota. La mia fata non si agitò e si limitò ad osservare. Non uscì più a mangiare in luoghi di pastura scoperti. Trovava i vermi dappertutto lì dentro ed appena intorno al bosco.

Al mattino dopo tutta la foresta di alti altissimi abeti che era lì vicino risuonò di numerosi canti d’amore dei Galli Cedroni , tanti, forse più di venti in tutta l’area di un paio di chilometri quadrati , l’<arena> ,e tutti cercavano di affermare il proprio ruolonelle gerarchie dell’accoppiamento con le femmine che tutt’intorno a terra , molto più numerose dei maschi, stavano ad ascoltare “Toc,Toc, toctoctoc, schiii, schiii”. Alcuni troneggiavano in bosco facendo la ruota sulle cime di alcuni abeti ,altri lo facevano a terra, pronti anche ad ingaggiare gestuali combattimenti tra i maschi dominanti. Conoscevo bene quei siti e quei riti per essere stato lì anni prima alla caccia di Primavera. In lontananza si sentiva inconfondibile il vociare di grandi branchi di oche che ormai quasi al termine del loro viaggio di ritorno al Grande Nord,alle tundre,cercavano luoghi di pastura per rifocillarsi prima dell’ultimo balzo, e là si sentivano anche incredibili scariche di fucilate.

Poi quella sera le fucilate arrivavano anche nel nostro bosco , e vidi alcuni uomini con fucile che aspettavano i maschi in “croule” pronti a gettare in alto il cappello per attirarli a terra. Allora pensai anche a quell’altro maschio di beccaccia che era stato fornito di radiolina la sera stessa della mia “fatina” in quel di Castelporziano.

E così il mio sogno che si era come stabilizzato dopo il grande viaggio nel grande bosco del Grande Nord , sembrò interrompersi. All’improvviso mi ritrovai in una grande sala operativa ,come quelle di Cape Canaveral durante i voli della navetta spaziale Shuttle, e lì erano tutti i miei amici Ricercatori di Castelporziano che attraverso alcuni monitor registravano ed avevano registrato tutti gli spostamenti delle beccacce con radioline .  “Guarda, guarda – mi dicevano – vedi dove sei arrivato tu insieme alla tua fatina ; guarda qui tutte le soste che avete fatto ed ora siete un po’ più ad oriente di Mosca nel mezzo della Russia . Invece vedi che l’altro maschio ha fatto più o meno il vostro percorso , è stato più rapido ed è arrivato molto più in su quasi sino alla Penisola di Cola”

Un grande computer elaborava un’infinità di dati raccolti tramite il satellite :   temperatura dell’ambiente e pressione atmosferica in loco dove erano le due beccacce,temperatura corporea ed uno strano indice di attività muscolare degli uccelli. Io ero seduto dietro una grande scrivania dove erano sparsi disordinatamente tanti fogli stampati che includevano tutti gli articoli e lavori che avevo letto quando mi ero buttato a fare quella Rassegna Bibliografica .

Poi sempre all’improvviso il mio sogno ritornò ad essere ancora più fantastico ed io ero di nuovo in mezzo al grande bosco del Grande Nord accanto alla mia fata. Era una notte di luna piena ed in mezzo alla radura del bosco erano riunite molte beccacce , non so dire quante : era un po’ come in quelle fiabe per bambini quando tutti gli animali del bosco si riuniscono per qualche evento eccezionale, e tutt’intorno i folletti del bosco  osservano, discutono e danzano e rendono grazie ad Odino il Dio dei grandi boschi del Nord ed accendono fuochi .Ed io ero diventato come uno di quei folletti e assistevo partecipe a quel raduno di beccacce stando ben vicino alla mia fata che finalmente ora parlava .

