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La coturnice, come tutti gli altri uccelli appartenenti alla stessa famiglia, è estremamente abitudinaria e stabile nel suo areale di nidificazione e allevamento della prole. Ciò non toglie che la medesima effettui spostamenti (longitudinali, verticali) più o meno consistenti dettati da necessità contingenti: eccessive persecuzioni, perturbazioni atmosferiche (forti venti, gelate, precoci ed improvvise nevicate, temporali), presenze umane che disturbino la quiete della montagna. Tali spostamenti risultano però provvisori, perché non appena le condizioni tornano alla normalità, la coturnice puntualmente ritorna nei luoghi a lei abituali, dove risiede fino al sopraggiungere dell’inverno.

L’istinto gregario della specie, si manifesta soprattutto negli inverni precoci, quando la spessa coltre nevosa ricopre gran parte della montagna riducendo notevolmente le possibilità di sopravvivenza e di difesa. In questi periodi infatti, le coturnici compiono veri e propri erratismi, percorrono anche notevoli distanze raccogliendo nella loro migrazione altri gruppi di uccelli, che andranno a formare un unico contingente, a volte superiore ai trenta-quaranta individui. Questo suo peregrinare cessa una volta stabilita l’area di sverno, che sarà scelta con cura perché dovrà garantire ai coloriti pastura, difesa e riparo durante i mesi più duri. Quasi sempre queste aree vengono elette in prossimità di faraglioni di roccia, strapiombi, pendii soleggiati, nei quali risulterà impossibile l’accumulo della neve.

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Spesso nelle escursioni effettuate nei mesi di gennaio e febbraio, dopo aver vagato per ore in lande deserte, improvvisamente ho avuto l’incontro con gruppi di coturnici alquanto numerosi. In tali occasioni; quasi sempre gli uccelli risultano intrattabili, si levano a notevoli distanze e si rendono irreperibili per il resto della giornata. Nei luoghi di «svernamento», oltre ai cumuli di «fatte» lasciate dai cotorni nei dormitori notturni, sulla neve, si può seguire il tragitto degli uccelli; si notano le tracce attorno ai ginepri semi-sommersi, dove i selvatici si attardano a piluccare le residue bacche. La stagione inclemente impone ai cotorni di sfruttare qualsiasi risorsa possa offrire la zona; in questi mesi gli uccelli, benché completi nel piumaggio che li difende egregiamente dai rigori invernali, seguono costantemente la luce del sole e sfruttano sapientemente i benefici raggi su versanti e crinali, fino al calar della sera. Nelle albe «livide» che si susseguono monotone, si leva incessante il loro caratteristico richiamo, nella disperata ricerca di ulteriori compagnie, che li aiuterà a fronteggiare con maggiore successo ogni necessità.

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I cotorni infatti, stretti dalla morsa del gelo, oltre a reperire il cibo quotidiano, debbono guardarsi da rapaci, volpi, mustelidi sempre in agguato e pronti a banchettare a loro spese. In tale periodo, le coturnici dimostrano un notevole istinto gregario, inconsueto per questa specie monogama e gelosa della sua privacy; istinto che oltre ad aumentate le possibilità di difesa, con lo scambio dei ceppi, evita il pericolo di unioni consanguinee, dele-terie per tutte le specie viventi. Difficile poter stabilire se a questi «erratismi» partecipano anche coppie ormai collaudate: alcune osservazioni mi fanno ritenere di no, ma non ho la presunzione di affermarlo con assoluta certezza. Tra i giovani delle comunità intenti a sbarcare il lunario in attesa di tempi migliori, sorgono intanto simpatie e scelte reciproche che anticipano le unioni primaverili.