Usate (73)In Valle Sabbia la caccia alla tipica di monte è ancora possibile; ma la presenza di selvaggina è accettabile solo sulle montagne d’alta valle, in particolare nelle zone più difficili da raggiungere. Il mio setter durante i censimenti è stato morso da una vipera, fortunatamente si sta riprendendo, ma se lo voglio in forma per il passo delle beccacce, all’apertura è meglio che lo lasci riposare. Non mi va di uscire con il fucile senza cane; cosi mi accordo con Ciso, per accompagnarlo con la sola macchina fotografica. Destinazione l’alta Valle Sabbia; una buon’occasione per scattare qualche bella foto e osservare lavorare cani specialisti, di fauna tipica di monte, patrimonio che si conserva e si rinnova soprattutto per la difficoltà per accedervi, ma soprattutto grazie alle confinanti montagne del Trentino che fungono da serbatoio.

Tuttavia a differenza del Trentino, dove il prelievo è limitato e la popolazione di galli piuttosto vecchia, qui il prelievo molto alto favorisce a mantenere una popolazione di selvaggina giovane, che ogni anno produce diverse nidiate.

La sveglia suona alle due e un quarto, mi alzo tutto eccitato per un’apertura inconsueta. Preparo il caffè; il resto è già pronto dalla sera prima. L’appuntamento è fissato per le tre, presso la casa di Ciso; parcheggio e una finestra s’illumina. Ciso si affaccia per scrutare il cielo, è sereno, ci sono infinità di stelle. Alle tre e dieci abbiamo caricato tutto il necessario sulla vecchia Fiat di Ciso; cani, zaini, fucile, e subito a velocità sostenuta dirigiamo verso l’alta Valle. Poche parole di speranza: “Che il tempo non cambi” e che la fortuna ci assista. La strada deserta consente una guida veloce ma i tornanti sono numerosi, ci vuole più di un’ora per arrivare in Gaver; dove lasceremo la macchina, poi un’ora a piedi prima di iniziare la cerca. Siamo in orario e fra i primi ad affrontare i tornanti che da Bagolino, ci porteranno in Gaver. Fatti però pochi chilometri oltre Bagolino, Ciso sente qualcosa di strano allo sterzo, come se ci fosse una gomma a terra, accostiamo. Dopo una breve ispezione, lo stupore iniziale man mano ci rendiamo conto dell’accaduto, si trasforma in rabbia. Ci accorgiamo, infatti, che le gomme a terra sono quattro. Ciso neanche troppo sorpreso esclama: “Maledetti non gli basta costringere i cani a cacciare con la museruola”. I bocconi avvelenati avevano, infatti, caratterizzato le aperture degli scorsi anni; quest’anno come variante hanno disseminato sull’asfalto migliaia di chiodi a tre punte. In breve sulla strada si fermano una trentina di macchine, solo gli ultimi arrivati riescono a passare quasi indenni, grazie al fatto che le gomme delle prime transitate hanno raccolto la maggior parte di chiodi. Nella confusione che si è creata, riusciamo ad ottenere un passaggio da uno dei fortunati, “una sola gomma a terra che ha sostituito”. Caccia in alta valle Camonica, ma transita su questa strada, allungando di parecchio il percorso per evitare i blocchi annunciati da parte d’alcuni fanatici anticaccia. Facciamo un tratto di strada assieme, commentando alternativamente l’accaduto e le sempre maggiori difficoltà a cacciare. Arrivati