Luca Vetterli a sin.a colloquio con Vasco Gamboni foto pro natura Ticino Andrea Persico

Luca Vetterli a sin. a colloquio con Vasco Gamboni -foto pro natura Ticino/Andrea Persico-

Quest’intervista “tratta da pro natura Ticino n° 9 agosto 2006”  intende sondare il rapporto tra caccia e protezione della natura dalla viva voce di un cacciatore vicino ai due mondi, peraltro membro di lunga data di Pro Natura.

Domanda di Luca Vetterli: Vasco, tu sei cacciatore, amante della natura, promotore di un parco nazionale, docente di storia: vorrei che introducessi i nostri lettori agli aspetti nascosti e più misteriosi della caccia che generalmente sfuggono al grande pubblico. Una domanda personale per cominciare: ti è già capitato d’aver paura d’un animale?

Risposta di Vasco Gamboni: … timore sì, delle vipere, finché non le vedo, ma non paura… e certamente non per gli aspetti ancestrali del serpente del paradiso terrestre.

In tempi lontani l’uomo non era soltanto cacciatore-predatore ma anche preda: se ti mostro questi leoni delle caverne, disegnati da nostri ignoti antenati in una grotta francese 30 mila anni or sono [copertina della rivista di Pro Natura del novembre scorso] cosa ti viene in mente? [Riflette]…

Penso ai cacciatori musteriani che ringraziano qualche divinità. Questi cacciatori hanno un legame profondo e indissolubile con gli animali che inseguono, che cacciano e che consumano. Qui vien fuori un aspetto profondo dell’animo umano, dell’uomo-cacciatore che anche chi non approva la caccia porta nel suo patrimonio genetico. In taluni individui la passione della caccia affiora, in talaltri è attenuata. Ma è latente in tutti. L’immagine mi riporta all’essenza primigenia del mio essere biologico e culturale.

Quest’intervista intende sondare il rapporto tra caccia e protezione della natura dalla viva voce di un cacciatore vicino ai due mondi, peraltro membro di lunga data di Pro Natura. Il cacciatore nella tua natura… Sì. Vado a caccia perché ho l’istinto predatorio.  L’istinto predatorio può essere anche mal indirizzato, esprimersi contro gli uomini, il territorio, le risorse. A me disturba la demonizzazione della caccia.

E che caccia pratichi? La caccia individuale, quella della tradizione alpina. Caccio il camoscio ma ho anche partecipato alla caccia selettiva allo stambecco [ci mostra una fotografia]. Questa però è un fatto eccezionale, una caccia d’onore. Non sono un selezionatore di ungulati; non faccio la caccia per regolazione. Che la Federazione metta avanti questa funzione però mi va bene.

La beccaccia nel mirino

So che ti appassiona la caccia alla beccaccia: perché? Allora… [riflette], della beccaccia mi affascina la sua misteriosità. Vai a cercarla e non c’è. Il giorno dopo la trovi. Poi non la trovi più. C’è e non c’è. Migra di notte e non la vede nessuno; è una «zingara», non è territoriale. Discreta, furtiva, non si fa vedere; vola via come una farfalla, poi come un falco. La maggior parte delle volte mi frega e se la prendo è grazie a una fucilata istintiva. Se ne prendo una all’anno sono contento. Quando mi capita, per prima cosa le tiro via la penna del pittore [una pennetta di circa 3 centimetri di lunghezza; Vasco ci mostra la sua cospicua collezione in un piccolo scrigno]… E poi c’è il cane, la sua passione, la condivisione con lui. Tengo il cane con l’impegno che costa anche a mia moglie durante tutto l’anno, per poter andare a beccacce con lui solo per pochi giorni.22092561_10210119341044698_664193253_o

Ma la beccaccia è una specie della Lista Rossa! Sì? Con statuto ridotto, quello di specie vulnerabile. Se dovessi constatare che c’è diminuzione sarei il primo a dire: chiudiamo, almeno temporaneamente. Si dovrebbe limitare il numero quotidiano delle catture. I cacciatori stanno sviluppando sensibilità. Una quarantina di beccacciai ticinesi sono entrati nella logica di partecipare alla conservazione della beccaccia – un patrimonio dell’umanità. Collaborano ad un programma d’osservazione e di studio che ingloba molti paesi, dalla Russia ai Balcani, alla Francia. In diversi paesi, non da noi, se ne prendono troppe e mi preoccupa il turismo venatorio della beccaccia nei paesi dell’Est che intendono con ciò procurarsi divise pregiate.

