CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

Cotorne in Kirghizistan LA CACCIA ESTREMA di Mario Di Pinto

Mario, Giorgio e le coturnici

Cronaca di una settimana di caccia a coturnici sui monti del Kirghisistan. Eran due anni che mancavo dalla Kirghisia, anche perché la nostra passione della caccia è sempre sorretta dallo stimolo di forgiare cani con cui condividere le nostre emozioni … e per due anni non avevo avuto nuovi allievi a cui “far le ossa” in una caccia così selettiva. Quest’anno invece avevo programmato questa “tosta” trasferta anche in funzione della giovane Pointer e dell’altrettanto giovane Spinona, Bora: poi un incidente ha tagliato fuori la Pointer e la prospettiva è stata di affrontare sei giorni di quella caccia micidiale con solo la Spinona, sia pur resa affidabile dal precedente battesimo sostenuto ad agosto in Lapponia ed a novembre e dicembre sulle beccacce nostrane: quindi una settimana filata in montagna con un cane solo poteva forse riservare qualche problema, ma non avevo alternativa.

Partenza da Roma ed arrivo a Mosca dove ad attendermi c’era Paolo Palladino della Lugaresi Tour, ed assieme a Matteo, Piero ed Alessandro affrontiamo l’altra tappa per Bischek, dove c’è chi ci accoglie amichevolmente per sollevarci dalle fastidiose incombenze burocratiche… e via con armi e bagagli sul capiente furgone di marca russa attraverso le “montagne celesti”: percorriamo così di notte tre ore di strade impervie, ridotte a volte in sentieri appena tracciati, attraversando ruscelli e cumuli di neve, sino all’alba quando finalmente raggiungiamo il campo-base a 1.500 metri di quota. Qui alloggeremo l’intera settimana, senza interferenze di telefoni o orologi, lasciando che il nostro tempo sia scandito dal sorgere del sole e facendo ritorno al tramonto, immersi nelle emozioni e nelle fatiche di una caccia di gusto estremo, con emozioni che le parole non riescono a narrare. Al campo troviamo le premurose cuoche e le guide, capeggiate dal piccolo-grande Jelo che vive tutto l’anno in queste solitudini. La mia guida sarà Elia, un kirghiso delle montagne dove la ricchezza e la nobiltà di un uomo si misura dal numero di capi dei suoi armenti e, soprattutto, dalla qualità e quantità dei suoi cavalli. Ed anche in questo senso Elia è uomo ricco e nobile!. Primo giorno Calziamo gli scarponi e partiamo con le guide al seguito. Le montagne che circondano la baita sono ricchissime di cotorni dislocati su pendii molto ripidi ed impegnativi, resi ancor più ostici dall’abbondante neve: il percorso è veramente faticoso e pericoloso, ma l’abbondanza della selvaggina è la molla che fa superare le difficoltà e la comprensibile titubanza. Mentre risalgo un ripido canalone, Bora intercetta una passata di coturnici che si mettono in volo da lontano; saliamo ancora e sul crinale la cagna si mette in ferma: cerco di servirla ma il branco davanti a lei si lancia nel vuoto senza che io riesca a sparare. Scendiamo nella valle sottostante con molta difficoltà perché non ho messo i ramponi agli scarponi e debbo procedere con molta cautela; mi avvicino alla cagna che si è messa in ferma sul costone opposto: i cotorni reggono bene, forse perché sono al sole; Bora guida ed io cerco di piazzarmi come meglio posso …parte un volo al limite del tiro …imbraccio e contemporaneamente ne parte un altro, cioè quello che la cagna aveva nel naso: sparo due fucilate ed un uccello si inabissa nel vuoto del canalone; ricarico e parte un’isolata che fermo di prima canna. Bora scende e scompare impegnata nel recupero che conclude con successo, mentre Elia va prendere il secondo cotorno: son due uccelli magnifici, forti e selvaggi come il lupo, l’aquila e tutti gli abitatori di queste montagne; vivono in branchi di una quindicina di individui, che a volte si uniscono ad altri quattro o cinque voli sul medesimo terreno che fornisce il pascolo dei cavalli …e quando frullano il suono metallico che producono incide così profondamente nella nostra memoria da farci rimbalzar nel letto allorché la loro immagine invade i nostri sogni. Mi affaccio sul vallone che corre a fianco di quello che sto percorrendo e scendo cercando di non rotolar giù ad ogni passo; la cagna scompare, interrogo Elia ma neppur lui riesce a vederla, anche perché non le ho fatto indossare il corpetto rosso ed il suo mantello si mimetizza fra le erbe secche. Finalmente la scorgo ed inizio l’avvicinamento, ma a 50 metri dalla cagna il rumore dei miei passi sui sassi fa partire un branco, il cui frullo provoca la partenza di un secondo branco, quindi di un terzo e di un quarto: incredibile … si fiondano in basso e per poterli ribattere dovrei attraversare un canalone innevato. Rinuncio anche perché son distrutto dalla fatica ed ormai il numero di capi giornalieri che ci siamo spontaneamente imposti è raggiunto. Basta così ed anche gli altri stanno rientrando. Ricoveriamo i cani al caldo e con tanta accogliente paglia, poi a cena ed a dormire. Secondo giorno Il giorno dopo ci rechiamo nella valle di Quan dove Elia ha le sue greggi e le mandrie di cavalli. Inizio con una solenne padella su di una coppia di cotorni fermati da Bora, poi risalgo un canalone roccioso che separa due montagne. Le coturnici sono numerosissime tanto da far perdere la testa all’ancor giovane Bora. Rompo l’ala ad un uccello che si proietta verso il basso, inseguito dalla Spinona.