in Gaver, noi scendiamo, scambiandoci i tradizionali “in bocca al lupo”, ma visto l’inizio non c’è da essere ottimista. Zaino in spalla attraversato il ponte sul torrente Caffaro, spumeggiante e rumoroso, imbocchiamo la mulattiera e subito con passo sostenuto ci addentriamo in un buio bosco d’abeti, che ci costringe ad accendere le torce elettriche. La mulattiera ora si arrampica rabbiosa, ora addolcisce, ma il passo sostenuto che teniamo con i muscoli ancora freddi ci taglia le gambe e in breve siamo costretti a fare una sosta; approfittiamo per sfilarci la giacca e subito riprendiamo a salire. Una mezz’ora di marcia e usciamo dall’abetaia, la luna rischiara ora a sufficienza la mulattiera, cosi, facciamo ancora una sosta per riporre la torcia elettrica. Compiuta l’operazione ci rimettiamo in movimento; dopo un breve tratto su un sentiero erboso, Ciso mi fa segno che siamo arrivati. Siamo fuori della vegetazione e iniziano ad aprirsi ampi spazi. Manteniamo il massimo silenzio nella speranza che un qualche selvatico faccia sentire la sua voce, e ci sediamo ad aspettare che spunti l’alba. Siamo sui duemila metri di quota, lo spettacolo del sole che nasce si profila all’orizzonte, la temperatura è rigida e la prudenza ci consiglia di infilarci la giacca a vento. Vorrei godermi il paesaggio fatto di distese erbose, contorti pini mughi, costoni ripidi e più in alto, rocce ghiacciate che riflettono i primi raggi di sole, ma nonostante ho addosso tutto ciò che mi sono portato comincio a battere i denti. Non vedo l’ora di mettermi in movimento per riscaldarmi, fa un freddo incredibile, anche Ciso è nelle mie condizioni e siamo costretti a muoverci che non è ancora perfettamente giorno. Iniziamo la cerca lentamente, attraversando una conca non troppa ripida, coperta da mughi e ones nani, il vecchio pointer è partito di buona lena mentre la giovane setterina preferisce scoprire il mondo un poco alla volta. Dopo circa mezz’ora che tagliamo in diagonale salendo la distesa di mughi e arbusti vari, il pointer sparisce fra i bosconi, probabilmente è in ferma, ma le foglie ancora verdi c’impediscono di vederlo; lo cerchiamo inutilmente per qualche minuto. Ci aggiriamo fra i bosconi e c’inzuppiamo i pantaloni di rugiada gelida, all’improvviso con un gran fracasso appena sotto di noi, parte un gallo. E’ partito vicino, ma sotto, coperto da un boscone e purtroppo non riusciamo a vederlo, né a capire se maschio, o femmina. Scorgiamo invece il pointer correre eccitato a destra e a sinistra, era in ferma a pochi metri ma non l’abbiamo visto. Prestiamo molta attenzione al lavoro dei cani perché potrebbe esserci la nidiata nei pressi, ma dobbiamo presto rassegnarci, i cani non avvertono altro. Tentiamo in ogni modo una rimessa, ci siamo, infatti, convinti, ragionando per esclusione, che il gallo alzato era un maschio. Il fracasso al frullo era tipico di vecchio e il fatto che nei dintorni non c’era la nidiata, lo fa maschio e nella cacciatora farebbe un figurone. Facciamo alcuni tentativi ma senza risultato, decidiamo cosi di non perdere tempo su un unico capo, ma di spostarci verso un costone ripidissimo, dove è certa la presenza di una nidiata.