Il rapporto con la preda

Vorrei tornare ad aspetti più generali: quale ruolo ha per te capire l’animale e soprattutto quale legame istauri con lui quando diviene una tua possibile preda? Devi capire l’animale e il suo ambiente, altrimenti non fai niente. Anche se oggi si caccia con armi differenti rispetto al Paleolitico, per avere successo – certo conta anche il carniere – devi conoscere l’animale, seguire i suoi passi. Il rapporto è il nocciolo del problema etico. Per l’animale sento affetto, ma non posso darti una spiegazione razionale. Resterebbe sterile. Come quando accarezzo il camoscio che ho appena abbattuto – è un istinto… c’è chi non capisce che il cacciatore ama l’animale.

Il momento cruciale è l’uccisione dell’animale:

cosa provi un attimo prima e subito dopo questo drammatico esito della caccia? Prima è un’emozione… è adrenalina che devi imparare a controllare. L’obiettivo è sparare bene, non è buttar là un colpo. Dopo, se il colpo è andato bene e l’animale è stato abbattuto, c’è la grande soddisfazione che è passato dalla vita alla morte senza soffrire. Qui vien fuori l’istinto profondo che in origine era quello della sopravvivenza ma che oggi resta. È una cosa atavica.

È importante per  te mangiare l’animale che hai catturato?

Eccome! È una questione etica, il selvatico va onorato fino in fondo. Non ne ho mai venduto uno; me lo porto a casa e con mia moglie lo macello con grande cura. Mangiare l’animale è essenziale, carne sana, niente cortisoni, niente antibiotici; è un momento conviviale con gli amici più cari, il ricordo di un’occasione che non ho sciupato. Io prendo due o tre camosci all’anno e tengo tutti i trofei. Non è vana gloria o necrofilia… faccio fare anche il cuoio per le borse che abbiamo in casa. È importante non sciupare nulla. Quando guardo i trofei [si trovano fuori dall’appartamento sulle scale di casa] ricordo esattamente le situazioni vissute. Coltivo la memoria dei luoghi e dei momenti intensi e recupero così momenti molto belli.

Scuola di vita?

Immagino che anche tu, come altri cacciatori, rinunci talvolta a tirare: quale differenza fa per te questa particolare pratica rispetto a quella che si conclude con il sacrificio dell’animale? E su cosa poggia la scelta di tirare o non tirare?

Premetto: la maggior parte delle volte non si spara. Perché non hai la posizione giusta, o perché non sei sicuro… o perché il regolamento non te lo permette.

No, la mia domanda intende i casi in cui hai libera scelta.

Non mi è successo molte volte e se vado a caccia è per prendere. Ma m’è capitato. Una volta ho abbattuto un camoscio – una femmina sterile – che pascolava accanto ad un’altra. Questa è scappata poi però è subito tornata a guardare il cadavere della congenera. Ero ben piazzato e avevo spazio sul foglio di controllo. Ma non ho potuto tirare.

Cosa me l’ha impedito?

Il rispetto per la sensibilità dell’animale ha prevalso sulla mia – non so dire se l’animale ha sentito dolore o capito la morte dell’altro. Un’altra volta mia figlia m’ha detto: papà non sparare, ci guarda! Forse da solo avrei sparato. Qui la sensibilità di mia figlia ha avuto il sopravvento sul mio istinto. Ma ho anche avuto un compagno che non sparava mai. Dopo molti anni ha però smesso d’andare a caccia. Altri si limitano a fotografare.

La caccia: una scuola di vita?

Può esserlo. Per me lo è stata e continua ad esserlo. Imparo molte cose nella natura: la flora, il clima, i fulmini – di cui ho paura – e soprattutto continuo a imparare molte cose su me stesso; a caccia, cammino, rifletto, ridefinisco molte cose. Le giornate cominciano presto e finiscono tardi. Ho imparato a conoscere l’alba, a sentire il fremito della levata del giorno: è lì che senti la vita che pulsa – un momento stupendo. La caccia è capacità straordinaria a recuperare i nostri sensi che perdiamo perché viviamo in una società tecnologica. L’olfatto: recuperi un rapporto con la natura primigenia. Ti capita di sentire gli odori dei selvatici – poi salta fuori il fagiano. L’udito, la vista: devi esercitarli, devi scrutare il paesaggio, entrarci dentro, cercare il selvatico, vederlo. È una dimensione dove catturare o non catturare non conta. La dimensione del recupero del rapporto con la natura e con la nostra essenza. Che è risanante e mette a posto l’animo. È una cosa straordinaria. Impari a scrutarti dentro, a guardarti con la necessaria prudenza e con senso dell’equilibrio. Mi sento fiero d’essere cacciatore e la caccia mi fa bene anche se non catturo nulla …

