Avevamo già pubblicato su questo sito l’abstract di una prima parte del lavoro compiuto da Ariane Bernard-Laurent col suo bravo gruppo di ricerca dell’ONCFS (Comparso su Bird Study, 2017) per una conferma circonstanziata sulla doppia incubazione (di entrambi i sessi) della coturnice, già accennata da qualche Autore (partire da Aristotele!) e confermata sulla Pernice rossa. A fine 2018 lo stesso Office National de la Chasse et de la Faune Sauvage, in partenariato con la Federazione dipartimentale dei cacciatori delle Hautes-Alpes, ha portato a termine e stampato una brochure che illustra i risultati di un programma di ricerche realizzate tra il 2011 e il 2018 su una popolazione di Coturnice alpina “cacciata”nel Dévoluy, con un congruo supporto economico interregionale e fondi UE.

La riduzione degli habitats preferenziali da oltre mezzo secolo e la frammentazione delle popolazioni alpine che ne è derivata, hanno fatto sparire questa pernice da numerosi massicci. Conoscere meglio la sua dinamica di popolazione è indispensabile per tentare di comprenderne le ragioni e prendere conseguentemente misure di conservazione.

Si ricorda che la gestione delle popolazioni di Coturnici sulle Alpi francesi si appoggia al monitoraggio portato avanti dai membri dell’associazione “Osservatorio dei Galliformi di montagna (OGM)”, i cui programmi sono consultabili sul sito: http://www.observatoire-galliformes-montagne.com/Perdrix-Bartavelle.html

“La perdix bartavelle dans les Alpes; résultats d’une étude en Dévoluy”; Direttore della pubblicazione O.Thibault Redazione: E.Belleau, A.Bernard-Laurent, P.Bouvet, T.Faivre, J-P Serres, S.Tangis.

Ne traduco, riassumendo qui di seguito, i punti principali che ritengo utili divulgare a quanti, nel nostro Paese, sta a cuore il destino della specie e che potranno utilizzare alcune indicazioni emerse da queste ricerche (Silvio Spanò)

Il sito di studio. Il Massiccio prealpino di Dévoluy si estende a cavallo di tre dipartimenti (Hautes-Alpes, Drōme e Isère), con creste culminanti tra 2000 e 2789 m, e mostra una eccezionale ricchezza biologica riconosciuta ufficialmente con la sua parziale inclusione in ZPS (Natura 2000) adiacente ad altre due analoghe. Le grandi estensioni di pascoli coprono questo massiccio costituendo un biotopo d’elezione per la coturnice.

Metodologie.

Tecniche di cattura: due sono state le più usate con successo. Una (la più efficace) con l’aiuto di un richiamo vivo e una gabbia-trappola a più comparti, come quella per la cattura delle gazze. Il dispositivo è controllato a distanza con un’emittente che si interrompe quando un uccello è catturato e da una trappola fotografica per rilevare evetuali “frequentazioni” dell’area circostante. Assai utile a catturare singoli soggetti, coppie, o anche uccelli con emittenti scariche (per sostituirle). Il sistema ha buone rese sia in primavera che in autunno: il 43% delle gabbie-trappola installate in primavera e il 41% di quelle messe in autunno ha permesso di la cattura di almeno un uccello. La tecnica della rete a mano sorretta da due pertiche telescopiche (12 x 4 m) è stata utilizzata per la cattura dell’adulto con i suoi pulcini o per cambiare una emittente ad un adulto; indispensabile l’uso di un cane da ferma ben dressato.

Dall’autunno 2011 alla primavera 2018 sono state catturate ed equipaggiate di collare emittente di 9-14 g 165 coturnici, immediatamente rilasciate sul posto.

Radiotracciamento: gli uccelli sono stati seguiti e localizzati per tutto il ciclo annuale con un ricevitore e un’antenna direzionale in tre maniere: 1-molto approssimativa, a distanza, per rilevare il settore di presenza e lo stato (morto/vivo) dell’uccello- 2-approssimativo, per precisare la localizzazione di un uccello che è situato in siti inaccessibili, potendolo coì inserire in un reticolo di 250 m di maglia.- 3 – esatta, per localizzare la posizione dell’uccello in una maglia di 50 m di lato, per effettuare osservazioni dirette sul gruppo o scoprire un nido.

Controllo della riproduzione: i nidi sono scoperti per radiotracciamento a inizio cova, per alla stabilità del segnale dell’emittente che indica che l’uccello non muove. Il mattino successivo, quando si allontana per cibarsi viene inserito nel nido un registratore della temperatura per conoscere i tempi d’occupazione del nido, le date di schiusa o di eventuale distruzione, contemporaneamente un altro registratore, piazzato all’esterno del nido, rileva la temperatura “ambiente” dell’aria. Possibilmente una fototrappola dissimulata presso il nido potrà rilevare possibili predatori e il transito di altri animali domestici o selvatici. Dopo la schiusa il radiotracciamento dell’adulto radiocollarato fornisce informazione sulla sulla sua sopravvivenza, sullo spostamento e l’habitat della nidiata. La perdita di giovani viene apprezzata fino ai due mesi, contandoli una volta la settimana a partire dopo una ventina di giorni per minimizzare l’impatto dell’osservatore sulla loro sopravvivenza.

