CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

…La caccia é una cosa intima, riservata, poiché contempla la morte… di Ottavio Mencio da Beccacce che Passione n° 1 -2017

15192708_345715485808844_2575734270161187533_nHo passato gran parte della mia ” vita venatoria” a chiedermi SE FOSSE GIUSTO O NO MOSTRARE AGLI AMICI CACCIATORI, con malcelata vanagloria, I MIEI CARNIERI. Chiaro è che con l’avvento dei social network l’assillo del dilemma è rientrato subito in una sfera quasi ridicola rispetto a quel contesto. Mi sono formato come cacciatore insieme a compagni di ventura integerrimi. Dove il massimo rispetto dei carnieri previsti dai calendari venatori era supportato da un’etica al limite della ferocia. La caccia (era) è un portare morte per mantenersi in vita. Predare per non soccombere, garantire sostentamento a se stessi e al proprio “branco”. Va da sé, almeno nei miei convincimenti, che la caccia è una cosa intima, riservata, poiché contempla la morte.

Pochi fronzoli, poche moine quando si parte la mattina presto. Il caffè meglio prenderlo a casa, perché al bar l’abbigliamento tradirebbe le intenzioni e susciterebbe le solite domande scontate. Dove vai? E con chi? Allora via, dal garage al bosco passando per il canile diventa quasi una liturgia scaramantica. Gli unici pensieri sono dove vado e quali cani prendo. Praticamente un carbonaro.

Ma l’avvento esponenziale delle tecnologie ci ha messo a disposizione una quantità innumerevole di scene di caccia, così tante da far cadere quasi tutti i veli, proiettando le avventure di molti nelle case di tutti. Frammenti di documenti, frammenti di ricordi, frammenti di stagioni, frammenti di passioni. Un collage infinito che ci svela e ci mostra azioni, luoghi, cani, padelle e circostanze. Ora che abbiamo tolto il coperchio alla pentola e abbiamo aperto il sipario, i racconti epici e “bugiardi”, narrati e ripetuti a voce, che, ogni volta che vengono rievocati, si gonfiano di nuovi particolari che a loro volta, mano a mano, si insediano nel racconto e lo modificano, lasciano il posto alle fotografie e alle riprese video che sempre più costantemente andranno a documentare le nostre stagioni venatorie.

Ma se togliamo al cacciatore il paradiso delle bugie, che cosa resterà? Chilometri di pellicola…

Insomma, la quantità infinita di immagini ormai fa da contorno alla caccia e rifinisce le avventure delle stagioni venatorie, supportate, oggi, dalle attrezzature che consentono l’individualizzazione del cane, come beeper e satellitari. Tanto che la preoccupazione maggiore per il “nuovo” cacciatore è quella di assicurarsi che tutte le batterie siano ben cariche, altrimenti non si caccia più.

Queste righe, lontane da voler parteggiare pro o contro l’avvento della tecnologia, vorrebbero provare a guardare questo fenomeno da tutti i punti di vista, così da essere di stimolo per alcune riflessioni e, a tal proposito, quasi a voler tirare una riga con la caccia prima dell’avvento della tecnologia stessa. Siamo passati dallo spago che tirava lo specchietto per le allodole ai richiami vocali in hit parade.

Quanto pagheremmo per avere i filmati dei nostri momenti migliori delle stagioni di caccia ormai andate. Momenti sedimentati nella nostra memoria e fonte costante di fuoco che alimenta la nostra passione. Immagini dei nostri cani e dei nostri compagni di caccia delle passate stagioni. Tanto più ci allontaniamo nel tempo, tanto più le stagioni di caccia “andate”, proprio come le foto e le riprese filmate, crescono di importanza. “Il girato”, termine che in gergo cinematografico sta a indicare le riprese effettuate, ha sapori diversi a seconda dei momenti in cui viene rivisto già al primo impatto, in una scala temporale che va dal bianco e nero all’alta risoluzione.

Ma la memoria va distinta e ben separata dall’ostentazione. Accumulare filmati a mo’ di ricordi è tutt’altra cosa che, in tempo reale attraverso i social network, pavoneggiarsi dei carnieri. L’uomo “duepuntozero” deve far sempre i conti con la sua radice più profonda, che è la stessa dell’Homo sapiens. Pensandoci bene, già i primissimi disegni dell’uomo nelle caverne raffiguravano scene di caccia. Questo è di per sé un grande indizio sul fatto che il cacciatore da sempre vuole documentare con ogni mezzo le proprie gesta venatorie. Cacciatori vanagloriosi fin dagli albori, si potrebbe dire.

Anche se munito di tecnologia, il cacciatore dovrà sempre riferirsi alla propria coscienza. Allora ben vengano le nuove tecnologie, ma insieme a loro una nuova etica. In questo caso sì che so perfettamente dove schierarmi e da che parte stare.

Etica e coscienza, imprescindibili in tutte le attività umane.

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3 Comments

  1. scaramuzza lucio

    non credo che i graffiti che rappresentavano la caccia fosse riferiti al cacciatore tale o tal altro, non credo ci fosse ostentazione , secondo me quei graffiti volevano raffigurare l’atto sicuramente più importante che l’uomo compiva allora.
    Forse all’epoca erano talmente pochi che non cerano neppure le guerre,ma la caccia rappresentava la vita, per lunghi secoli e millenni l’uomo è cresciuto grazie alla cacciar quindi ai cacciatori e se oggi siamo qui compresi animalisti e vegani é solo ed esclusivamente per la caccia e per i cacciatori di allora.
    Oggi purtroppo invece le cose sono cambiate e personalmente trovo di cattivo gusto e assolutamente da stupidi ostentare a ripetizione su F.B. immagini e numeri che altro non fanno che fare il gioco di quei quattro fanatici che sono gli animalisti

  2. Giancarlo Bravaccini

    sono completamente d’accordo con l’autore dell’articolo colgo l’occasione per lanciare un appello….
    Non pubblicate foto di carnieri !!!!!

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