Morte accidentale di una beccaccia (3)

Quell’anno accaddero due cose memorabili, una di seguito all’altra. La prima è che si andò al cimitero il giorno dei morti, e la neve copriva la terra e le tombe e le lapidi e le croci di ferro e i crisantemi gialli e bianchi; ma non una spolverata, un palmo abbondante di neve. Poi la sera cominciò a piovere, e al mattino cimitero e tetti e colline era tutto lavato e nuovo e lucente, e io mi dissi: «se fosse già arrivata la beccaccia? Certo ci sarà da bagnarsi fino all’osso, con le fronde inzuppate come sono», ma il sole più saliva e più scaldava.

Guardai negli occhi i cani, ridevano di voglia; io dico, «andiamo»; e così successe la seconda cosa memorabile di quell’anno. Ma per rendersi conto appieno dell’eccezionalità di questo secondo evento, devo dire che dalle mie parti la beccaccia è sì la Regina, come dappertutto, ma una regina preziosamente rara, se ne vedono due tre all’anno, che le si uccida o no, e non c’è da stupirsi se passa una sfilza di stagioni senza incontrarne una. A questo punto è quasi inevitabile concludere che la seconda cosa memorabile di quell’anno sia stata una beccaccia. Solo parzialmente è vero. La beccaccia c’è stata, ma da sola non sarebbe bastata. Devo aver ucciso delle beccacce di cui non è rimasta traccia nella mia memoria, e forse ho il ricordo di beccacce uccise che ho solo sognato. In realtà, la seconda cosa memorabile di quell’anno è l’insieme di circostanze per le quali uccisi una beccaccia. Fidarsi di un gatto o della propria memoria è la stessa cosa. La memoria fa degli scherzi, sappiamo. In ogni modo la mia memoria per quel particolare giorno mi riporta a due cani, un bracco e un setter. A quel tempo il bracco Flic aveva passato i dieci anni ed era diventato un po’ duro d’orecchio; possedeva naturalmente una ferma sicura e solida, la ferma di consenso l’aveva acquisita, il tenere il collegamento col cacciatore presumo, forse non arbitrariamente, che per lui significasse che avrebbe mangiato gli avanzi della selvaggina che lui stesso avesse stanato e io abbattuto; perciò era dal punto di vista del cacciatore il più perfetto cane da carniere.

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Il secondo cane di quel giorno memorabile era una femmina, bianca, setter, giovane, forse due anni, non mi ricordo se brava o no; certo aveva la ferma di consenso, talvolta anche per conto proprio, ma non mi ricordo molto di lei, a dir la verità neanche il nome, né la sua lingua sul dorso della mia mano, né il pelo del suo collo sotto le mie dita; e son quasi sicuro che se in quel particolare giorno non ci fosse stata anche lei, chissà da quanto tempo sarebbe già dileguata dalla mia scialba memoria. Il terzo elemento di quello straordinario avvenimento, oltre ai due cani, sono stato io; ma di me, per la comprensione del racconto, non occorre dire nulla se non questo, che vado a caccia obbligato da una forza sorella a quella che spingeva Dostoevskij al tavolo di gioco. Una parola sulla scena di quell’avvenimento: una collina di castagni cedui e querce, erica a quella stagione fiorita, una vigna ogni tanto, un tratto di acacie e di rovi, e sparse a caso, come fazzoletti ad asciugare su un prato, distese di felci. È tutto qui. Io, due cani, un sole caldo su una collina il mattino del 3 novembre di un anno irrecuperabile.