Demografia

Biologia della riproduzione: gli 81 nidi scoperti erano localizzati in prateria o lande tra 1373 e 2080 m, soprattutto esposti a sud-ovest. Ovviamente ben dissimulati sotto la copertura di un cespuglio, d’un ciuffo d’erba e/o di rocce. Maschio e femmina si riproducono nell’anno successivo alla loro nascita e l’inizio della cova varia, a seconda del clima, da fine aprile a metà maggio. ABBIAMO GIA’ PUBBLICATO UN SINTETICO ABSTRACT DI ALTRO ARTICOLO DEGLI STESSI RICERCATORI SULLO STESSO ARGOMENTO IN QUESTO SITO, E PERTANTO QUI RIPORTIAMO SOLO LA NOTIZIA DELLA CONFERMA DELLA DEPOSIZIONE POSSIBILE IN DUE NIDI SEPARATI UNO INCUBATO DALLA FEMMINA E L’ALTRO DAL MASCHIO.

Globalmente il 68% delle 53 femmine e il 58% dei 66 maschi seguiti hanno covato un nido, con una certa diversità tra gli anni legata alle condizioni meteo.

La taglia delle 77 deposizioni complete, covate da maschi e da femmine, è oscillata tra 7 e 14 uova, con una media di 10. Il controllo di 8 femmine che hanno deposto in due nidi ha fornito una media totale di 19,1 uova/femmina (17-21). Il successo di schiusa complessivo, su 43 nidi, è stato dell’88% (lievemente inferiore in quelle incubate dal maschio (86 contro 91%). Il successo riproduttivo delle 77 deposizioni controllate è risultato compreso fra 51 e 61%. La principale causa di predazione delle uova e il conseguente insuccesso di riproduzione è dovuta a mammiferi carnivori (80% dei casi rilevati). La predazione dell’adulto nidificante è piuttosto bassa (14%). I restanti insuccessi sono legati a disturbo provocato dall’osservatore a inizio cova, o da un mammifero (un caso dovuto a una marmotta!). Predatori al nido, identificati con certezza grazie alle fototrappole, sono risultati la volpe, la faina, la martora e il tasso.

Più difficile la stima delle perdite dei giovani. La sopravvivenza media dei giovani di 51 nidiate controllate fino alla perdita totale dei pulcini o all’età di 8 settimane, è stata 42% nel primo mese dopo la schiusa e 80% nel secondo: in pratica solo 1/3 dei pulcini raggiunge l’età di due mesi!

Cause di mortalità: degli uccelli di più di 3 mesi sono state identificate in base a indici raccolti dopo il recupero delle emittenti: tracce, piume, segni sul collare o l’antenna ecc. ovviamente certe cause restano indeterminate…Comunque la predazione è la causa principale, indipendentemente dal sesso, più incisiva d’inverno e durante la riproduzione. I rapaci, in particolare l’Astore e l’Aquila reale, rappresentano il 60% della mortalità sia dei maschi che delle femmine. I Mammiferi (volpe e mustelidi) impattano più sulle femmine (19% dei casi) che sui maschi (8%). La coturnici pagano inoltre una tributo non indifferente a cause traumatiche e non, comunque poco sospettate: caduta di pietre, impatto contro cavi sospesi, bracconnaggio e arresto cardiaco in seguito a violenti temporali. Un primo caso di mortalità per malattia (coccidiosi) è stato evidenziato, ma sembra eccezionale. La caccia ha inciso per 1,6% sugli uccelli marcati e prelevati.

Tasso di sopravvivenza: Il tasso annuale a partire dai 161 uccelli controllati (dei due sessi) tra settembre 2011 e luglio 2018 è stato stimato al 33% ( range 27- 40%), cioè un terzo degli uccelli marcati a inizio di un anno è ancora vivo alla fine dello stesso (ben inferiore a quella dei tetraonidi alpini, ma più alta di quella delle Pernici rosse in due siti del sud della Francia (29 sito non cacciato-27% sito cacciato). Il periodo riproduttivo e quello invernale mostrano bassa sopravvivenza. In inverno innevamenti importanti causano mortalità molto più forti che in inverni normali…lo stesso colore, molto visibile sul fondo innevato, li rende molto visibili. In genere studi precedente sulla fisiologia delle coturnici hanno mostrato riserve energetiche deboli che non permettono loro digiuni superiori a due giorni.

In sintesi la coturnice alpina ha una strategia demografica con caratteristiche estreme: maturità precoce, forte fecondità, bassa sopravvivenza con variazioni temporali e bassa speranza di vita (2-3 anni).

