Nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche, e anche nevi di gare», scrisse nel ‘93 su un «Quaderno» dell’Istituto di cultura cimbra diretto da Sergio Bonato in un articolo poi ripreso nel libro «Le vite sull’altopiano», «Ma non di queste intendo parlare: dirò di come le nevi, un tempo venivano indicate dalle mie parti».

A partire dalla «Brüskalan» che secondo la vecchia Arnia era «la prima neve dell’inverno». Perché sì, certo, «nevicava, anche a ottobre e a novembre, ma questa autunnale è una neve fiacca, flaccida, che interrompe il pascolo delle vacche sui prati sfalciati in settembre e il lavoro del bosco quando il terreno non è ancora gelato». Una neve fastidiosa il Giorno dei Morti «quando le ghirlande di latta e le felci vere di bosco sgocciolano l’acqua della neve sulle tombe ripulite».

«Ma quando brüskalanava era diverso. Il terreno, dopo l’estate di San Martino, era ben gelato e risuonava sotto le nostre scarpe chiodate con brocche e giazzini. Se lo sentiva nell’aria l’odore della prima neve: un odore pulito, leggero; più buono e grato di quello della nebbia». Allora «sopra le nostre teste arruffate cadevano le prime stille. Aprivamo la bocca verso l’alto per sentirle sciogliersi sulla lingua». E «in breve la neve copriva la polvere delle strade; l’erba secca sui pascoli, la segatura di faggio nei cortili, le tombe nel cimitero. Le voci, i rumori del paese; i richiami dei passeri e degli scriccioli si ovattavano e a questo punto la Brüskalan diventava vera sneea: neve abbondante e leggera già dal molino del cielo».

Neve, neve, neve. Sono tanti i libri Einaudi di Mario Rigoni Stern con la neve in copertina. Da «Il sergente nella neve» a «Racconti di caccia», da «Stagioni» a «Il bosco degli urogalli» da «Storia di Tönle» a «Ritorno sul Don». Nevi dolci, nevi allegre, nevi da incubo, che ti trascinano dentro la ritirata di Russia alla seconda riga: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don».

La neve che costò la vita al Marangoni, «un ragazzo, anzi un bambino» che nella steppa sconfinata chiedeva «da che parte è l’Italia, sergentmagiú?» e «una mattina, smontato all’alba, era salito sull’orlo della trincea a prendere la neve per fare il caffè e vi fu un solo colpo di fucile. Piombò giù nella trincea con un foro in una tempia». La neve che mordeva i visi sconvolti degli alpini in marcia: «Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti».

Neve di speranza, a volte: «Nella ritirata dell’inverno una lepre correva in direzione della colonna in marcia (…) Spaurita dalle grida correva tra le gambe dei soldati e nessuno riusciva a prenderla. Quando alla fine scappò fuori le spararono anche con i fucili e i mitragliatori. Correva a scatti e lampeggi senza nessun senso, e vedendola correre così nella neve gli venne il pensiero: “Se quella riesce a scappare uscirò anch’io”. Pregava che si salvasse. La lepre si salvò ed ebbe fiducia. Ritornò congelato, stravolto come la lepre, ma ritornò».

Poi la neve di pace: «Venne il sole e tutto era nuovo e puro e, come incominciò a scaldare, vedemmo gli scoiattoli attraversare di corsa la mulattiera, arrampicarsi lesti sugli abeti e fermarsi poi a guardarci con quegli occhietti allegri e stupiti». E quella delle stampe vendute da Tönle in giro per l’Europa: «In una c’era raffigurato l’attacco notturno di un branco di lupi a una slitta in corsa dentro una foresta carica di neve». E quella dei balilla sciatori che, ricevuti dal regime «scii veri, di frassino, con gli attacchi a leva» aspettavano frementi che «magari quella notte stessa venisse la neve. Che venne! Era stato il duce che aveva fatto nevicare!».

Sapeva tutto, «el Mario», delle nevi. Soprattutto delle «sue». E spiegava che «quando l’inverno stava per finire la sneea diventava haapar. Sulle rive al sole andava via per la terra in mille e mille gocce e appariva il bruno del suolo. Era il tempo che si sentivano le prime allodole: una mattina ti correva un brivido per la pelle ed era il loro canto alto nel cielo sopra l’haapar».

Dopo l’haapar, scriveva, veniva l’«haarnust». La neve che «verso la primavera, nelle ore calde, il sole ammorbidisce nella superficie e che poi il freddo della notte indurisce». E dopo «la sbalbalasneea: la neve della rondine, la neve di marzo che è sempre puntuale nei secoli» e poi la «kuksneea» cioè «la neve del cuculo perché è lui, il gioioso uccello risvegliatore del bosco, che qualche volta la chiama per divertirsi quando si sfalda dai rami delle conifere». E dopo ancora «la bàchtalasneea: la neve della quaglia» che può arrivare «quando i prati si coprono del giallo solare dei fiori del tarassaco e le api dall’alba al tramonto sono indaffarate nella raccolta». Per non dire, in rare estati matte, della «kuasneea: la neve delle vacche» al pascolo in malga. Su tutte, però, splende la neve del ritorno di Tönle, finalmente, a casa: «Il ghiaccio sui vetri aveva ricamato fantastiche tendine e la luce della luna che riverberava dalla neve si spandeva tenue e soffusa per la stanza facendo scintillare come tante stelle la calaverna delle pareti così che sembrava d’essere stesi dentro un cielo tiepido».