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Mario e la spinona

Mi fermo ad attenderla, apro il thermos e tiro il fiato mentre Elia si gode un sigaretta … e quando è finita ecco che arriva Bora con il cotorno in bocca che posa ai miei piedi. Qui il “riporto semplice” non esiste, è sempre “recupero” di uccelli che, colpiti, fiondano rotolando a distanze inimmaginabili e che – senza un cane “recuperatore” sarebbero per metà irrimediabilmente persi. Comunque la colazione è meritatamente tutta per Bora. Riprendiamo la caccia e la Spinona fa vedere la grande cerca, tanto che a volte – pur essendo in ferma – non riesco a raggiungerla a cuasa delle asperità e delle pendenze del terreno. Poi al margine della neve faccio la prima “coppiola” sotto ferma della cagna … con il che ho raggiunto il fatidico numero di capi che ci siamo imposti. Scendiamo a valle e concludo così un giorno magnifico, ricco di ogni sorta di divertimento e soddisfazioni. Terzo giorno Col furgone ci spostiamo verso l’Uzbekistan in una zona chiamata “la grande valle” circondata da imponenti montagne dove ci dicono che i cotorni sono altrettanto numerosi. Ed è vero, ma le montagne sono totalmente sgombre di vegetazione e gli uccelli intrattabili. Dopo molti inutili tentativi, in un pascolo la cagna ferma su di un ripido pendio; riesco a raggiungerla, lei regge la ferma ma non vola penna: Bora è però tesa come la corda di un violino ed io, sia pure con qualche dubbio, aspetto paziente che concluda l’azione e finalmente da un piccolo ciuffo di erbe secche in quel prato pelato come un campo da footbal parte un voletto di starne che punta a valle. Due fucilate e ne cade una, che Bora prontamente riporta: è un maschio con un piccolo e scuro ferro di cavallo sul petto come l’avevano le starne “falchettine” che popolavano un tempo i nostri Appennini. Nel pomeriggio i branchi si confermano inavvicinabili, ma riesco ad incarnierare diversi grossissimi “solinghi” che si lasciano avvicinare e fermare. Uno di questi – visibilmente colpito – precipita a peso morto in un canalone dove si butta un’aquila che precede Bora nel recupero … ma non nel riporto. Sulla via del ritorno incontro un cacciatore kirghiso che affronta un dislivello di un chilometro per venirmi a salutare …ed è il suo modo di dimostrami tutta la sua cordiale ospitalità. Rientriamo alla base dove Valentina ha preparato un’ottima cena a base di riso e cotorni cucinati secondo una sua impareggiabile ricetta. Di notte nevica e la temperatura si abbassa di diversi gradi. Quarto giorno Vado a verificare se la cagna è magari stanca e desiderosa di un giorno di riposo, ma per tutta risposta a momenti sfascia la gabbia per la voglia che ha di andare caccia. Decido allora di farmi portare a fondovalle per quindi risalire cacciando verso l’accampamento ed è la mossa giusta perché col maltempo i cotorni si sono abbassati e reggono bene la ferma. Ma il mio guaio è di reggermi in piedi su quel terreno che è tutto ghiaccio e sulla cagna in ferma si sprecano le padelle di cui do colpa alle mani pressoché congelate. Verso mezzogiorno esce il sole ed in due ore rimedio un buon carniere. Cerco di mangiare un boccone ma il panino e la bottiglia che ho nella bisaccia sono un pezzo di ghiaccio e decido che con un freddo del genere è meglio non fermarmi e continuare a cacciare sino al rifugio. Ferisco un cotorno che cade sulla sponda di un ruscello, ma quando Bora tenta di abboccarlo, fa un ultimo salto e raggiunge la sponda opposta costringendo la cagna ad entrare in acqua: dopo di che dovremo usare la striglia dei cavalli di Jelo per toglierle i ghiaccioli. Quinto giorno Ritorniamo nell’immensa valle di Quan ma sull’altro versante. Due superbe aquile volteggiano ed i cotorni mandano le loro grida d’allarme: è uno spettacolo mozzafiato. Risalgo la valle ma la cagna non da cenni di presenze di selvaggina, forse perché le predatrici alate hanno impedito la pastura. I cotorni son nervosissimi e le poche opportunità di sparare avvengono senza il coinvolgimento della cagna; quindi non se ne fa nulla e faccio colazione con nel carniere il solo cotorno che ho staccato dall’unico branco che la cagna ha fermato. Mi infilo in una valle che avevo già battuto due anni fa con Giorgio e finalmente ho il vento a favore; su di una costa a solatio la Spinona si esibisce in una serie di ferme su diversi branchi: con una fucilata metto giù due cotorni (è la prima volta che succede) e di ciò Elia è particolarmente felice. Mentre scendo verso il furgone Bora ferma un branchetto di tre, una delle quali – colpita – precipita nel fondovalle. Bora corre a prenderla ma nella neve si blocca in ferma a testa alta: strano che fermi su di un selvatico morto…ricarico, scendo verso di lei e appena mi accosto parte un altro volo. Incredibile! Sesto – ed ultimo – giorno La cagna è ancora in forma malgrado qualche abrasione sui plantari: ad accusare la fatica sono invece io… comunque la giornata è splendida ed ho ancora 14 cartucce da sparare.

