La caccia dell'anima

La caccia dell’anima

Ho avuto alcuni ottimi compagni di caccia, nelle mie numerose licenze, veri amici, come me innamorati  della montagna, dei suoi selvatici e della sua profonda bellezza. Ho condiviso con loro la mia grande passione per il monte e per la sua vita.  O per le immense distese delle risaie della nostra bassa. Con tutti ebbi  comunque in comune  la passione per i cani da ferma.

Alcuni di  essi  furono miei maestri  venatori  come il Tani, re delle coturnici, il Nea, grande cacciatore di galli e bianche o l’indimenticabile Pino, che tutto mi insegnò sul magico mondo della caccia ai beccaccini.

Altri furono  compagni di caccia, amici della mia età allora verde, come Beppe, conosciuto a scuola, al Gonzaga, che come me aveva anche la passione per  la pesca a mosca, la musica rock, il grande Milan.

Con  essi trascorsi indimenticabili giornate di caccia che rimarranno sempre vive e care nel mio ricordo.

Va anche che detto che, durante i miei venti, trenta e quarant’anni,  mi fu carissima compagna di caccia la Solitudine,  della quale feci un’amica, una compagna, quasi un’amante della quale ero geloso come e forse  più dei miei  posti di caccia migliori e più segreti. Solo con i miei cani e la Solitudine, riuscivo spesso a ritrovar me stesso, a parlare con me stesso, a riscoprire alcuni lati del mio mondo interiore che i ritmi frenetici della vita moderna e della mia attività lavorativa mi portavano a trascurare.

Ore e ore, giornate intere a scarpinare nell’immensità dei  miei  monti,  o a spadulare, ventenne anima in pena,  verso gli sfumati orizzonti delle amate risaie, evitando, nei limiti del possibile, il contatto con altri esseri  umani,  le sole parole pronunciate nella giornata erano quelle rivolte ai miei cani che, ne sono sicuro, il più delle volte mi capivano assai più dei componenti dell’ umano consorzio.

Lunghe nottate in baita, nella comoda sedia accanto al camino su cui ardevano ceppi di faggio e acero, nell’assoluto e struggente silenzio delle notti alpestri, le teste dei miei setter inglesi o gordon appoggiate alle mie ginocchia, a ricevere quella carezza che non volevano mai esser l’ultima, e ripensare alle cose della vita, agli amici scomparsi, ai miei cani che erano passati ai beati territori di caccia ove credo che, secondo la credenza Lakota o Cheyenne, andranno a riposare le anime dei cacciatori appassionati  e quelle dei loro ausiliari. Risvegli un’ora prima dell’alba, solitari rituali di caffè e biscotti e poi fuori, ad attendere che venisse giorno, avvolti in albe di fuoco, che tutto tingevano di rosso e arancio vivo, fra zirli di tordi o sibili di sasselli di fresca entrata, fino al “via!!” le gioiose corse nei primi minuti, prima di ricomporre il galoppo in una cerca ordinata, secondo lo stile delle rispettive razze; l’intensità della caccia, il suono dei campani, gli incontri con beccacce che poco spazio lasciavano alle elucubrazioni, alle contemplazioni della natura, alle filosofie.

Tramonti trascorsi seduto fuori dalla baita, sulla panca di pietra, col primo pungente freddo  della sera d’ottobre o novembre, io e Madama Solitudine seduti fianco a fianco, al morir del giorno, mentre la notte che avanza allunga le sue mani scure su tutti gli esseri e su tutte le cose e il ti-ti-ti del pettirosso ti dice che è l’ora, che fra qualche attimo vedrai la beccaccia uscir dal bosco, sfarfallare sulla bocchetta e saettare veloce, tuffandosi giù, verso i prati dell’Alpe di Blessagno. Momenti che ti fanno rabbrividire, e non solo per il freddo, in cui il tuo animo s’ammala d’una dolce malinconia che ti s’avvolge intorno e più non ti lascia finchè ti coglie il sonno,  frutto degli strapazzi e delle fatiche della lunga cacciata. E’ malinconia  che hai preso ad amare,  perché vestita  di  poesia d’autunno.

Solitudine di Caccia, la più bella, la più cara, che cementa ancor più, per quanto sia possibile, il grande rapporto fra te e i tuoi cani.

