Moreno

Foto di Moreno Amalberti

Entrai nella Trattoria Alpina del mio amico Orazio dopo cena, un venerdì di fine settembre, metà anni Settanta. Diedi un’occhiata in giro, i tavoli erano popolati dalla solita umanità di mezza montagna, quasi tutta impegnata in animate partite a scopa. Al tavolo vicino al banco del bar sedeva il solito gruppo di cacciatori, il Leo, romagnolo d’origine e valente uccellinaio, grande tiratore e fischiatore ad allodole ai Pian di Spagna, il Tano, fratello di Orazio, il Leonardo, il Gianni di Bene Lario, il comasco Longoni e alcuni altri. Salutai l’Orazio, che stava dietro il banco, gli chiesi un caffè e andai al “tavolo venatorio”, accolto con simpatia e qualche pacca sulle spalle. Scambiammo qualche parola sul tempo, sull’apertura appena passata, sulle coturnici e sui galli, sui primi tordi che stavano entrando in quei giorni.

Un po’ in disparte, con l’aria corrucciata, sedeva el Caccia, un segugista burbero e dal carattere sanguigno,  facile agli scatti d’ira. Aveva però un cuore buono e l’animo incline all’allegria ed era molto generoso per natura. Alpigiano di professione, aveva una passione smisurata per la caccia alla lepre che praticava in compagnia del fratello e con un eccellente segugio italiano di nome Lampo. Incuriosito da quel suo rimanere in disparte, che certo non era da lui, andai a sedermi al suo tavolo, lo salutai e gli chiesi che cosa non andasse.  Fosse stato un altro, sarebbe stato rimbeccato a dovere o invitato a andare a farsi fottere, ma al Caccia ero simpatico: fui quindi “risparmiato”. Il burbero montanaro e contrabbandiere mi reputava una persona per bene da quella volta in cui alla Bocchetta San Bernardo, su, presso il confine, sparai a una lepre  che, sotto la cacciata di Lampo e del cane di suo fratello, stava per espatriare in Svizzera. Presi la lepre e, col mio setter al guinzaglio, scesi verso di lui, per consegnargliela. Colpito dal mio gesto, peraltro doveroso, disse di conoscermi, mi aveva visto alla trattoria dell’Orazio. Mi offri da bere il vino della sua borraccia, era nata un’amicizia. Prima che riprendessi  il mio cammino (dormivo all’Alpe di Noress, in alta Vasolda), mi invitò a casa sua a mangiare quella lepre, disse che mi avrebbe contattato tramite  l’Orazio.

Quella sera all’osteria, tuttavia non era del solito umore. Guardando fisso un punto indefinito, sopra la mia testa, disse, con voce  strozzata dall’emozione e dal dispiacere:

“M’è moort el can, el mee Lampo… mi è morto il cane…”: non vidi alcuna lacrima sul suo volto, ma aveva gli occhi velati. Continuò bisbigliando, tanto che dovetti avvicinarmi per udire: “sono uscito di casa, l’altro giorno, e Lampo era rimasto ad attendermi in cortile, come sempre; poi qualcuno dei miei è uscito e non ha chiuso il cancello, così el mee vagabond è venuto a cercarmi.  Un ‘millecinque Fiat’ l’ha investito appena ha messo piede  sulla strada, l’ho ritrovato agonizzante al mio rientro, qualcuno aveva avvertito i miei. Ho chiamato subito il veterinario, ho sperato fino all’ultimo ma, alla fine, ha dovuto fargli un’iniezione e addormentarlo, per sempre”. Si voltò di scatto per ordinare da bere per entrambi, forse per nascondere la commozione che gli velava lo sguardo. Il dispiacere quasi palpabile che aleggiava come un’aura su questo personaggio tagliato nella roccia viva, finì per contagiare anche me. Decisi che avrei fatto qualcosa in proposito, che avrei cercato per lui un altro cane da allevare per la prossima stagione.

“Ti ringrazio” rispose, ma sai che nessun cane potrà prendere il posto del mio Lampo… a caccia e nel mio cuore”. Detto da lui, costituiva una sbalorditiva e inusuale apertura al suo mondo interiore…

“Vedremo!” ribattei, a mò di sfida bonaria “per adesso cominciamo a trovarlo”.

Anni prima, avevo fatto coprire la pointer di un amico dal mio Till: non avevo voluto esercitare il diritto di monta, dato che le mie preferenze cinofile s’erano orientate sempre più sul setter inglese e sul gordon. Il fratello di questo amico allevava, amatorialmente ma con successo, i segugi italiani. Gli telefonai per raccontargli la storia di Lampo e per chiedere se avessero una cucciolata disponibile,  così saremmo “andati alla pari” con la monta del Till (che aveva dato ottimi risultati, a sentir loro): mi risposero che sì, avevano dei cuccioli di cinquantacinque giorni, fra una paio di settimane sarebbero stai pronti, ci demmo appuntamento da loro, in Oltrepò,  dissero che sarebbero stati contenti di rivedermi.

