Senza-titolo-5Ormai vecchio, un Natale nella casa avita ai piedi della montagna. La fiammata di ginepro buttata sui ceppi di castagno nel camino ha appena finito di illuminare i volti protesi dei grandi e dei piccini. O, accoccolato nella poltrona da priore, con gli occhi socchiusi quasi in torpore, vengo preso dai ricordi che affiorano dalla lontananza; ricordi di infanzia, di giovinezza, di guerra, di lavoro, di ghibli nel deserto, di montagne innevate nel primo sole rosa, plumbee nei tramonti invernali, di nebbie offuscanti tra paludi, tundre, prati e marcite.

Di buon mattino ho fatto la quotidiana uscita nelle campagne; soltanto il ciak ciak delle cesene rompeva ogni tanto il silenzio della Vigilia; uno stormo di una ventina si è posato sui rami spogli di un alto pioppo dietro il quale mi ero defilato; ho atteso che scendessero sulle bacche della pastura; ansia e passione vennero temperate da qualcosa di indefinito e di indistinto come in un’atmosfera di irrealtà. Non ho sparato, era troppo facile, le ho risparmiate e le cesene se ne sono andate; non ne ho avuto dispetto. Il fuoco crepita e la mente corre ai primi ricordi di caccia e li rivive in un compiacimento fatto di intime vibrazioni, di entusiasmi e di rimpianti, di serenità quasi accorata e di speranze future. Fino a quando? Quando ho sparato il mio primo colpo di fucile? Deve essere stato un avvenimento notevole, ma non lo ricordo. So soltanto che dall’infanzia riempivo portoni e tronchi del parco con i pallettoni del flobert calibro 6; so che mio padre, gran cacciatore, che non voleva portare a casa il fucile carico, che avrebbe considerato un pericolo per noi bambini, metteva nella cacciatora il calibro 28, piegato in due, a una canna e un colpo, e mi portava con lui. Si metteva dietro di me e buttava in aria una pannocchia di granturco; reggevo a stento l’arma, ma sparavo a quel bersaglio, in ogni modo, durante la caduta e spesso colpivo giusto.

Perché, più grandicello. Ero terrorizzato dalla paura quando rimanevo al buio nei locali della vecchia casa, invece non ne sentivo quando, a notte fonda, solo, carico come un mulo di gabbiette con cincie, codibugnoli e pettirossi, di panie, correvo ansante per i boschi, spinto dall’ansia di giungere primo sul posto migliore?

Quello della località da prendere per primo per una battuta di caccia è sempre stato il mio assillo. Dovevo sempre giungere per primo; nessuno avrebbe osato cacciarmi. E’ nella consuetudine venatoria un diritto formale, chiunque lo rispettava, anche se accompagnato da improperi per quelli che erano arrivati secondi. Sento ancora le imprecazioni di Angiolino Pedretti quando, arrivato alle cinque del mattino, ancora a notte, ai margini del marcitone di Robbio davanti alla grande stoppia sempre ricca di beccaccini, intravedeva ferma, a fari spenti, in attesa dell’alba, la macchina del Mola o del Magistrelli o dell’Olivari. Ero sempre il primo, all’apertura, ove era la brigata di starne o la nidiata del fagiano o del gallo di monte, o nella migliore stoppia per quaglie.

Prima licenza

Il 26 gennaio 1931 avevo compiuto 16 anni. Era di giovedì. Mio padre il 27 portò tutta la documentazione in questura. A mezzogiorno di sabato, a tavola, sotto il piatto trovai la licenza di caccia. I miei occhi, incontratisi con quelli di papà, luccicavano come i suoi, suggello di un rito sospirato per anni. Papà viveva la commozione di tramandare a me il culto della caccia venerato da secoli in famiglia; io promettevo di non essere indegno del retaggio di tanta tradizione. Appena riuscii a scattare dalla sedia, inforcai la bicicletta da corsa e via di volata nonostante il gelo, giù per la discesa del Sasso fino al paese nella casa avita ove arrivai assiderato. Ma dentro ero caldo, invaso da tanta bramosia. Nonna Adele, custode della casa, rabbrividì vedendomi staccare dalla rastrelliera il pesante automatico, appesantirmi di cartucce e calzare, non avendo ancora gli stivali, gli scarponi da montagna con i quali affrontai la palude del laghetto di Bardello che sarebbe stato per tren’anni il teatro delle mie più appassionanti avventure di caccia. Soprattutto beccaccini, ma anche croccoloni, alzavole, marzaiole, fischioni, pur anco schiribille, porciglioni, rediquaglie.

Diciotto anni

Nostalgia del decennio che ha preceduto il secondo conflitto mondiale, che ha rappresentato l’ultimo periodo d’oro della caccia italica, quando in terreno libero abbondavano starne e lepri, ultime progenie di specie nostrane, prima delle immissioni straniere, mentre non era ancora apparso in forma popolaresca il fagiano, sconosciuto anche nelle riserve. Rivedo i campi allineati da lunghi filari di gelsi che sembravano messi lì apposta per salvare le brigate di starne. Una legge drastica proibiva ai contadini di estirpare i gelsi anche se da anni la bachicoltura era finita e le filande avevano i fumaioli spenti. Entrato socio con mio padre nella riserva di Tradate, una delle migliori del basso Varesotto, ogni giovedì e domenica per 16 uscite annuali, potevamo incernierare quattro starne e due lepri a testa. La quota era sempre fatta: 12 starne e sei lepri, con grande invidia degli altri soci. A settembre si aggiungevano quaglie, a novembre beccacce. Non si conosceva il significato di “riserva di speculazione”. I cacciatori erano signori, la selvaggina nobile, la caccia arte sia in terreno libero, sia in riserva.