Nel frattempo il sole comincia a scaldare, la giornata è limpida, solo qualche veloce e innocua nuvola in cielo, e questo ci rincuora, perché le previsioni del tempo hanno dato brutto e sui duemila non è simpatico. Davanti a noi il monte Blumone, illuminato in tutta la sua imponenza, il sole riflette dalle rocce ancora umide dalla notte, e a tratti si accendono alcuni riverberi. Il costone che stiamo affrontando è coperto di mirtilli, rododendri, mughi e qualche rado larice, l’ambiente è ideale. Sul terreno, sparse dappertutto, ci sono “fatte” e piccole piume di gallo, segni evidenti della presenza della nidiata. Ciso, infatti, l’aveva trovata un paio di volte durante il periodo dell’addestramento cani. Siamo sul fianco Nord, e puntiamo al versante Est della montagna. Passa circa un’ora, quando facciamo una sosta, per riposare le caviglie indolenzite a furia di tenerci in equilibrio sul terreno ripido. Scorgiamo a circa duecento metri in linea d’aria sul versante opposto, un cacciatore che si muove per portarsi verso un setter in ferma, restiamo a guardare e assistiamo ad una bellissima scena di caccia. Il setter è fermo immobile, il cacciatore al contrario, continua a spostarsi e solo più tardi comprendo il perché, infatti, più avanti un altro setter che in un primo tempo non ho visto, è anch’esso in ferma. Il cacciatore si porta vicino a quest’ultimo, che comincia a guidare. Una breve guidata e il setter è di nuovo fermo, il cacciatore si piazza e la scena resta immobile. Tengo lo sguardo fisso eccitato dalla scena, però l’intensità della luce e l’aria frizzante mi fanno lacrimare gli occhi, impedendomi di vedere perfettamente proprio ora che vorrei aver un binocolo per non perdermi niente. Passa un minuto lunghissimo, finalmente il cacciatore imbraccia e il setter rompe la ferma, aspetto il rumore dello sparo che non arriva: “Vista la distanza ci vorrà del tempo”. Un puntino che via, via, ingrossa fino a farsi riconoscere, spiega perché non arriva il colpo di fucile, è una femmina di forcello. La femmina ci passa ad una ventina di metri e infilata la vallata diviene di nuovo puntino e scompare. La scena che abbiamo assistito mette le ali ai piedi di Ciso che esterna le sue considerazioni, si convince che la nidiata è stata mossa, ” ma che uno potrebbe ancora essere nei paraggi”. Riprendiamo la cerca ora alzandoci ora abbassandoci a toccare i punti più folti, il passo però ora è cambiato. Normalmente, quando si caccia, abbiamo in mente un percorso ideale fatto di sentieri, di passaggi, radure, valli e vallette, la cerca è regolare con passo costante e si seguono dei tracciati. Una volta alzato il selvatico se non ucciso, i percorsi non si possono più scegliere, e bisogna cercare il selvatico là dove si è rifugiato e in genere sono posti infami. Per di più, “sbagliando”, l’entusiasmo e la voglia di catturarlo ci agitano e ciò si traduce in una forzatura del modo di camminare.

Proseguiamo per un’ora, ma non incontriamo né maschi, né femmine. Seguendo sempre il versante Nord/Est; ci affacciamo sulla valle dei laghi di Bruffione dalla quale provengono un’infinita di colpi, resto impressionato dal numero dei colpi che sento esplodere, perché ogni colpo è indirizzato ad un selvatico. Nessuno viene quassù a sparare agli uccelli e ciò da un lato mi consola, perché mi auguro che anche Ciso alla fine avrà la sua occasione. Sono le nove è trenta quando Ciso mi dice: “Arriviamo su quel costone al sole e facciamo colazione”, solo che me lo ripete per ogni costone che facciamo per altre due ore. Costone dietro costone siamo arrivati in vetta, sempre camminando sfilo dallo zaino un cioccolato e butto giù almeno quello. Siamo ora sul versante Est della montagna dove le rocce si aprono in paurosi strapiombi profondi tre quattrocento metri, ghiaioni ripidissimi e in mezzo alcuni passaggi erbosi. Qui, mi dice Ciso, “ci sono le coturne” e m’invita a fermarmi a far colazione mentre lui batte un valletto lì vicino. Sono le undici passate, spilucco qualcosa tuttavia mi rode l’idea che Ciso incontri proprio ora