Solitudine che ti permette di sfuggire i mille casini della vita quotidiana, le incomprensioni di cui il prossimo tuo  spesso ti fa oggetto,  di stemperare rabbia e amarezza, trasformandole in energia positiva.

Solitudine che, ai tempi, mi permetteva di “staccare”, di vedere le storie che avevo con la mie ragazze sotto un’altra ottica, di relativizzarne alcuni aspetti o di farne risaltare altri, di capire se e quanto sentivo la loro mancanza e, in conseguenza, se e quanto tenevo a loro..    

Solitudine che mi permetteva e ancor oggi mi permette di amplificare le percezioni, di meglio ascoltare le mille voci, e volte i silenzi, della mia montagna o dei miei boschi,  di coglierne i segreti messaggi, i sussurri,  i bisbigli, le urla.

Solitudine che fa suonar strana la mia voce, quando parlo ai cani, perché se è vero che sono solo sul monte, è altrettanto vero che sono in compagnia dei miei amici sempre fedeli, leali, che per me darebbero la vita, senza calcoli e senza pensarci  su  neppure  un  attimo.

Solitudine, dolce Musa che mi spinse a dormire sul Monte Fiorina, con la beata incoscienza dei vent’anni,  sotto una leggera coperta, lo zaino per guanciale e i miei due cani contro di me, per riscaldarmi: il premio fu  il rosario, sgranato a intervalli, del canto delle coturnici, sul monte d’intorno, al primo lucore di un’ alba mai dimenticata. 

Eppure anche il mio amore per Donna Solitudine, come  accade a tutte le belle cose di questo mondo, giunse, se non alla fine, a un punto di parziale non ritorno.

Nel 2003 mio figlio Brian, diciottenne, ottenne la licenza di caccia, coronando così un mio sogno di sempre, che avevo covato nell’animo dal  giorno della sua nascita e dando sfogo ai suoi desideri venatori, sospinti da una grande, naturale e istintiva passione.  Fin da bambino, a otto o nove anni, aveva  iniziato a seguirmi nelle mie cacciate a beccacce, sui bei monti della Val d’Intelvi, camminando sempre, a lungo e senza mai lamentarsi per la fatica, in un decennio la sua naturale passione per la caccia s’era ingigantita, consolidata.

Durante il primo anno di caccia abbatté la sua prima beccaccia, seguita poi da due altre, e si divertì molto In azienda faunistica, a Monte Ragola, da Giorgio e Marina, i gentilissimi e disponibili concessionari che guardavano con simpatia ai suoi esordi. Durante quella prima stagione, e nelle seguenti, Brian crebbe come cacciatore, cinofilo appassionato, beccacciaio sempre più competente, tiratore calmo, veloce e preciso. Amante della montagna, mio figlio può camminare per ore e giornate intere, con il suo passo regolare, sostenuto dalla forza della giovinezza, mettendo da parte la fatica, ascoltandola poco o niente.

Non ebbi altro desiderio che quello di cacciare in sua compagnia, non accettai altri compagni di caccia, se non per una cacciata occasionale, andare a beccacce con Brian divenne, ed è tutt’ora, una gioia e un privilegio. Rare furono – e sono – le giornate in cui non caccio con lui, a causa di un suo impegno lavorativo.

E’ in queste occasioni che riprendo il mio flirt con la Bella Solitudine, in modo più maturo, meno… esagerato, a volte più romantico.  Fu nelle pause di queste giornate passate solo al monte che nacque “Il Diavolo nel Lariceto”,  che mi soffermo più frequentemente a scrivere o a schizzar disegni sul taccuino Moleskine che sempre porto meco, nel taschino della  cacciatora.

Non temere dunque,  o Bella Dama Solitudine, non ti ho del tutto ripudiata o abbandonata: il fatto è che fra amor paterno per un figlio con cui condivido una grande passione, e amor di Solitudine, il primo ne uscirà sempre vincitore. Però tornerò sempre ad assaporare la tua compagnia, quando le circostanze me lo permetteranno.

Anche perché, come cantava Georges Moustaki, “…pour avoir aussitant dormi avec ma Solitude, je m’en suis fait presque une Amie, qui ne me quitte plus…”

Racconto tratto dal libro “La caccia nell’anima” di Franco Subinaghi