Rivedo la smania di voler uccidere al primo colpo i selvatici mai fino a quel momento incernierati; quei tiri rimangono intatti nella memoria. Gioia quando uccidevo, delusione quando padellavo. Fui contagiato che ancora usavo il calibro 28. Lungo un filare di viti, sorrette da gelsi, uccisi il primo merlo, l’uccello più vistoso di quelli fino a quel giorno presi. La scarica da propri metri lo ridusse in poltiglia. Pochi giorni dopo incarnierai anche il primo storno, venuto ingenuamente a beccare i fichi nell’orto. Posso dire di essere stato fortunato nella carriera di primatista di specie. Ma l’ebbrezza la raggiunsi quando, uccellando nel bosco, levai con i piedi la beccaccia; un tiro con il 28 caricato a pallini del 12; l’urlo che accompagnò la caduta della beccaccia mi tolse la voce per una settimana. Tenuto conto che parecchi animali caddero più per caso che per bravura, posso annoverare tra i primati la beccaccia, la lepre, la starna, la coturnice, il cedrone, la pernice, la marmotta, l’otarda, il beccaccino e molti altri; ricordano cocenti padelle invece la gazzella, il forcello, il germano, la quaglia.

La guerra

Mi è rimasto inoculato nello spirito e nel corpo il bacillo di quel sottile male che non ti abbandonerà più: il mal d’Africa. Male fatto di odori, di sensazioni violente, di soffoco diurno e gelo di notte, di umidità che penetra, di sole che rinsecchisce la pelle, di sabbia penetrante di foreste impenetrabili e di dune interminabili. Trenta mesi nel Sahara libico, nel serir e nell’hammada hanno fatto di me un grande insabbiato, come venivano chiamati quelli che erano vissuti almeno due anni nel deserto. Vento staffilante, sabbie infuocate di giorno e l’umidità della notte li possono sopportare solamente per lungo tempo fisici eccezionali. Nei lungi riposi in buche scavate nella sabbia o nelle rocce degli udian, tra una marcia, una battaglia, un’avanzata, una ritirata, gazzelle, otarde, lepri, pernici, sirratte, colombacci erano prede della mia Browning che portavo nel mio carro armato per sfamare la truppa. Vedo lo sguardo dolce e dolorante dell’ultima gazzella colpita a morte, quello sguardo che mi impedì per tanti anni di andare a caccia di quadrupedi in ogni parte del mondo.

Il dopoguerra

Un tuffo nelle distese delle nebbie eterne invernali della Valle Padana a beccaccini. Venti anni alla scuola di Angelo Perdetti, cinofilo di fama, con pesanti stivavate nel fango delle stoppie di riso e ai margini delle marcite. Ho conosciuto la differenza di caccia al beccaccino tra la palude e la stoppia di riso: nella prima caccia, nella seconda cinofilia venatoria.

La frenesia degli ultimi anni

Caccia all’estero in ogni parte del mondo, in macchina, su navi e aerei. A stanziale: pernici nell’ojeo delle finche attorno a Toledo; lepri a frotte in Slovacchia; grouse in Scozia sull’erica ai bordi del mare, quando il gelo che spira dall’Atlantico ti fa sembrare essere oltre i 2.000 metri di altezza; cotone nella Pampa argentina; galli cedroni nelle foreste della Carinzia; ogni specie di migratoria, soprattutto beccacce in Montenegro, Bulgaria, Romania, Turchia, Louisiana, alle foci del Mississipi; poi tortore in Vojvodina; beccaccini attorno a Marrakesh e in Algeria e nelle torbiere dell’Irlanda o della Normandia; oche in Scozia e attorno ai laghi della putza ungherese; quaglie in ogni parte della Yugoslavia. Poi i safari. Troppi, dalle verdi colline del Kenia, fino a quando la caccia non è stata vietata, alle foreste della Somalia; della Tanzania, della Namibia, del Bophutanswana, dello Zambia, a gazzelle, impala, kudu, gnu, facoceri e pachidermi. Tre mesi nella foresta dello Zimbabwe, assoldato dal governo quale white hunter alla caccia di selezione degli elefanti, esuberanti e divoratori di preforesta e colture agricole.

Oggi

Attorno a me si è fatto silenzio; forse ho sonneggiato; mi risveglio. Ricordi e sogni scompaiono, mi rimane una grande nostalgia… tutto riassume le forme reali, non mi resta che qualche cosa di cocente nell’anima. E’ il tramonto! Addio erte del Campo dei Fiori, oggi negate alle possibilità delle mie gambe ove per tanti anni mi sono allietato ai pa… pa… pa… di tante beccacce; addio chiesetta di Palanfré, unica piccola costruzione in muratura tra dieci malghe, ove a settembre saliva, a dorso di mulo per tre ore, un mite prete a celebrare la messa per i malgari e i cacciatori, dove oggi la modernità ha costruito una strada asfaltata per favorire gli sciatori; addio pinete staglianti cupe dalla neve, dove il gallo di monte lancia a primavera il suo canto d’amore dal larice spoglio; addio nevai, dimora delle bianche; addio fonti purissime gorgoglianti con il suono di voci suadenti e misteriose. Sono qui su una poltrona, invecchio: è male? No, se i ricordi avvivano della loro fiamma purpurea il tramonto; no, se attorno la vita delle nostre creature prorompe indomata con l’impeto dei nostri tempi.

E poi? Invecchiare è l’unico modo per stare al mondo: e finché i nemici della caccia non abbiano trovato un altro mezzo per vivere a lungo, io mi accontento di questo e basta. E spero per molti natali ancora: cacciatore finché potrò, ma per molti Natali: Me lo auguro da solo e spero questa volta di non trovare contradditori.