CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

L’importanza dei segni durante la caccia di David Stocchi

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foto di david Stocchi

Il beccacciaio sia bipede che quadrupede non può trascurare alcune cose durante la caccia, soprattutto i segni di presenza lasciati inevitabilmente a terra dalla nostra preda.

Tempo fa scrissi che il beccacciaio uomo era forse l’ultimo baluardo del romanticismo.

Oggi penso anche che i beccacciai sia uomo che cane, siano gli ultimi custodi di una forma di caccia che trova molte similitudini con quella praticata dagli indiani d’America.

La prima di queste somiglianze è senza ombra di dubbio l’importanza che entrambi, indiani e beccacciai, davano e danno ai segni lasciati a terra dalle loro prede.

Segni che ci rivelano inevitabilmente la presenza più o meno temporanea dei selvatici sul luogo di battuta. Certo che tra una fatta di beccaccia ed una di bisonte c’è una grande differenza a livello dimensionale, ma rilevare la loro presenza insieme ad altre tracce o segni che dir si voglia, è servito e servirà a far capire ad entrambi i cacciatori dove e quando cercare la loro preda.

Tornando a noi, il beccacciaio uomo, aiutato dal beccacciaio cane nel rilevamento delle fatte di beccaccia, avrà sicuro beneficio anche nello scoprire nuove zone idonee, nuove rimesse per intenderci, perché, se oggi troviamo una fatta senza trovare la beccaccia, domani se siamo fortunati potremmo trovare entrambe fatta e beccaccia.

Il passare molte ore nel bosco, magari in solitaria, aiuta ad affinare tutti i sensi, ma soprattutto grazie alla maggiore concentrazione riesce a farci diventare più osservatori e oltre alle romantiche scene riusciremo a capire meglio i segni.

Spesso mi è capitato, come sono sicuro sia capitato a molti, di trovare delle fatte fresche che mi hanno fatto insistere sul quel determinato posto fino a far palesare l’ambita preda.

Nella stagione venatoria appena conclusa, ho avuto il privilegio di cacciare con un grandissimo cacciatore, grandissima persona e grandissimo amico, Giancarlo Bravaccini, con il quale ho condiviso oltre alle belle giornate trascorse insieme, anche molte osservazioni di questo genere, ricordo tra l’altro che lui scrisse un bellissimo articolo sull’importanza dei segni, e, siccome le cose belle non stancano mai, voglio riproporlo condividendolo integralmente con voi lettori, speranzoso ma anche abbastanza sicuro di far cosa gradita :

“Nella mia famiglia nessuno andava a caccia, per fortuna il bar gestito da mio padre era frequentato da molti cacciatori, quindi fin da bambino ascoltavo i racconti più o meno “infiocchettati” ai tavolini del bar sperando che qualcuno al mattino mi prendesse su con lui.

Il primo ad avere compassione fu “Sor Gildo”, direttore di banca in pensione; una zoppia lo aveva costretto a ripiegare per la caccia d’appostamento, ma era stato un gran cacciatore da penna, uno dei primi a possedere un cane da ferma di razza pura (setter).

Io gli portavo le gabbie dei richiami (avevo 7 anni) dalla macchina al capanno, in cambio lui mi faceva sparare con il “28” agli isolati mentre quando erano più di uno facevamo le coppiole (uno, due, bum); nell’attesa mi parlava di quando da giovane cacciava le starne con il suo cane.

Poi anche “il Fattorone” decise che potevo andare con lui alla lepre, quindi di fianco a questo omone speravo che a seguito della canizza comparisse l’orecchiona che il Fattorone invariabilmente padellava (era lontana, le cartucce bagnate, ecc.).

Anche questa esperienza non mi entusiasmò. Quello che sognavo era andare con la squadra dei pennaioli più importante del bar che era composta dai Pistocchi (Renato e Anselmo), Gianni da Stern (starna) e “la Menga”. Questi vantavano i cani migliori e cacciavano starne fino al 20 ottobre poi solo beccacce.

Quindi quando Renato una sera disse “Dmateina e toulen su sto bordel” (domattina prendiamo su questo bambino), io che nel frattempo avevo gia 10 anni, non stavo più nella pelle: passai la notte insonne a controllare la sveglia.

Dai 10 ai 16 anni, (cioè fino alla prima licenza) sono sempre andato a caccia con loro (credo di non avere mai lasciato una domenica o altri giorni liberi dalla scuola) e sapendo di essere “ospite” cercavo di assecondarli e di rendermi il più possibile utile. Il mio compito oltre a quello di “portatore”, era soprattutto fare “la posta” cioè marcare le rimesse sia delle starne (in quegli anni c’erano ancora le famose “macchiarole”) sia delle beccacce.

Si cacciava da buio a buio con una tranquilla determinazione come se fosse un piacevole lavoro.

Tutti gli insegnamenti e le esperienze di quegli anni di gavetta senza fucile li ho ancora ben presenti. Il tipo più carismatico del gruppo era “La Menga”, un omino che parlava poco però, anche a distanza di anni, penso che pochi come lui conoscessero le abitudini e il comportamento della beccaccia, quindi ascoltavo con interesse le poche cose che diceva. Ogni volta che vedeva una “fatta” di beccaccia chiamava il cane, lo faceva dettagliare sull’emanazione imitando con la voce quella sorta di sniffare: “tuf…tuf…tutuf…”.

Secondo lui il cane doveva dettagliare la pastura così poteva capire dove la beccaccia aveva sostato anche se poi non c’era più, anche se era del giorno prima, per lui era un segno importante.

