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Cacciando la coturnice, a seconda della zona che si batte, sono frequenti gli incontri con altra selvaggina: nella zona più bassa, sia essa bosco o brughiera, o i primi contrafforti rocciosi, era un tempo possibile trovare la starna e la lepre; nella zona sui 1500 i fagiani di monte, e oltre i duemila, ai confini delle più alte pasture, agli ultimi mirtilli, le pernici bianche e la lepre bianca. A una certa altimetria, dai 2000 ai 2500, in certe zone nel regno della coturnice, sulla stessa pastura (rododendri, mirtilli) può capitare d’incontrare nella stessa giornata oltre che la coturnice, il fagiano, la pernice bianca e le due varietà della lepre comune e quella bianca! E qualche volta anche il camoscio. Il cacciatore di coturnici deve perciò sempre tener presente la probabilità di questi incontri, che gli saranno segnalati anche dall’azione diversa del cane, ma che se non pensata, alle volte sorprende talmente da far commettere degli errori di piazzamento e di tiro su un bersaglio non atteso.

Per dare un’idea di ciò che può succedere cacciando la coturnice… citerò un’altra pagina dei miei più vivi ed incancellabili ricordi. Ero andato a dormire, alla vigilia della giornata di caccia, sui 1700 in una baita abbandonata, naturalmente, come sempre, solo con il mio cane: s’era alla fine di ottobre e scopo della battuta era la ricerca di un paio di voli di coturnici ancora ben numerosi. La giornata di caccia è battezzata da un mattino freddissimo: prima dell’alba son sul posto dove avrebbero dovuto esserci le coturnici, ma il canto è lontanissimo, molto più in alto di dove lo immaginavo. Mi secca questa constatazione perché per salir fin lassù a ricercarle dovrei spostarmi troppo dal piano che mi ero prefisso, ma d’altra parte lasciar il certo per l’incerto non mi lusinga, e, fatto uno spuntino, e fumata una sigaretta, mi avvio pian piano verso l’alto preceduto dalla mia Lola. A larghe volute, salgo faticosamente in prossimità dell’ultimo tratto di erta ripida, oltre la quale so esserci un bel pianoro di rododendri dove son sicuro di trovarci le coturnici. 014Lola avventa e la sua azione si fa prudente per poi ridurla a una serie successiva di ferme e, giunta sul pianoro, conclude in una posa decisamente statuaria! Ma le coturnici non partono: Lola rompe la ferma e incomincia a correre di qual e di là come di solito fa dopo la levata del branco: questo infatti non c’è più e chissà dove sarà andato a finire, dato che le più vicine pasture son lontanissime e separate dal luogo dove mi trovo da un profondissimo canalone intraversabile.

Dovrei ridiscender per mezz’ora e poi risalire dall’altra parte con l’incertezza dell’incontro della rimessa. Non ho intenzione di sobbarcarmi a questa fatica nell’incertezza del risultato che ne potrei avere e, sapendo che con poca strada da dove mi trovo, salendo ancora, avrò la quasi certezza d’incontrare il secondo volo, decido di proseguire salendo alla volta di quella zona. Ma fatti pochi passi, a circa cento metri sopra di me, sento un frullo rumoroso e vedo tre stupendi fagiani maschi librarsi a traverso tutto il vallone, con l’intenzione evidente di raggiungere, sul versante opposto a quello dove avevano passata la notte, la pastura. Li marco e li vedo tutti, dopo aver attraversato tutto il vallone, posarsi in mezzo alla pastura conosciuta, e dato che passar di là può rientrare nel mio giro di ritorno, stabilisco di andarli a cercare nel pomeriggio.