“Dove sei stato così a lungo? – mi disse – Avevo paura di non vederti in tempo per questo nostro appuntamento di beccacce che tutti gli anni in estate si svolge qui , e per me che sono giovane di un anno è la prima volta “

Io non avevo la cognizione del tempo trascorso , e solo allora notai che il bosco ed il sottobosco erano tutti freschi di rinnovamento di foglie e di muschi e di licheni. Anche se era notte i raggi di luce lunare che filtravano tra i rami facevano  luccicare di un verde smeraldo le foglie e le erbe ed alcuni fiori sparsi a volte quasi ammucchiati come primule, orchidee selvatiche ed i fiori “delle serpi” con tutti i grappoli di palline variamente colorate. Le beccacce ,a gruppetti, erano tante e sembravano comunicare tra loro con una specie di “crichhh, crichhhh” sommesso. Io non capivo e quello che più mi colpiva era quell’atmosfera di fiaba dei boschi con i folletti che saltavano di qua e di là come danzando, e avevano acceso fuochi ,mentre intanto si erano radunati anche alcuni caprioli ,qualche cervo ed alcune alci con i loro grandi immensi “palchi”. C’era anche come nelle fiabe un vecchio grande e buffo barbagianni appollaiato su un grosso ciocco e proprio nel mezzo della radura ; sembrava che tenesse un’importante conferenza comunicata a tutti con strani suoni soffiati e fischi liutanti mentre le beccacce e le altre creature del bosco ascoltavano attente.

Io seguitavo a non capire un bel niente, ma poi come per incanto e all’improvviso mi ritrovai solo accanto alla mia fata beccaccia che ancora mi parlò.

“Sai, qui ogni anno ci vengono spiegate tante cose dei pericoli che incombono sulle nostre vite selvatiche : il clima che cambia, i cacciatori che sono sempre più numerosi, le grandi macchine che tagliano il bosco e che smuovono la terra, i grandi uccelli di ferro che rombano qui sopra e buttano giù una specie di pioggia gialla che uccide tutti i vermi , quelli che vanno in processione su e giù dai pini, ma che poi brucia anche tutto il resto. Questa volta ci è stato spiegato che dove incontriamo e vediamo alberi di ferro che chiamano antenne , noi dobbiamo evitarli e non avvicinarli mai. Tu lo sai bene che nelle nostre testoline noi abbiamo tante piccole fettuccine di ferro che si muovono attratte dalle forze di Odino,quelle che il Dio tiene nel centro della Terra; hai ben visto che quando si muovono in certe direzioni noi le colleghiamo ai colori del tramonto e dell’alba e possiamo così sapere dove volare quando viene il tempo dei nostri grandi viaggi. Ecco …. ritornando alle torri di ferro , il barbagianni–che da molti anni tutti considerano il più grande Professore delle nostre foreste- ci ha spiegato che da lì nascono forze malefiche che possono muovere malamente le nostre freccine direzionali,portandoci poi fuori strada od anche a sbattere contro le torri , anche quelle che fanno grandi fasci di luce.  Ma tu queste cose le sai già . Adesso riposati e poi domani ti farò vedere altre cose che sono successe mentre tu eri via .”

Sognai allora di svegliarmi al mattino , ed appunto il sogno –sempre quello- proseguì.

Il sole irraggiava una piccola radura nel bosco dove tutto era lussureggiante di verde e risuonava di canti di uccelli silvani e di frusciar di lucertole e di rospi. La mia fata era al margine della radura e mangiava avidamente perforando il terreno e così facendo sembrava quasi insegnare il movimento di perforazione a quattro pulcinotti tigrati che la seguivano in ordine sparso. Mi vide e lasciò soli i piccoli per avvicinarsi allegramente a me .

“ Molte cose sono successe quando tu non c’eri. Alcuni bei maschietti volavano a me tutte le sere ma poi quando mi corteggiavano sul più bello s’accorgevano di quello strano affare che gli uomini mi han messo addosso , ed allora quelli si spaventavano e non mi curavano più. Poi finalmente un bel beccaccione , proprio quello che mi piaceva di più ed era più bravo a far la ruota, quello cedette presto alle mie lusinghe e così passammo insieme alcuni giorni d’amore intenso, intensissimo, alla faccia del marchingegno che ho sulle spalle. Poi presto trovai un bel posticino tranquillo, ben nascosto e riparato e lì partorii quattro uova ed allora fui molto accorta ed occupata a covarle bene, tant’è che nacquero tutti sani e vegeti questi bei quattro pulcini. Dopo pochissimi giorni ebbi molta paura: vidi una lince che a naso esplorava il mio territorio. Per sviarla dovetti fingermi ferita d’ala e riuscii ad indirizzarla in un altro territorio che sapevo molto frequentato dai topini ; quando s’accorse di questa insperata abbondanza di cibo non si mosse più da lì. Io però per sicurezza non mi fidai troppo del successo conseguito ed allora uno ad uno per sicurezza trasferii i pulcini –tenendoli ben stretti in volo sotto la pancia-(immagine copyright Scolopax Rusticula) – collocandoli qui in questo territorio dove ormai sono ben cresciuti ed hanno già imparato a difendersi da soli dai pericoli della foresta. Ormai mangiano sempre da soli . Anch’io sto di nuovo ingrassando e poi faccio spesso dei bei voli qui intorno per tenere allenati i muscoli “