Ecco perché rimasi sconcertato alcuni anni dopo quando, le prime volte che seguivo gli allenamenti dei dresseur professionisti, vedevo che appena il cane rallentava per un accertamento, con il perentorio “Via, via, via” li rimettevano sul lacet, evidentemente per loro il segno non era importante.

E ancora: alcuni anni dopo, quando già facevo cucciolate, ebbi l’onore di dare un cucciolo a “Gianni da Stern” e chiedendo informazioni su come era diventato, mi disse in dialetto: “Bravissum, ma l’ ha un difet: un met mai el nas per terra” (Bravissimo ma ha un difetto: non mette mai il naso per terra).

Anche per lui certi segni erano importanti. “La Menga” non ha mai avuto grandi cani, forse perché era più cane lui dei suoi cani e quindi in qualche modo li offuscava e questi non riuscivano ad emergere.

“Gianni da Stern” invece aveva avuto la fortuna di avere Tom un setter fortissimo che ha condizionato la mia idea di come doveva essere un cane già da quegli anni: era un fondista eccezionale, con una cerca ampissima, al limite dell’autonomia, quindi bisognava solo seguirlo, la cosa in cui eccelleva erano le rimesse delle beccacce. Mi ricordo ancora che io dal campo di fronte al bosco marcavo il punto della rimessa e non facevo in tempo a comunicarlo a Gianni urlando, che Tom era già fermo di nuovo come se avesse capito le mie indicazioni. Era di un’“intelligenza collaborativa” fuori dalla norma, l’ho visto con i miei occhi che, quando fermo nella beccaccia da lungo tempo e non individuato (non c’era il beep) abbandonava la ferma e tornava a “chiamare” Gianni per poi ricondurlo dove aveva lasciato la beccaccia stessa.

Altra sua caratteristica peculiare era quella di fare il famoso “orto”, cioè l’aggiramento del selvatico: abbandonava la ferma e accostava la beccaccia dalla parte opposta del cacciatore, in modo da buttargliela contro; questa pratica, anche se in prova cinofila provoca l’eliminazione, nella caccia cacciata, soprattutto nel bosco, permette di sparare con maggior facilità. I fratelli Pistocchi (Anselmo e Renato) erano i più cinofili della compagnia, è da loro che ho imparato maggiormente il rapporto e l’addestramento del cane. Questo lungo imprinting cacciatoresco (ho continuato a cacciare con loro fino a 22 anni) mi ha condizionato, in senso positivo a tutt’ oggi, infatti nelle diatribe tra cinofili e cacciatori pendo sempre dalla parte dei cacciatori e dunque anche per me i segni sono importanti.

Infatti il cane che non trascura i segni nella caccia alla beccaccia è utilissimo, è chiaro che  tra il “tuff…tuff…tutuff…” di “La Menga” e il “via via via” dei dresseur ci deve essere una via di mezzo: io apprezzo il cane che in modo, diciamo elegante, mi fa capire dove è stata la beccaccia anche se in quel momento o quel giorno non c’è più (prima o poi ci tornerà) quindi tutti quegli accertamenti che mi permettono di avere informazioni sui movimenti della regina, non solo sono ben accetti ma indispensabili per avere quelle sensazioni di “avere tutto sotto controllo” (o quasi). 

Non sempre la beccaccia si palesa, spesso cacciamo dei fantasmi, quindi se le nostre supposizioni cervellotiche sui suoi spostamenti sono avvallate dal naso del nostro cane, la convinzione di seguire la strategia giusta aumenta; ed è grande la soddisfazione quando il frullo conferma tutto quello che avevamo supposto.

Tutte queste considerazioni, un cacciatore che ha passato molte ore nel bosco con il proprio cane, le capisce al volo, mentre un cinofilo che si limita a cacciare non più di mezz’ora (altrimenti il cane prende dei difetti) torce il naso al primo accertamento perché “il portamento della testa deve essere al di sopra della linea dorsale, la ferma (in stile) deve essere preceduta dalla filata a testa alta, la guidata non deve mai perdere la tensione ecc…”cosa volete che dica, se ha un cane così….. BEATO LUI.”

Cos’altro aggiungere, sicuramente che sono d’accordo e condivido tutto quello che dice Giancarlo compreso e soprattutto il “BEATO LUI” finale.

Certo che l’obiettivo è quello di migliorare sempre ed è ovvio che tutti vorremmo avere cani belli morfologicamente, bravi venatoriamente e stilisticamente perfetti, ma questo non è possibile ed in mancanza della perfezione anche io pendo sempre dalla parte del cacciatore quando si entra in diatribe cinofile, perché per cacciare le beccacce ci vuole il “Cane da beccacce” e questo a prescindere dalla razza di appartenenza sarà un soggetto che grazie alle sue doti e alla grande esperienza maturata dopo ore ed ore trascorse nel bosco inizierà a dare molta importanza ai segni per la felicità del vero beccacciaio, spesso a discapito della tipicità di razza, ma a me sta bene così.

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5 Comments

  1. Alessio

    Bell’articolo. Complimenti

  2. Si vede subito chi ha vissuto la caccia vera di un selvatico meraviglioso come la beccaccia ..

  3. Giuseppe

    Bell’ articolo, rivivo emozioni che solo chi le ha provate può capire! Complimenti.

  4. lorenzo

    verissimo tutto quanto, quando hai avuto figli di campioni da gara per andare a caccia t rendi conto che per andare a caccia sono spesso dei mezzi cani. io sono cacciatore vero, e non ho nulla contro i garisti ma la selezione crea cani meno intelligenti e meno legati al padrone. assomiglia al cambiamento dei moderni calciatori di serie A.

  5. Matteo

    Articolo meraviglioso. Solo chi fa questo tipo di caccia può capire tali emozioni, come che è un orto o il tuff tuff
    Grazie ancora……..

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