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Arranco quasi fino alla vetta e poi ne discendo senza poter veder volare una coturnice. Chissà dove diavolo s’eran cacciate quel giorno! Stanco e scoraggiato, verso le 15, mi avvio verso il luogo dove avevo visto posarsi al mattino i fagiani. Lola riduce la sua cerca e quando sono proprio sul posto, quasi subito, accenna a «marcare»: sto attento con l’arma pronta e all’improvviso i fagiani s’alzano a un tiro un po’ sforzato, ma ancor buono: sparo al più vicino che mi parte lungo: questo accusa il primo e il secondo colpo dopo il quale ultimo, arrancando come può con volo stentato, mi sparisce dietro una cresta di roccia che delimita una lunga serie di canaloni pressoché impraticabili e rocciosi, nudi completamente di ogni vegetazione, roccioni che nell’insieme si estendono come a formare una fascia di protezione e di sostegno alla vasta zona di praterie che la sovrasta. Cosa fare? La giornata sta per finire, urge il ritorno; unica speranza di salvare il cappotto è nel ritrovare il fagiano ferito e certamente rimesso o morto fra quei roccioni e canali. Con il morale a livello degli scarponi,… inizio la traversata della zona tanto impervia. Lola mi sta dietro per veder dove passo io e… per poter passare anche lei! E intanto esploro con l’occhio il fondo di quei canaloni completamente ghiaioso. La via sta facendosi sempre più difficile quando, a un tratto, mi pare di individuare laggiù, laggiù in fondo su quelle ghiaie una macchia nera traversata da una striscia bianca: il mio fagiano!… Ma non ne sono certo perché un lieve velo di nebbia mi impedisce la visibilità netta e chiara.

Mi convinco però che non può esser che lui e incomincio a discendere direttamente giù dal canalone nel quale mi trovo. Quando sono a due terzi del suo percorso m’accorgo che gli affari si van facendo seri: sono pressoché per aria perché non ho appigli da attaccarmi: la pendenza è massima e il terreno divenuto di ghiaie fini, poco più sotto di me s’interrompe in un salto di roccia a strapiombo di qualche metro. Metto il fucile a tracolla con i cani abbassati per aver libere le braccia, per aiutar anche Lola a non precipitare e, quando son sul salto finale, mi tolgo gli scarponi, li butto sulle ghiaie sottostanti e con la schiena girata al vuoto sullo strapiombo di roccia salda, trovo il modo discender giù a raggiungere i miei scarponi! Lola è rimasta su e si dimena cercando di buttarsi giù anche lei… ma non può! Infilo gli scarponi e guardo la famosa macchia che mi è ormai vicina e che… non è il fagiano, ma una pietra!… Che dispetto! Ma intanto il pasticcio è di far scendere la cagnina che, disperata, guaisce sentendosi nell’impossibilità di raggiungermi: tenta di risalire il canalone, ma non può perché le ghiaiette fini e la pendenza la immobilizzano. Né io posso risalire lo strapiombo o girare il canalone perché è troppo tardi per aver tempo di fare un giro simile: malgrado il dispiacere che provo debbo rassegnarmi a venir via e a ritornar il giorno dopo a ricuperar la cagnina: ma lei si adatterà a rimaner lassù tutta la notte?. Eppure debbo decidermi! E mi avvio al ritorno con il cuore che mi fa male a sentir quella povera bestiola ulular dallo spavento di rimaner sola.

M’incammino, travensando i ghiaietti per raggiungere il limite della zona boschiva sottostante da dove potrò avvicinarmi a una battuta di sentiero. Non ho percorso una mezz’ora di cammino (vedo ancora da lontano lassù un puntino bianco che si muove: la mia cagnetta) quando su un piccolo spiazzo di sabbia vedo delle «fatte» freschissime di coturnici. Metto due sei nelle canne, prendo una pietra e la butto giù nei cespugli sottostanti che incorniciano un canale assai brutto e pendente dove, forse, ci son le coturnici. In attesa del loro frullo sento invece un rumoroso muoversi di qualcosa di «grosso» sotto nel canale e subito un bel camoscio mi appare e saltando viene diritto verso di me!… Il rumore della pietra caduta sotto di lui l’ha spaventato e supponendo il pericolo dal basso si viene a cacciare in un bel guaio!… Un secondo di sorpresa nel dubbio che si tratti di… una capra… poi i miei due sei lo inchiodano a venti metri, insaccato come uno straccio! Salto giù felice: gli sono addosso, ma è già morto; lo palpo come trasognato: che gioia! Oh! quanta felicità maggiore avrei se potessi aver qui Lola vicina a morderlo! Invece!…  