Io la guardavo e con più tenerezza guardavo quei quattro piccoli beccaccioncelli che razzolavano sicuri di qua e di là, e di lì a poco erano pronti a volare : erano l’emblema della riproduzione della specie ed un inno alla vita del bosco. La sera la mamma li faceva raccogliere tutti insieme incespugliati , ma con un bello spicchio di cielo sopra in modo che loro cominciassero a conoscere bene la posizione delle stelle.  Anch’io come la mia fata mi sentivo felice vivendo così naturalmente la loro rapida crescita e l’avvio all’incombente migrazione.

Il mio sogno seguitò – per me senza alcuna precisa cognizione del tempo che scorreva – e così vidi i piccoli che ormai volavano la sera ai luoghi di pastura fuori del bosco e che erano indicati dalla madre che li precedeva. Poi un giorno dopo l’altro, prima uno e poi tutti se ne andarono chissà dove non ritornando più nel loro posto nel bosco. La mia fata non soffrì più di quel tanto perché ormai era concentrata su se stessa che doveva mangiare sempre di più ed ancora una volta senza alcun senso di sazietà.

Le giornate si erano ormai molto accorciate ,cominciava a far freddo con i primi venti dal nord che spazzavano il cielo e la sera le stelle brillavano come non mai. Di nuovo la mia fata si metteva a guardare intensamente il tramonto e poi le stelle. E finalmente partì, partimmo puntando decisamente a sud-ovest ,però rispetto a quello che era stato il volo di Primavera,le soste lungo tutto il percorso furono molto più lunghe. Ancora attraversammo il mare e riconobbi bene le luci delle coste Italiane dell’Adriatico : ci alzammo in altitudine e proseguimmo all’interno . Non era ancora l’alba ma potei riconoscere bene la punta aguzza del Monte S.Vicino nell’entroterra marchigiano e noi volammo in quota oltre i 700 metri e sfilammo a lato della cima per sorvolare poi la vasta valle dove numerose erano le luci di città e villaggi .In breve ormai alla primissima luce dell’alba ci apparve la lunga cresta montana di Laverino con i prati sopra e sotto ed in mezzo la larga fascia di faggeta . Capii che la beccaccia fiutava l’aria e dopo poco non ebbe esitazioni e lì si buttò in una piccola radura erbosa al limite superiore della faggeta dove erano anche alcuni piccoli ginepri. Io riconobbi subito il posto e mi preoccupai molto, perché conoscevo bene quel posto dove avevo cacciato per anni. Di lì a poco sarebbero arrivati cani a cacciatori. Io angosciato non riuscivo più a comunicare con la mia fata,e mi sembrava che anche lei non più mi vedessi e mi sentisse vicino. Sentii il rombo dei motori delle macchine che arrivavano su dalla valle e poi lo scampanellio dei campani sovrastato da quegli orribili angoscianti suoni dei “beeper”.

La mia fata dormiva sotto un piccolo ginepro.

