Foto di Angelo Lasagna

So di uno che manda un suo operaio, spesato, a fare per proprio conto quello che a lui non riesce più: ammazzare allodole. Ne conosco un altro, cacciatore di beccacce, che sprizza soddisfazione nel raccontare di poter anche vendere il fucile, tanto quando ferma il proprio cane c’è il suo compagno di caccia, grande sparatore, che le ammazza tutte. Non vedo nessuna differenza fra i due, forse sarà un vizio legato alla senilità venatoria, ma non riesco proprio a comprendere come si possano appaltare le proprie emozioni, come si faccia a non provare pudore nel raccontarlo. Per carità, de gustibus, anche i guardoni a loro modo provano piacere, ma in qualsiasi società moderna la loro è ritenuta una pratica deviante.

Le beccacce si devono cacciare da soli, ci si deve arrangiare, anche se ciò che si può fare è poco, perché è proprio quel poco a dare significato alla propria esistenza di cacciatore. Si devono cacciare da soli anche per ragioni etiche, la maggioranza, invece, le caccia in forma collettiva. Crea cioè una specie di società di mutuo soccorso, composta da più persone, avente come scopo la facilitazione del gioco e la compensazione delle carenze personali Una mutualità rispecchiante la stessa esigenza che, più in generale, spinge gli uomini deboli a cercare una unione solidale, secondo i principi dell’aiuto scambievole. La differenza però è che qui non c’è da garantire la copertura sociale a persone svantaggiate che ne sono prive, qui il mutuo soccorso mira solo ad ottenere un carniere garantito, un “6 politico” che metta al riparo i componenti del sodalizio da risultati personali scadenti. Una mutualità comprensibile in gioventù, quando inesperti si ha la necessità di apprendere; capibile anche in vecchiaia, se la natura ci impone un badante; sennò oggi per potersi ritenere uomini da ferma, cacciatori del terzo millennio, a beccacce ci si deve andare da soli.

Perché altrimenti è una retata, e le retate sono un’operazione di polizia per scovare i latitanti.

Perché altrimenti è un rastrellamento, ed i rastrellamenti li fa l’esercito per ripulire il territorio dal nemico.

Perché altrimenti è un accerchiamento, un’azione militare per mettere spalle al muro il nemico.

Perché i plotoni di esecuzione sono per chi ha commesso colpe gravissime, e l’innocente beccaccia non merita il patibolo.

Perché la solitudine responsabilizza e mette costantemente alla prova, togliendo qualsiasi alibi.

Per mettersi al riparo dall’euforia del convivio, che tende a far, scendere il livello dell’etica.

Ma soprattutto perché, in una sfida naturale, il cacciatore deve essere nelle identiche, solitarie condizioni in cui si trova la solitaria beccaccia, oggetto delle sue attenzioni.

Servono rettitudine morale e forti motivazioni per riuscire a cacciare così, requisiti in grado di selezionare i praticanti e di generare un naturale autocontrollo nei superstiti. Per i quali i limiti sul numero di capi, su orari e periodi di caccia, nelle ondate di gelo e sul commercio di beccacce, a quel punto non servono. A loro quei limiti glieli impone, naturalmente, la propria coscienza e non v’è bisogno di alcun guardiacaccia per farglieli rispettare. Ed ai pochi irriducibili che, nonostante la caccia solitaria, dovessero rimanere dei serial killer, ci penserebbero le beccacce le quali, in una sfida equilibrata, saprebbero come cavarsela e riuscirebbero benissimo a sopravvivere sia alla loro pressione che a loro stessi.

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