L’autore Oscar Brunicardi

L’indomani mattina Lola è con me nella mia casa: tutto si è risolto bene! Da quanto sopra risulta come il susseguirsi di una serie di combinazioni stranissime, volute come da una fatalità di circostanze obbligate, all’infuori di ogni nostra capacità, percezione, previdenza, e volontà, possano portare durante la caccia alla coturnice… a dei carnieri impensabili. Questo è certo un caso eccezionale, ma comu-nissimi sono quelli meno… eccezionali. Nel giro d’una giornata di caccia in montagna alla coturnice, si può vedere (non dico uccidere) quello che in nessun altro terreno di caccia sarebbe mai possibile. In uno degli ultimi giorni di caccia vari anni fa, ecco gli incontri fatti dal sottoscritto in dieci ore di cammino e di caccia effettiva: un volo di starne numeroso (non sparato perché inabbordabile), tre coturnici (due incarnierate), una lepre (incarnierata), un volo di pernici bianche (soltanto visto), quattro fagiani (uno sparato e sbagliato), una volpe (sparata lunga e non uccisa). Nella stessa zona e nella stessa giornata la cagnina mi levò una lepre bianca che si rintanò in una crepaccia di roccia e non potetti incarnierare e mentre cercavo di stanarla, sedendomi sulla neve, rimarcai le «fatte» abbastanza fresche di un camoscio!… A queste giornate di fortuna si alternano con altrettanta frequenza quelle di sfortuna e non è raro il caso di non vedere nulla o quasi in una intera giornata. Il cacciatore di coturnici deve perciò essere anche un po’ esperto in tutte le altre cacce della selvaggina di montagna, ed è questa anche una dote che lo differenzia da tutti gli altri cacciatori di selvaggina di montagna: il’ vero cacciatore di camosci deve e può far solo la sua caccia, così il segugista; è soltanto al cacciatore di coturnici che si offre la possibilità di godere, anche per le conclusioni positive della caccia ad altra selvaggina che può incontrare sul suo terreno cercando la sua prediletta. * Egli è perciò il cacciatore più completo di tutti i suoi compagni di montagna: in lui lo spirito di osservazione deve essere sviluppato in maniera più vasta, le sue doti di resistenza debbono essere proporzionate all’immenso campo dell’azione che ha da svolgere e le sue qualità di tiratore possono dirsi le massime che un organismo umano possa adattare sul terreno di montagna. Ma non è soltanto il desiderio del carniere che tien viva nel cacciatore di coturnici la sua insuperabile passione: egli può solo cacciare in montagna perché solo in quell’ambiente purissimo della natura si sente vivo e forte; egli di solito è un solitario che sa e può vivere giorni interi in sé stesso e di ciò che la montagna gli offre, nella sua semplicità e durezza, ma anche in tutto il suo splendore. Con carniere vuoto o con carniere pieno, il cacciatore di coturnici torna sempre felice dai suoi monti e il riposo alla pianura gli permette di rivivere le gioie provate lassù, fra i suoi monti, perché nel carniere del suo cuore e della sua anima di lassù ha portato al piano la freschezza e la purezza dell’aria, la bellezza dei panorami, le canzoni delle fontane e, soprattutto, la sensazione di esser qualcuno, di aver lottato, e di aver vinto la solita pigrizia fisica e morale che trattiene al piano la maggioranza dei suoi simili.

Ho pensato tante volte se sia più bella la giornata impiegata in alta montagna a «fare» una punta difficile o quella dedicata a una battuta alle coturnici, e non son riuscito ancor a risolvere il problema in tanti anni, preso da una uguale passione per l’una e per l’altra! M’è successo di buttar il fucile a tracolla e di impegnarmi a salire una vetta accanto alla quale mi aveva portato la mia giornata di caccia alle coturnici e di dimenticare così di essere cacciatore, e m’è successo anche spesso, durante un’ascensione, trovando le «fatte» fresche delle coturnici, di distrarmi fino al punto di perder tempo prezioso a farle frullare e di dimenticar così d’esser alpinista! Ma sempre in ognuno dei due casi sentivo che in fondo le due passioni prendevano acqua da una sola fonte: il trovarmi solo su, su, su in alto, sia con la piccozza in mano, sia con il fucile, mi dava la sensazione unica di vivere realmente di me e in me e che solo lassù potevo dire d’aver raggiunta la vera felicità. E se mi son sorpreso qualche volta nei momenti di siesta, a posare nel becco di una bella «vecchia» incarnierata, una pallida stella alpina e di rimaner lì ad ammirare i due più bei fiori che avevo strappato alla montagna, non me ne son mai vergognato!… Dopo aver rubato alla vita una o due, giornate così, quando, di ritorno alla sera, stanchi e sfiniti, si rientra nella vita di tutti, sembran più dolci gli affetti della famiglia, par d’esser più buoni, più forti, più ricchi di umiltà e di serenità, più degni di ritornar lassù fra le montagne un’altra volta!

* Episodi possibili un tempo, ora non più, dato che la caccia al camoscio è possibile solo a palla e la tipica di monte è regolata dai piani di abbattimento.

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