Stato sanitario della popolazione

Materiale esaminato: 23 autopsie di Coturnici trovate morte, 73 esami di digerenti di uccelli prelevati in caccia o trovati morti, 1000 coproscopie parassitarie sugli escrementi freschi raccolti durante i controlli sul campo, hanno evidenziato un parassitismo intestinale dominato da Ascaridia, grosso nematode a ciclo diretto trovato nell’intestino tenue della metà degli uccelli esaminati, a volte in alto numero. Sembrerebbe l’unico suscettibile di influenza negativa sulla dinamica di popolazione, legata anche all’esistenza di cicli di abbondanza associati a primavere precoci, dolci e umide, all’abbondanza di pulcini che si nutrono nei prati rasi infestati dalle deiezioni delle femmine. Parimenti le zone di riposo delle pecore, dove la ricrescita dell’erba è precoce, molto frequentate dagli uccelli in primavera e autunno, costituiscono le zone a maggior rischio. Si potrebbero auspicare, come misure preventive, la conservazione di lande a ericacee, gli incendi controllati, insomma gli interventi utili a diversificare le zone di nutrimento nei periodi critici del ciclo annuale.

Utilizzo dello spazio

In seno alla popolazione studiata coabitano individui con diversi comportamenti spaziali classificabili come segue: – La migrazione (tipo A): spostamento di adulti tra gli stessi spazi vitali estivi e invernali, da un anno all’altro, a volte distanti fino a 30 km. – Il comportamento sedentario (tipo B): soggetti che occupano spazi contigui durante tutto il ciclo annuale.- Il comportamento “escursionista” (tipo C): spostamento momentaneo (qualche settimana) di soggetti (giovani o adulti) un primavera a distanze inabituali di alcune decine di km fuori dell’area normalmente occupata. – La dispersione post-natale (tipo D): riguarda i giovani, ed è uno spostamento tra il loro luogo di nascita e il centro del loro spazio vitale primaverile. Può avvenire sia in autunno che in primavera (o in entrambe le stagioni)

La proporzione degli adulti che si disperdono in primavera non varia significativamente nei due sessi, anche se in autunno la proporzione dei maschi dispersanti è inferiore a quella delle femmine (48% contro 77%). Comunque gli adulti possono fare lunghi spostamenti prima di stabilirsi su un territorio di riproduzione (es. distanze medie di 27 femmine e di 31 maschi sono state rispettivamente di 9,7 e 7,6 km. Un record di una femmina è stato di 66 km!). Non sembra che i giovani siano più mobili degli adulti.

Il controllo di uccelli per almeno due anni consecutivi ha rilevato una forte fedeltà ai siti di nidificazione, a testimonianza della qualità del territorio. E’ stata osservata una tendenza alla fedeltà anche ai siti di svernamento.

Mentre le creste anche di oltre 2500 m non sembrano costituire difficoltà, non sono stati rilevati attraversamenti di una vallata, sebbene non più larga di 4 km.

La coturnice e le attività pastorali

Il controllo delle femmine radioequipaggiate in cova in presenza di greggi/ mandrie di ungulati domestici da giugno a settembre (periodo di coabitazione sugli alpeggi), sia con trappole fotografiche opportunamente disposte a rilevare la situazione, sia equipaggiando con GPS una pecora o una vacca in seno a un gruppo ha dato alcuni riscontri preliminari, al fine di conoscere la loro utilizzazione degli alpeggi e di confrontarla con la localizzazione delle coturnici, riproduttrici o non. A parte singoli casi di femmine in cova seguite particolarmente, con rilevamento del passaggio di ungulati molto vicini senza che abbandonassero la cova, le osservazioni hanno mostrato quando le coturnici occupano spazi pascolati dagli ungulati domestici molto gregari, esse manifestano una strategia di evitamento, fuggendo di pedina verso settori che offrono la sicurezza di non essere disturbate…una sorta di coabitazione pacifica. D’altra parte le coturnici traggono un reale vantaggio dal pascolo che favorisce il ricaccio di piante erbacee rase di foglia tenera.

Concludendo

La Coturnice, nonostante le sue grandi capacità di adattamento, non è certo che abbia il tempo di adattarsi alle pressioni imposte dai mutamenti ecologici e climatici come si stanno manifestando. La specie deve far fronte a una penuria d’habitats favorevoli. I pascoli e le lande anticamente sfruttate sono rapidamente regredite, rimpiazzate da lande basse, poi arbustive al piano montano e, in minor misura, al piano subalpino., evoluzione non omogenea tuttavia perché le zone non trattabili con mezzi meccanici, si “chiudono” molto più rapidamente delle altre. Operazioni di riapertura di spazi cespugliate associate ad una intensificazione del pascolo, potrebbero facilitare il restauro di ambienti favorevoli.

Se la conservazione dell’habitat delle popolazioni alpine riposa in gran parte sulla perennità delle attività pastorali, vacche e pecore non possono impedire la colonizzazione del pino silvestre; solo la presenza di capre in numero sufficiente permetterebbe di lottare efficacemente contro la chiusura delle zone aperte su vasta scala. Inoltre il sistema predatori-prede – in relazione ai cambiamenti in atto – dovrebbe esser studiato alla luce di una integrazione di detto rapporto e per meglio capire i meccanismi che governano la relazione popolazione/ambiente. Il tutto considerando la necessità di una gestione su una scala di diverse centinaia di kmq, viste le informazioni che emergono sugli spostamenti che la specie effettua, su scala molto più estesa di quella dei semplici comparti venatori!