Ma c’è anche altro modo per ritrovare il contatto con gli istinti e la natura: se per questo motivo tutti praticassero la caccia… … I cacciatori continuano a diminuire. Oggi ogni anno in Ticino sono solo una quarantina i giovani che cominciano. Un ruolo fondamentale per riavvicinare l’uomo alla natura l’hanno le associazioni come Pro Natura ma anche la nostra federazione si muove in questo senso. Come dice Rigoni Stern bisogna insegnare ai giovani a camminare nella natura, ad osservare gli animali e gli alberi… avvicinarli agli odori e ai colori della natura. È il recupero della Terra, della Madre terra. Della Matria come la definiva Zanzotto. Di Gea. Mi fanno paura i giovani che stanno seduti lì davanti al bar e non si muovono.

Quale rapporto intercorre tra caccia e violenza?

Nella misura in cui l’uccisione è violenza c’è rapporto. Ci sono cacciatori animati da potere sanguinario, ma sono pochi e in via d’estinzione in Ticino. Tutti abbiamo istinti violenti – anche i pacifisti – andare a caccia dà sfogo e qui la caccia può essere anche antidoto alla violenza.

Caccia e protezione della natura Un rapporto d’opposizione o di conciliazione?

Non vedo nessuna contraddizione tra caccia e protezione della natura. Ma questa mia posizione è vista con sospetto da una parte e dall’altra. Ho visto colleghi inorridire quando dicevo loro che sono membro di Pro Natura eche ne condivido gli obiettivi. Devo però anche dire, con la massima schiettezza, che non condivido la posizione di Pro Natura sulla caccia. È troppo tecnica e riduce il cacciatore a regolatore della selvaggina. E non mi piace nemmeno l’Iniziativa contro la caccia nel Mendrisiotto che non fa un buon servizio a nessuno. Ammette solo la regolazione degli ungulati… eppure il prelievo di due beccacce sul San Giorgio non sarà un problema…

Quindi opposizione… L’opposizione nasce da ignoranza. Il cacciatore che caccia in modo intelligente – anche per il suo stesso futuro – è un protettore della natura. Ammetto che l’abbattimento – il portar morte – per diletto è di difficile comprensione. La caccia non è assolutamente uno sport bensì una passione. L’uccisione per sport sarebbe incomprensibile. Oggi vedo che si fanno passi avanti nella collaborazione. Auspicherei che i due mondi, quello venatorio e la protezione della natura, collaborino. Sono complementari. Ma ci vuol pazienza perché si tratta di un passaggio epocale; c’erano contrasti e ora si va verso una condivisione e una comprensione reciproca. Il presidente della sezione bernese di Pro Natura è cacciatore e tanto la sezione grigionese quanto la presidente di Pro Natura Svizzera sono persone vicine al mondo venatorio.

Tu ti impegni di prima persona a favore del parco nazionale del Locarnese. Come vedi e vivi l’opposizione che viene dal mondo venatorio contro il parco? L’opposizione è comprensibile e per certi versi inevitabile. Ma se persiste nella cocciutaggine ritengo che sia sbagliata. La Federazione non si oppone totalmente; capisco che voglia mantenere un profilo per avere un peso nella trattativa. Se si fa un parco una qualche concessione da una parte e dall’altra bisogna farla. Ma ci sono anche diversi cacciatori favorevoli ai parchi. Intorno ai parchi la selvaggina aumenta – è il principio delle bandite volute dagli stessi cacciatori – e nel Parco nazionale del Mercantour in Francia i cacciatori sono in prima fila a opporsi ai rischi di attacchi edilizi nel parco che all’inizio avevano osteggiato.

Tra la caccia dei nostri avi e quella odierna che privilegia la struttura naturale delle popolazioni,  sorgono spesso contraddizioni, per esempio dove si chiede ai cacciatori di sparare alle femmine o addirittura ai piccoli: qual’è la tua posizione e la tua pratica a tal proposito? Come cacciatore mosso dalla passione preferirei portare a casa il bel becco, mi dà invece fastidio tirare all’anzello. Ma faccio fede agli studi degli zoologi che dicono che il prelievo ideale è di maschi, femmine e giovani e mi adeguo alle regole anche se mi disturbano.

Per riassumere: cosa fa, in poche parole, la qualità di un buon cacciatore? [Riflette…] È una domanda insidiosa. Non vorrei mettermi su un piedestallo o passare per chi queste qualità le ha. Penso che si tratti in primo luogo di pazienza, di tenacia, di rispetto e – oso dirlo – amore per il selvatico.

Grazie Vasco.