che l’ho lasciato solo, dopo tanto camminare; per un panino che non gusto, rischio di perdermi la scena di caccia che rincorro dall’alba. Passa circa mezz’ora comincio a spazientirmi e convincermi sempre di più che il ritardo di Ciso si deve ad un incontro; ma quando arriva scuotendo la testa, capisco che ancora non ha avuto la sua occasione. Toglie un panino dallo zaino che si rimette in spalla, e restando in piedi si mette a mangiarlo; sconfortato esclama “oggi facciamo cappotto”. Cerco di sollevargli il morale ricordatogli che la giornata è ancora lunga. Infine mangiato il panino giusto per tappare il buco allo stomaco, facciamo un nuovo piano di cerca e ci rimettiamo in marcia. Scendiamo fiancheggiando gli strapiombi; di tanto in tanto quando si aprono dei terrazzi erbosi con qualche larice rinsecchito Ciso invita i cani ad entrare. La valutazione del rischio in montagna è legata alla conoscenza del terreno, al sapere ciò che si trova da lì in avanti. A mio parere entrare nei passaggi fra i dirupi che collegano alcuni pianori, sarebbe un rischio spropositato anche per un uccello che si chiama “Coturnice delle Alpi” Però non conosco il posto e la mia valutazione potrebbe essere restrittiva, perciò non posso che fidarmi del buon senso dell’amico e delle sue decisioni. Con gran sollievo mi rendo conto che non è intenzionato ad entrare fra i precipizi. Osservare queste zone, dove ancora “le coturnici Bresciane” resistono, si capisce il perché ci sono ancora, ma sono anche la spiegazione d’alcuni incidenti mortali, di cui purtroppo sì ha notizia, disgrazie che fanno meno clamore ma succedono spesso, riguardano i cani. Tocchiamo alcuni terrazzi senza addentrarci troppo e ci abbassiamo verso la valle dove continuano a sparare, anche se ora i colpi diradano. Sapevo che mi attendeva una camminata non consueta e per evitare problemi ai piedi mi ero messo gli scarponi più comodi, che sono i più consumati. Scendere su quest’erba seccata dal sole con le suole consumate, è un’impresa, devo continuamente puntarmi con il bastone e nonostante ciò, scivolo parecchie volte trascinando il sedere per terra; per fortuna avevo il bastone, in questi casi il fucile è meno indicato.

Così fra una scivolata e l’altra, raggiungiamo la valle dove al centro sgorga una sorgente che forma alcuni rigagnoli, i cani sono subito dentro; li lasciamo bere a lungo però alla fine esagerano e per farli smettere dobbiamo alzare la voce. Attraversata la valle, ci addentriamo in un’altra laterale piena di buche nascoste da boschetti fittissimi, di rododendri, camminarci è un inferno, rischi di romperti una gamba ogni volta che i boschetti di rododendri cedono sotto il peso del corpo. Camminiamo con attenzione, per non finire con i piedi nelle numerose buche, quando incontriamo alcune conoscenti di Ciso, che ci raccontano delusi, di com’è andata la loro mattinata: “Hanno sbagliato diversi forcelli.” Mentre Ciso e gli altri si scambiano le notizie della giornata io che sto osservando i numerosi cani mi accorgo che dal gruppo manca il pointer, sto pensando di comunicarlo a Ciso ma è tardi. Un gallo nero come la pece frulla inaspettatamente ad una quindicina di metri, come fosse sbucato da uno delle buche coperte dai rododendri, alzo l’inutile bastone è riecheggio lo sparo. Chi potrebbe davvero sparare, neanche lo vede. Il frullo del gallo mette tutti in agitazione e subito ci allarghiamo cercando la possibile rimessa. In seguito ai primi tentativi a vuoto cui partecipo anch’io, Ciso e gli altri si allargano ulteriormente, io, essendo senza fucile, sono incaricato di piazzarmi su di un costone a fare la marca. Passa così più di un’ora, cambio posizione quando serve, per meglio seguire i movimenti dei cacciatori e dei cani e per la verità mi annoio. Le soste troppo lunghe non fanno per me; finalmente verso le tre ci riuniamo. Amareggiati, i “due” commentano i fatti della giornata e abbiamo conferma che il mattino, in tutta la valle dei laghi di Bruffione hanno sparato forte, loro stessi hanno fatto una decina di colpi, tutti a vuoto.

