Pochi anni dopo la fine della guerra, diciamo intorno al 1950, il Ticino era una delle meraviglie della natura. L’acqua era talmente limpida e pura che si poteva bere.

Quando, nella lanca di Bereguardo, prendevo la mia barca da fiume, lunga cinque metri, nera, pesante e solida, e con la lunga picca la spingevo lungo i ghiaioni per andare a caccia sulle isole in mezzo al fiume, all’alba non vedevo anima viva.

Sentivo solo nei correntini la musica dell’acqua e l’odore inconfondibile del fiume.

In punta la mia pointerina Kira che annusava l’aria fresca del mattino, pronta a catapultarsi a terra all’arrivo sulla prima isola. Ricordo ancora le sue orecchie sventolanti nel vento e il suo tartufo annusare già a distanza se sentiva l’odore di qualche fagiano.

Il Ticino scorreva in quel tratto tra le più belle ed esclusive riserve di caccia. Queste riserve erano piene di fagiani che, non ho mai capito bene perché, ogni tanto, col loro immancabile grido partivano dai boschi confinanti per venire sulle isole. Ritenevo, probabilmente con ragione, che venivano sulle isole per spollinarsi, perché qui c’era una sabbia finissima, ideale per tale bisogna, tanto che io spesso mi fermavo sotto una pianta aspettando l’immancabile maschione che traversava il fiume per venire sulle isole, preannunciato dal suo rumoroso coo…coo…coo. Allora partivo, con Kira ai piedi, perché era già all’erta, e spesso lo castigavo.

Era una caccia, in verità non perfettamente classica, perché questi fagiani non erano certamente come i polli di oggi, ma erano bestie molto smaliziate che spesso, sentito il rumore mio e del cane, si sottraevano di pedina per partire in cima all’isola e rientrare in riserva al sicuro. Io mettevo allora a terra Kira all’inizio dell’isola e, il più silenziosamente possibile. lungo la sabbia che non faceva rumore, mi portavo in testa all’isola, e poi, col fischietto davo il via a Kira che, in mezzo al bosco, mi veniva incontro. Era uno spasso vedere le cabrate dei fagiani che alzatisi in volo, mi vedevano sulla loro strada, e forse capivano di essere ormai fregati. Spesso, colpiti, cadevano in acqua e, se erano vicini alla riva ci pensava Kira, che nel frattempo era accorsa allo sparo e me li riportava. Se in vece cadevano in mezzo al correntone, trattenevo Kira che si sarebbe buttata ugualmente e allora avrei dovuto ricuperarla qualche kilometro a valle, e correvo alla barca, mi mettevo in corrente, e lo ricuperavo dopo non meno di mezz’ora. Insomma, erano spesso fagiani presi con l’inganno e senza i crismi della perfezione. Ma confesso che a quei tempi alla perfezione non badavo molto. M’interessava di più tornare a casa con tre o quattro fagiani fregati nelle riserve. Pensavo che, in fondo, i fagiani erano democratici: si facevano ammazzare da poveri studenti senza soldi.

Giorgio Bracciani

LE BECCACCE SONO DI PASSO, LE DONNE SONO STANZIALI – Malu Editore 2004