14527438_1123234171091721_1113644152_n 14542860_1123234471091691_954254018_nL’abbattere un capo di selvaggina levato dal bastone dello scaccino può essere per un certo senso, caccia. L’uccidere dopo aver reperito il selvatico con l’ausilio del cane, in impiego ortodosso, è Arte.

La caccia, oggi che non si pratica certo più por la mensa, è Sport: e non per il tableau  ma per intima soddisfazione e godimento.

Una rissa tra ragazzi non è box, come il coltello del macellalo non e la spada del torero; se pure è identico il risultato.

Ed è anche una questione di stile.

Ortodossia venatoria: compimento di un rito.

La formula può essere: abbattere quel dato selvatico in quel dato ambiente con quel dato ausiliare.

Selvaggina ed ambiente sono elementi che si combinano spontaneamente: in natura. L’impiego di quel dato cane è questione di scelta. Scelta del tipo: scelta fra le razze.

Perché bracco, setter, springer o retriever — ottimi a caccia tutti — han caratteristiche diverse, ormai radicalmente fissate, che non condizionano l’impiego anzi ne determinano la specializzazione.

Specializzazione e, quindi, differenziazione sorsero all’origine, influenza d’ambiente e necessità primarie di sopravvivenza. L’uomo poi completò l’opera scegliendo, selezionando ed addestrando per la pratica di cacce particolari e nuove, creando nuovi tipi, dai caratteri comuni, suscettibili di costante riproduzione. Nacquero cosi le razze esistenti oggi, ciascuna col proprio cliché morfologico e di lavoro.

Il cacciatore classico e cognito deve quindi tenere conto, nell’operare la scelta, delle attitudini particolari di ciascuna razza il che si traduce, sul piano pratico, in risultati migliori e più salienti.

Per il che — con degli esempi — con setters e pointers a stame in terreni ampi e scoperti; bracco e spinone in risaia e palude a beccaccini; spaniels nel fitto a fagiani: alla lepre con segugi; in battuta col retricver: terrier e bassotto alla tana; bloodhound alla pista di sangue.

Né vale l’obiezione d’aver posseduto pointer abile alla canizza quant’alto mai o setter eccelso al solo recupero alla posta.

Arkwright racconta d’una scrofa che fermava le starne. L’eccezione non fa testo appunto perché fuori dalla norma.

3-2

È certo che un qualsiasi cane d’una qualsivoglia razza sempre che la costruzione anatomica lo consenta, è suscettibile d’utilizzazione ma generi diversi di caccia e anche — a lungo andare — con buona riuscita. Ciò dipende dall’attitudine generica a perseguire selvaggina, istinto prepotente di tutti i cani da caccia indipendentemente dalla predisposizione ad un particolare esercizio venatorio. A ciò aggiungesi la capacità d’adattamento, il desiderio d’apprendere e di compiacere al padrone, ed il gioco è fatto.

Si chiedeva Giulio Colombo -La specializzazione è frutto dell’addestramento oppure l’inverso? La specializzazione fa parte del corredo delle cane ma l’addestramento può modificarne le attitudini, come avvenne per il cane da ferma, oriundo del cane da seguita-.

Ma vero altrettanto è che l’utilizzazione d’una razza nel modo tipico e tradizionale offre garanzie maggiori di riuscita e, soprattutto, minori difficoltà d’addestramento; più facile inoltre, persistendo nella pratica di un esercizio già di per sé congeniale. ottenere il -fuoriclasse-: l’ideale per chi veramente pratica la caccia come sport e come godimento estetico. Dal che si ricava come la cinotecnica — intesa come attività diretta all’allevamento ed al miglioramento delle razze pure — è in stretta relazione funzionale con la pratica attività venatoria.

Cognizioni di cinotecnica sono pertanto necessarie nel bagaglio di conoscenze del cacciatore, tanto quanto le nozioni sulle abitudini del selvatico o sull’efficacia e funzionamento dell’arma.