I conoscenti di Ciso ci comunicano che per oggi ne hanno abbastanza, sono stanchi e andranno verso la malga dove si sono portati in macchina già dalla sera prima e lì vi passarono la notte. Ci salutiamo, Ciso vuol fare ancora un tentativo è convinto che il gallo non sia lontano. Sono le quindici e trenta, inizia a nascere in me la preoccupazione di come torneremo a casa, abbiamo la macchina a circa tre ore di marcia con quattro gomme a terra. Sto macinando questi pensieri quando un rabbioso doppietto mi fa sobbalzare, viene da non più di cento metri nella direzione presa dai due, Ciso ed io ci precipitiamo e presto ci rendiamo conto che i colpi sono andati ancora a vuoto. “Se tutti i cacciatori sparassero come questi due che pacchia per i selvatici.” In ogni modo il forcello è andato, inutile cercarlo ancora per oggi, questo convince Ciso che è ora di pensare al ritorno, cosi ci avviamo tutti verso la malga. Arrivati, tolti gli zaini dalle spalle ci sdraiamo per terra, i cani sono distrutti, mentre attraversavamo la valle, non cacciavano, bensì ci camminavano dietro. Ora il pointer è sdraiato e noto che i piedi gonfi sanguinino, la setterina ha rinunciato a scoprire il mondo ed è intenta a muovere l’erba per farsi un giaciglio. Dopo una mezz’ora di sosta i “due” che abitano in Vobarno, radunata la loro roba ci offrono un passaggio lasciando il giorno dopo il recupero della macchina di Ciso. Accettiamo e ci avviammo per caricare gli zaini, giunti alla macchina si accorgono che anche questa ha una gomma a terra, squarciata da una coltellata sferrata da un invidioso transitato a piedi nella notte seguente. I “due” hanno la chiave della sbarra che impedisce ai più di portarsi in quota con la macchina, ma questo crea invidie; mentre ci apprestiamo a sostituire la gomma, arriva il terzo della combriccola, il più appassionato. Subito investe Ciso con una carica d’entusiasmo, annunciandogli che sa dove trovare le “coturne”, avendole sentite cantare la sera prima, e a quest’ora è sicuro di trovarle. Non ci vuole molto a convincere Ciso, così ci accordiamo che mentre i “due” cambiano la gomma e si portano in Gaver dove ci aspetteranno, “noi facciamo un tentativo.” Anzi a me propongono di scendere in macchina, ma rifiuto, le “coturne” le voglio vedere anch’io. Così, guidati da quest’omone grande e grosso sulla cinquantina, con il capello decorato da penne di forcello c’incamminiamo. Prendiamo per il costone ripido che fiancheggia gli strapiombi, in senso contrario rispetto a come l’abbiamo percorso il mattino, l’omone pur camminando su di una costa tanto ripida da toglierti il fiato, continua a raccontare delle coturnici, dove la sera prima cantavano, e ad indicare il punto dove si trova il larice di riferimento sul quale stiamo dirigendo. Mi colpisce la passione ardente che lo anima e che lo spinge dopo una giornata di caccia ad affrontare il costone, che oramai da un’ora saliamo con un diagonale a destra e uno a sinistra, è talmente ripido che non si può risalire altrimenti.