Ci andai un venerdì mattina, accompagnato  dalla  morosa  del momento,  una ragazza gentile e amante dei cani: avrebbe tenuto in braccio la “piccola peste” durante il viaggio di ritorno. Cosi fu, e dopo un pranzo da sogno in una trattoria vicina, in collina, ospiti dei due fratelli, ce ne tornammo con lo splendido cucciolo di segugio che, dopo qualche rimostranza, si addormentò in braccio alla ragazza per risvegliarsi solo quasi tre ore più tardi, quando fummo arrivati a casa, sul lago Ceresio. Liberato in giardino, il piccolo si rivelò vivace e intelligente, con una grande propensione a mordere tutto quanto gli capitava a tiro, comprese le orecchie, le zampe e le code dei miei da ferma che, dopo qualche ringhio di protesta, lo lasciarono fare….   

La sera, dopo cena, e dopo che il “diavoletto” aveva fatto la rivoluzione in casa mia, ci recammo alla Trattoria Alpina. Lasciai la ragazza nell’auto parcheggiata davanti all’osteria, entrai facendo finta di niente,  e con la massima nonchalance  mi diressi al tavolo dove stava seduto el Caccia con suo fratello e un cugino, loro compagno di caccia. Lo salutai, bevvi un caffè, quindi gli chiesi se volesse seguirmi di fuori, che volevo mostrargli qualcosa. Acconsentì e mi seguì fuori dal locale, credo che non immaginasse quale sorpresa lo aspettasse. Mi accostai all’auto e aprii la portiera dal lato del passeggero, dove lei teneva in braccio il cucciolo semiaddormentato, stanco dopo aver fatto un casino folle in casa, da me : sentendo aprirsi la portiera, sollevò il bellissimo musetto, sbadigliò e quindi rivolse al Caccia il più dolce dei suoi sguardi: questi, dapprima incredulo, aveva l’espressione di chi non crede ai propri occhi, lo guardò, lo carezzò, lo prese in braccio, vezzeggiandolo come fosse un bimbo. Poi mi guardò, incredulo, con uno sguardo interrogativo.  Gli posai una mano sulla spalla, poi gli dissi semplicemente:

“ E’ tuo , Caccia, è il tuo cane…” .

“De  bon? Davvero?” fu quanto riuscì a chiedermi, ma l’agitazione del suo animo era evidente.

“Certo,  anche se per il pedigree dovrai aspettare qualche mese”.

“Set dreè a scherzà? Scherzi? È anche iscritto?”

“Cosa pensavi “ celiai “che ti portassi un brocco mezzo-sangue?”

“Come faccio a ringraziarti?” mi chiese, serio.

“L’ho fatto volentieri, perché siamo amici, no?”

“Altrochè amici, sei il primo che mi fa un regalo così, come è vero che c’è Dio!”

Toh, pensai,  è anche credente,  el Caccia,   chi l’avrebbe mai detto? Ma mi guardai bene dal dirlo …

Rimanemmo così, ancora per qualche minuto, a parlare fuori dalla trattoria; poi, prima di allontanarsi con il suo tesoro  in braccio, si voltò a dirmi:

“Oh, Franco, domenica mattina ci troviamo qui alle quattro e mezza, porta i due cani, che ti porto io a vedere dove sono i galli…”

Lo sapeva, e bene, dove fossero i forcelli, il mio amico Caccia.  Dopo quasi tre ore di camminata  mi fece sciogliere i cani su una costa coperta di rododendri, a mezzo rovescio, con qualche larice qua e là. Il setter biancarancio e il gordon non tardarono a incontrare: era una covata ancora intatta e numerosa e il mio amico, rispettosamente, mi lasciò andar solo a servire i cani fermi. Una femmina, altre due, un’altra ancora; poi un maschietto già ben formato, che cadde ai piedi d’un giovane larice. I cani fecero tre passi e rimasero in ferma, nuovamente: frullò la vecchia, che guardai volare, e un altro maschietto che centrai con  un colpo di piombo del cinque. Ero felice, toccavo il cielo con un dito, mi sedetti fra i mirtilli e l’erica a bacche ad attendere il riporto. Come sempre mi accade, a caccia come a pesca, l’adrenalina si scarica nelle mie vene alla fine dell’azione durante la quale, per contro, sono freddo e calmo. El Caccia mi venne vicino:

“Contento?” mi chiese.

“Più che contento”, risposi, mentre riponevo i due novelloni nel carniere, avvolti ognuno in una pagina della Gazzetta dello Sport. Lui osservò la scena poi disse:

“Visto che i tuoi cani sanno come trattare i galli, adesso andiamo a cercare un vecchio,  nero come la notte, che ho levato un  paio di volte in prova cani, quando salivo quassù col mio povero Lampo”.