Sentii i cani più vicini, poi inconfondibile il frusciare del cane che ancora nel bosco “guidava” sull’emanazione della mia fata. Io non so come , e nemmeno se in qualche forma umana od animale, mi sentii immerso e trasportato in un incantesimo di difesa della beccaccia . Lei seguitava a dormire tranquilla. Il cane a circa 8-10 metri da lei coperta da alcuni cespugli, si bloccò in ferma decisa e quel tremendo aggeggio    fischiante cominciò ritmicamente a suonare. Sentii il frusciare affrettato dei passi del cacciatore ed allora non ebbi più dubbi: in una qualche sconosciuta forma d’invisibilità io entrai in un cespuglio tra la beccaccia ed il cane e lì mi trasformai sottoterra. Volevo assolutamente difenderla senza sapere a quali conseguenze di rischio ponevo il cacciatore e me stesso. Ero anche iroso per via di quel suono angosciante del beeper che per me era un vero insulto al buon senso della caccia e delle naturali difese della natura stessa.

Quando il cacciatore arrivò affannato accanto al cane, pur seguitando ad imbracciare il fucile, toccò il dorso del cane invitandolo ad avanzare . Vidi che la mia fata si era svegliata ed a quel punto si era ancora di più accucciata tra le foglie come ultimo estremo mimetismo di difesa. Fu allora che io presi coscienza di aver assunto –sotto terra- le sembianze di una grande grandissima beccaccia, alta come un uomo, ed allora venni fuori dalla terra e dal cespuglio proprio davanti al muso del cane , e come a svolazzare allargai le ali enormi e il becco acuminato come una spada contro il cacciatore. Nel bosco ancora rosso di foglie, con i primissimi raggi di sole che filtravano l’intrico dei faggi ed inghirlandavano di luce diamantina  le ragnatele tese tra i rami, la scena era quasi apocalittica . Ed in un certo senso purtroppo fu così. Il cane con quello strano barattolo rosso fischiante appeso al collo, abbassò la testa e la coda tra le gambe mettendosi dietro al padrone. Il cacciatore – di fronte a questa enorme diabolica minacciosa beccaccia eruttata dalla terra – sbarrò gli occhi, lasciò cadere il fucile e si portò le mani al petto stramazzando poi subito al suolo con una specie di urlo di lancinante dolore soffocato in gola. Era morto.

Contemporaneamente la mia fata era volata via decisa e sapevo bene che da lì sarebbe andata alla solita rimessa giù ai “trocchi”. Mi sembrò che lei non si fosse accorta di nulla della mia metamorfosi incantata. Mi accorsi che stavo riprendendo sembianze umane: il cane si era accucciato impaurito accanto al corpo disteso del padrone che rimasto con gli sbarrati e raggelati giaceva ormai morto. Per un attimo , solo per un attimo, ebbi paura di ravvisare in lui la mia immagine di cacciatore. Ma fu solo un attimo. Mi sentivo angosciato di non poter portare più alcun soccorso a quell’uomo. In lontananza sentivo le voci di altri cacciatori .Vivevo quell’incantesimo malefico tra la pietà umana, l’impotenza di medico e l’affettività che si era creata tra me e la mia fata. Per l’uomo non c’era di certo più nulla da fare e quando sentii che ormai –guidati dal beeper- si avvicinavano e arrivavano gli altri cacciatori, io invisibile mi allontanai ed in un battibaleno ritrovai la mia fata nella sicura rimessa in fondo al primo vallone. Allora sì, lei mi vide e con i grandi occhi fissi mi sembrò sorridesse per ringraziarmi. Le feci segno di andare, e lei capì che anche se in pieno giorno era meglio andare in qualche altro bosco lì vicino . Così volammo di nuovo nella valle.

La valle, il bosco, la “buttata”, i prati e gli scogli su in alto riecheggiavano lugubremente di quel fischio lamentoso ed angosciante del beeper, un suono lacerante che si spandeva intorno come un suono di morte.

Arrivammo in un altro bosco, dall’altra parte della valle, e che io sapevo bene chiuso alla caccia. Più volte durante il giorno la mia fata trovò spazi di buon terreno per mangiare. Poi subito a sera volò alta, con me accanto, superando ancora monti e boschi e valli sino a che ci apparvero inconfondibili le luci di Roma e delle sue strade e autostrade tutt’intorno  e poi le luci del grande aeroporto : solo allora la mia fata volò più in basso sino ai boschi non lontani dalla riva del mare . Eravamo a casa, la nostra “ casa d’inverno “ .