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Le coturnici reggono bene la ferma ed esordisco con una coppiola, poi qualche padella mi riporta alla cruda realtà di un difficile paesaggio in mezzo a roccioni coperti di neve gelata. Preferisco non rischiare e scendo a valle per quindi risalire: meglio fare un po’ più di strada che correre inutili rischi. Sul sentiero la cagna ferma e guida per una decina di metri, poi riprende la cerca e sparisce in un cespugliato dove la trovo immobile: davanti a lei esplode un uccello simile ad un fagiano che metto giù di prima canna, con gran gioia di Elia che – cosa senza precedenti – me lo chiede in regalo. Ovviamente lo accontento. Sono a meno di un chilometro dal campo-base ed ho ancora 4 cartucce. Un costone al sole con delle mucche al pascolo attira l’attenzione mia e di Bora; appena vi giungiamo, la cagna comincia a guidare verso l’alto ed io la seguo col fucile spianato. La pendenza è ripidissima ma riesco a mantenermi in contatto. Siamo ormai in mezzo al bestiame che pascola e d’un tratto sembra che la montagna erompa al frullo di non so quanti cotorni sparsi ovunque in pastura. Ne metto giù due ed Elia batte le mani per l’applauso (quando invece padello allarga le braccia sonsolato!). Siamo a 300 metri dalla casa di caccia ed ho ancora due cartucce: riuscirò ad usare anche quelle? Bora ferma, altra guidata e frullo di una coppia: ne metto giù una, avrei dovuto fare la coppiola ma sono esausto. Apro il fucile, lo metto ad armacollo e lego la cagna che è ancora piena di vitalità. E pensare che da sola credevo non ce l’avrebbe fatta!. Vicino al recinto dei cavalli di Jelo parte un altro voletto di cotorne che saluto con un entusiastico arrivederci. Domani si torna in Italia. Ciao incredibile Kirghisistan.

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1 Comment

  1. Oliviero

    Il bello della condivisione è che mentre leggevo, mi scorrevano le immagine delle cose narrate come se le vivessi in prima persona. Forse così è , perché le tue stesse zone le ho percorse molti anni fa e Gelo era giovanissimo ma già in gamba. Grazie per avermi fatto rivivere i miei anni migliori. Oliviero Barbetta

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