Risalimmo il monte cacciando, descrivendo una grande “zeta”, finchè raggiungemmo una valle ripida e selvaggia, sembrava un’profonda ferita inferta al fianco del monte, coperta di drose alte e folte e fitti rododendri verde scuro che sembravano soffocare i patiti larici che ne spuntavano. Mi indicò che fare, dovevo girare oltre la costa, prendere su per un canale quasi “al nett, al pulito” e entrare nel vallone a mezza costa, con i cani. Nel frattempo, si piazzò silenziosamente su un dosso, appostandosi ai piedi di un larice, quasi a celarsi alla vista. Feci come chiedeva, entrai nella valle più in alto, i sensi all’erta, mentre i cani lavoravano forte sulla pastura freschissima: caddero entrambi in ferma in una depressione, una sorta di canalone fittamente coperto di drose .Era difficile dire quale dei due fermasse d’autorità, in  quel forteto  verde chiaro. Un frullo rumoroso a rompere il silenzio di quel santuario alpino, non vidi il gallo involarsi, lo vidi solo quando si gettava verso valle, ad ali semichiuse, velocissimo. La vecchia doppietta del Caccia, strozzatissima, da caccia alla lepre, tuonò una sola volta, come una sentenza, il vecchio gallo nero come la pece, con i grandi specchi alari bianchi, prese la schioppettata in pieno, s’accartocciò in aria e cadde come uno straccio molto, ma molto più in basso.

“Scendi con il cane, che andiamo a recuperarlo” disse, ma non aveva fatto i conti con il gordon Ras che il gallo un po’ l’aveva visto, un po’ ne aveva intuito la caduta, e già si stava avviando nella direzione giusta molto, ma molto più in basso . Trescò nel folto per una manciata di minuti, mentre scendevamo alla sua volta, poi lo sfrascare tacque un attimo. Al mio “porta!” il nerofocato  iniziò a risalire il monte, riportando il magnifico gallo che infine mi porse, orgogliosamente. Carezzai il bravo Ras e quando poi feci l’atto di consegnare il selvatico al Caccio, questi, sfoderando il più risoluto degli sguardi dei suoi severi occhiacci montanari, affermò:

“Neanche per sogno, questo te lo porti a casa tu, e ci mancherebbe altro!!! E’ un bel vecchione, da imbalsamare, quindi niente discussioni, portel a ca’ ti, e mia tanti ball!!” Ogni mia protesta fu inutile e, dato che il carniere iniziava a pesare, riposi il gallo nel leggero zainetto che portavo, avvolto nell’immancabile pagina della Gazzetta.

Rientrammo cacciando, di costa in costa, di valle in valle:  da un versante solivo, sette cotorne  s’involarono lunghe appena divallammo la cresta, senza dar tempo ai cani di fermarle (“la sanno  lunga, queste qui” fu il commento del Caccia).  Mentre i cani impazzivano sulla calda, una grossa lepre si rubò via da alcune roccette venti passi sopra i setter. A quella distanza non avrei mai sparato con il mio Benelli ma il Caccia imbracciò la doppietta, la seguì per qualche istante, poi le mollò una schioppettata di seconda canna (“la sinistra”, mi spiegò poi) che la colse fra capo e collo, mandandola a rotolare, scalciando gli ultimi aneliti di vita, dritta fra le fauci del setter Dylan che, con un paio di scossoni, mise fine alle sue sofferenze. Il mio compagno di caccia mi sopravanzò, andò dritto verso il bianacarancio, dal quale ricevette l’orecchiona, grossa e calda; sembrava un esule tornato a casa dopo una lunga assenza, un ampio sorriso a illuminare il burbero faccione.  Era tornato nel suo “elemento naturale”.

“Questa,”  sentenziò “la porto a casa io, ma naturalmente sei invitato a cena, la sera in cui la mangeremo”.

Ci fermammo a far colazione su un dosso inondato da un raggio di sole, non lontano dall’Alpe di Taban.  Cinque o sei pavide marmotte fischiavano il loro allarme, nell’ampia conca, tutto intorno a noi. Mentre divoravamo pane con salame nostrano e pancetta (rigorosamente del suo maiale), il tutto annaffiato dal vino della sua vigna, chiesi al Caccia:

“E allora ‘sto cucciolo, come l’hai chiamato? E come è andato il primo giorno a casa tua?”

“È vivace, un delinquentello, e intelligente: l’abbiamo chiamato… Lampino,” disse con un sorriso “ e a casa mia tutti ne vanno matti! Ha conquistato tutti.”

“E tu?”

“Io mi sono affezionato subito a questa bestiola, ne farò un gran cane da lepre!”

“Non avevi detto che nessun cane poteva prendere il posto del Lampo, nel tuo cuore?” chiesi maliziosamente.

“Si, è vero” rispose “ma ho scavato un posto nuovo nel mio cuore, per questo cucciolo…” e poi, con uno sguardo  morbido in quegli  occhi solitamente così truci, aggiunse:

“… e  per un amico!”.

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