Esse completano l’educazione venatoria con vantaggio di tutti. Assumerà infatti principale importanza il come incarnierare, piuttosto che il quanto e la caccia non sarà guerra al selvatico ma pratica di un nobile sport e scuola di stile. Al cacciatore pratico, quindi, l’utilizzazione del prodotto finito elaborato prima, in allevamento: forgiato, raffinato, selezionato sulle prove sul terreno.

Esse sono, a patte il gusto di cimentarsi ed il desiderio di primeggiare. il banco di prova effettivo — e spesso veritiero — dei prodotti dell’allevamento.

Chi alleva sottopone in esse la sua opera al giudizio di un tecnico e… allo sguardo critico di molti intenditori: dal primo nascerà un’indicazione, un indirizzo sugli stalloni, sulle fattrici, sulle linee di sangue; dalla competizione un incentivo a far sempre di più ed in meglio.

Cosi almeno nelle intenzioni di chi le riconosce (l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana) o come dovrebbe essere in forza del principio tecnico-razionale dal quale sono nate.

Certo è che oggi, che a caccia si va sempre di meno, le prove sul terreno sembrano divenute il surrogato dell’attività venatoria. In mancanza d’altro ci si accontenta, in luogo della realtà, della finzione.

Ed in ciò nulla di male se il boom delle prove non rischiasse di trasformare il concetto delle stesse prove, da tecnico-sportivo in sportivo soltanto. L’aumento del numero degli iscritti, il moltiplicarsi delle iniziative per l’organizzazione di gare e la difficoltà di reperire terreni idonei per tutti rischiano di svilire il contenuto tecnico delle prove rendendo il collaudo affrettato, superficiale, non probante.

Tale degenerazione del contenuto tecnico, cui si cerca di porre riparo, faceva esclamare a Giulio Colombo: «È sport praticato anche da persona che a caccia con il cane da ferma ci va il meno possibile, o non ci va. Si dovrebbe avere il buon gusto di riconoscere che il miglioramento delle razze attraverso le prove cosi come sono praticate oggi da noi… è sogno romantico, come quelle passioni infeconde intessute di sospiri alla Jacopo Ortis, roba da raccontare al nipotina perché stia bravo».

Ma a chi gli chiedeva -E perché ci va lei?-. Rispondeva: «Mah! L’adoro». E, dobbiamo dirlo, l’ammonimento di un maestro portò i suoi frutti. I traguardi conseguiti oggi dall’allevamento italiano consentono qualche ottimismo. Salvo le così dette «garette di caccia di stampo locale organizzate a mo’ di sagra paesana e che finiscono sempre a tarallucci e vino (ad eccezione di qualche divergenza che si risolve subito in campo magari a bastonate), è ormai universalmente diffuso e riconosciuto anche in manifestazioni minori o -non ufficiali- il principio che la finalità della prova non è tanto quella d’individuare il primo in classifica quanto quella di segnalare i soggetti meritevoli d’essere scelti per la riproduzione ai fini di selezione delle razze.

Sempre Colombo: -L’impiego, ecco la chiave di volta dell’allevamento, ecco l’origine delle razze, qui è proprio il caso di dire: è l’uso che fa la funzione. Non basta che un cane figuri nei registri come bracco o setter o epagneul. bisogna, perché sia rispettato come tale, che giustifichi la denominazione coi fatti-.

Sul campo, dico io, alle prove.

E che il principio sia salvo sempre, è compito e dovere del giudice cui spetta l’onere di valutare. In forza di criteri esclusivamente tecnici, i soggetti che gli vengono presentati.

Questo libro, nato nell’intendimento di raccogliere nozioni ed esperienze ad uso d’aspiranti giudici di prove sul terreno, per la stretta connessione che esiste fra queste e l’effettiva pratica venatoria, di cui solo l’immagine o, meglio, il sublimato, finisce con l’essere o mi illudo che sia una guida utile soprattutto al cacciatore codaiolo che alle gare ci va non tanto per competere quanto per ottenere un giudizio tecnico sul proprio compagno a quattro zampe o, meglio ancora, da semplice spettatore per acquisire cognizioni utili alla scelta d’un cane utile alla caccia o del più adatto a quella — particolare — che predilige e maggiormente pratica.