Giunti quasi in vetta ci addentriamo in passaggi fra gli strapiombi, dove un piede in fallo, una scivolata e voli per trecento, quattrocento metri, i cani sono inservibili. Con prudenza ci addentriamo nei passaggi che collegano un pianoro all’altro. Siamo costretti a camminare curvi e per migliorare l’equilibrio usiamo entrambi le mani ad aggrapparci ai miseri arbusti e all’erba seccata dal sole, non ci possiamo permettere di scivolare; ogni passo, primo di appoggiare il peso, si prova. I quattro cani ci camminano dietro e anche loro usano prudenza; per avere entrambi le mani libere, i fucili sono stati scaricati e messi a tracolla. Arrivano alcune folate di nebbia ad offuscare il sole che cala. Pensare che il mattino Ciso non ha rischiato, e ora siamo nelle condizioni peggiori per farlo. Procedo a rimorchio per alcune centinaia di metri, “spero sappiano cosa fanno, ” e cerco di sfruttare gli appigli già usati dai miei compagni. Finalmente dopo mezz’ora che procediamo in questa maniera, lo spazio si allarga leggermente e ci concede di camminare ritti, punto di riferimento un grosso larice secco, colpito probabilmente da un fulmine. Li, insiste il cacciatore di coturnici ieri sera cantavano; mentre un’altra folata di nebbia ci sta avvolgendo compare all’improvviso in una luce surreale una grossa aquila; ci sfiora, e scompare immediatamente. Riesco a vedere chiaramente le macchie bianche, sotto le enormi ali; è sicuramente un’aquila reale. Il terreno si allarga e diventa un ripido appezzamento coperto d’erba e rododendri; si presta ad ospitare le coturnici che potrebbero essere in pastura serale, ci divide dall’appezzamento ancora un passaggio di una decina di metri da fare aggrappati e poi entreremo. Riusciamo a fare solo due passi e cinque coturnici partono lunghe e scompaiono all’orizzonte, forse erano state messe in allerta dal passaggio dell’aquila, pochi istanti e ne frullano altre cinque, queste ultime riusciamo ad individuare dove si rimettono. La gioia di quest’omone nel vederle è incredibile, resto un attimo ad osservarlo e a pensare come un uomo oltre i cinquanta riesce ancora ad infiammarsi alla vista del suo selvatico preferito, né la fatica, né l’età hanno smussato la sua passione. Nel frattempo uno dei due setter, entrato nello spiazzo dove erano le coturnici è in ferma. Mentre lo osservo, Ciso e Graziano cosi si chiama l’appassionato cacciatore di montagna, ricaricano i fucili e ci accordiamo cosi: Ciso ed io ci portiamo sotto il punto di rimessa e lui punta addosso per levarle.

Ancora una volta, all’improvviso cosi com’era apparsa poco prima, l’aquila piomba addosso al cane in ferma, sbigottiti ci mettiamo ad urlare, nel tentativo di spaventare il rapace che in pochi secondi solleva il cane da terra, quel tanto che serve per spostarlo di un paio di metri e farlo precipitare dalla parete scoscesa. Non avevo mai assistito ad un fatto del genere, ma Graziano mi racconta che gli è già successo sul monte Misa, e che aveva passato due giorni a cercare il cane ma non lo aveva più ritrovato. Graziano si avvicina quello che può al precipizio, conosce bene la montagna e ci dice che il salto e troppo alto perché ipotizzi che il cane si possa essere salvato. Non capisco se è più dispiaciuto per la morte del cane, o incazzato con l’aquila, alla quale sono indirizzate parole irripetibili e promesse di scaldargli le penne se ripassa a tiro. Sono dispiaciuto perché oltretutto mi sembrava un buon setter, avevo visto solo una ferma su calda, ma buona; nel frattempo le coturnici cominciano a cantare per riunirsi, e questo fa decidere di attuare il piano poco prima progettato.

Ci muoviamo in fretta, però il terreno accidentato in forte pendenza ci rallenta. Stiamo ancora camminando per portarci al posto stabilito, io una decina di metri in ritardo su Ciso scorgo una coturnice piombare verso valle passandogli praticamente sulla testa, lo metto all’erta quando la prima è oramai passata e ne sopraggiunge un’altra, seguita da una fucilata, ma purtroppo Ciso è sbilanciato e non riesce a sparare. Non n’arrivano altre. Dopo breve arriva però l’omone, imprecando con Ciso, perché doveva portarsi sotto più in fretta, e prendendosela ancora con l’aquila. Sono le diciannove e trenta, l’omone c’incalza per ribatterle, anche se le sentiamo oramai cantare giù per i dirupi, fra poco sarà buio e sarebbe una pazzia rischiare di farsi sorprendere dalla notte in un posto simile. Inoltre Graziano s’impunta che vuole recuperare il cane che l’aquila a fatto precipitare. Dobbiamo insistere a lungo per convincerlo a desistere, non è tanto convinto, e solo dopo che Ciso gli promette che mercoledì tornerà assieme a cercare il corpo del cane, finalmente scaricano i fucili, rischiosi da portare carichi camminando su un simile terreno. Così prendiamo la via più breve per il ritorno, che però è anche molto ripida, a circa metà strada scende la notte, procediamo nel buio che si fa sempre più fitto. Dopo aver camminato fuori dei sentieri scendendo a lungo fra ghiaioni e in un canalone pieno di salti, finalmente incrociamo la mulattiera che porta in Gaver. Qui l’omone ci comunica che avendo cacciato con il porto d’armi scaduto, per evitare le guardie che probabilmente sono ferme al ponte, prenderà un’ulteriore scorciatoia fissando un punto di ritrovo più a valle. Ciso ed io proseguiamo sulla mulattiera fino al ponte dove ci attendono i “due”; la vigilanza non c’è, dopo aver raccontato loro, lo stratagemma adottato da Graziano per evitare il ponte, ci avviamo al luogo convenuto. Giunti sul posto e atteso una decina di minuti e visto che non arriva, proviamo a chiamarlo ma non riceviamo risposta, attendiamo ancora dandogli la voce di tanto in tanto. Trascorso un tempo ampiamente ragionevole e visto che nonostante lo chiamiamo a tutta voce, non riceviamo risposta, cominciamo a pensare che l’acqua toppo impetuosa del torrente Caffaro non gli abbia permesso l’attraversata, costringendolo a risalirlo fino al ponte; così ci rimettiamo in macchina e ritorniamo a cercarlo al ponte. Sono le nove di sera, ci sono le stelle e mi sembrano le stesse della notte prima, sono diciannove ore che sono uscito da casa. Giunti al ponte, non c’è traccia dell’omone delle coturnici, comincio a preoccuparmi. Torniamo ancora sul posto convenuto, niente.

L’angoscia ha oramai preso un po’ tutti e ognuno dice la sua. A quest’ora al buio non doveva avere la pensata di attraversare da solo un torrente di montagna. Le guardie non c’erano e sarebbe stato meglio attraversare il ponte, ecc. Ci portiamo più a valle guidando piano e con i finestrini della macchina abbassati, chiamando e tendendo l’orecchio se lo sentiamo rispondere, è talmente buio che non possiamo che affidarci ai fari della macchina e alla voce. Alla fine più in basso dal luogo convenuto, udiamo un fischio e un’ombra sbuca sulla strada, è lui, ci assale incazzato che è mezz’ora che ci aspetta e che “porco mondo ho il sedere bagnato, maledette coturne, ci ho rimesso il mio Dik, ma mercoledì la pagana cara”, c’investe con una rude carica di passione è di vita. Finalmente ci siamo tutti, siamo in cinque, con cinque zaini, cinque cani e quattro fucili, avevo un bastone cui ero affezionato ma è l’unica cosa che si può buttare; stretti come in una scatola di sardine con i vetri appannati e senza ruota di scorta, prendiamo la strada di casa e che Dio ce la mandi buona. La caccia in montagna è normalmente dura, ma una giornata simile non la dimentico più. A titolo di cronaca, il mercoledì e la domenica successiva il cacciatore di coturnici che si chiama Graziano Manni, conosciuto in tutta la valle perché vero cacciatore di montagna e personaggio simpaticissimo, ha avuto la sua rivincita, facendo coppiola il mercoledì e fermandone un’altra la domenica successiva. Ciso pure, ebbe modo di rifarsi nei giorni a seguire, ammazzando due bellissimi forcelli, un vecchio e un giovane dalla livrea completa. Nonostante i vari tentativi effettuati per recuperare il cane, non sono mai più riusciti a trovarne i resti.