I miracoli, che di rado accadono se no non sarebbero miracoli, quando accadono sono semplici. D’altronde, e certo colpevolmente, siamo tutti d’accordo a dire che il tempo è irrecuperabile. A me, però, non importa della debolezza e rassegnazione altrui. Io tento di pensare che il tempo è già recuperato, in quanto ce l’ho ancora dentro di me; anzi, sono certo che esiste solo nel mio recupero, perché di per sé non è mai esistito: in realtà sono io che, ricordando, lo creo. Non ricordo se quel mattino avessimo, i due cani ed io, già incontrato selvaggina, se io avessi sparato, se avessi ucciso; del resto non ha importanza. Per quel che ricordo, la cosa si manifestò in questo modo. A metà collina, quasi pianeggiante, uno spiazzo sgombro di alberi, qualche cespuglio, poche felci, ciuffi di erica, a tratti muschio; la cagna bianca arriva sparata come il suo solito, scorge fermo tra le felci Flic, si blocca nel consenso. Flic, sempre fermo, gira lentamente la testa, vede la cagna, si irrigidisce nella ferma; io sbuco dal folto in quella specie di radura e il cuore mi salta in gola: tutti e due i cani in ferma. Con infinita cautela sposto un ramo di castagno che m’impedisce, e quello mi rovescia tra la nuca e il collo tutta l’acqua della pioggia della notte; lascio che anche l’ultima goccia mi scenda lentamente giù per la schiena fino ai pantaloni senza che le mie mani modifichino anche solo per un istante la presa sull’arma. Fulmineamente, tutte le ipotesi. Se si tratta di starne, mi pare di trovarmi piazzato nel modo più favorevole, possono sfrullare e casi o così o cosi, spero non tutto a sinistra, se no vengo a trovarmi in controluce; potrei forse guadagnare qualche passo da quella parte; già, e se poi è la lepre, dove può essere intanata se è in quel ciuffo d’erica, quella verso i cani non va di sicuro, e se è accucciata con la testa dalla mia parte, è capace che mi viene tra le gambe; magari le do un calcio, già, ma dietro di me comincia il folto e quella è capace che mi frega.

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Ma no, son tutti arzigogoli inutili, e lo sai che non è la lepre e che non sono le starne, lo fai apposta a pensare ad altro perché non vuoi dirti quello che è; e lo sai che anche i cani lo sanno, non per niente senti le loro pulsazioni apoplettiche che rimbombano nella vena del tuo collo, lo sai benissimo, ma non te lo vuoi dire per scaramanzia, figurarsi che ridicolaggine e ormai è troppo tardi, nessuna scaramanzia può più disfare ciò che è fatto: perché quella che è li sotto la ferma dei cani è la beccaccia. Io ero all’interno di me stesso, nel tumulto del mio sangue; ma anche lontanissimo e come già morto molti secoli prima – tempo e spazio ridotti ad astrazione – e di là contemplavo con indifferenza me stesso, i due cani, l’invisibile beccaccia, il bosco, in una placata immobilità: placata e definitiva. Una nuvola passò davanti al sole, e l’ombra corse lentamente sulla radura coprendo, prima gli alberi di destra, poi la cagna bianca, poi Flic, e me per ultimo. Non pensai che non avevo più il controluce a disturbarmi, ma mi stupii che l’immobilità non fosse incrinata per quel cambiamento. Non so quanto durò l’ombra; a un certo punto fini cancellata da un tappeto di luce che si era srotolato sulla radura, e anche questo, misteriosamente, senza turbare l’immobilità del tutto. Pensavo: «ecco, basta che cessi il tumulto dentro di noi, se non fosse così difficile basterebbe morire, e subito, pianamente, diventeremmo anche noi bosco, la cagna una ruga di terriccio e foglie, Flic un cespuglio forse, e io, credo, un ginepro, la mia mano vegetale sulle canne del fucile ricoperto di corteccia sottile, sfogliata, come corteccia di betulla». Ma il suono, il rumore? nulla, possibile? un riccio maturo che cade dal castagno, una foglia che si stacca dal ramo e volteggiando si posa sul muschio o, meno ancora, il ronzio di una vespa attorno a un garofano selvatico, oppure, meno di tutto, quella nuvola bianca sfrangiata che veleggiava alta di fronte al sole, e che certo a quest’ora non ci sarà già più, dissolta nel tenero azzurro del cielo, è impensabile che non producesse suono, sottile finché si vuole; qualche suono, con la tensione di tutto l’essere che avevamo, i cani ed io avremmo dovuto percepirlo, e anche ricordarlo, i cani ed io, per sempre. Invece gli altoparlanti dell’universo, chiusi. Di colpo si aprirono: udii un frullo metallico in alto e una beccaccia sull’ala da chissà dove mi sfrecciava incontro. I miei nervi spararono. La tensione li avrebbe fatti sparare anche alla colomba dello Spirito Santo. La beccaccia piombò giù, con un tonfo. E tutto, intorno alla sua morte, rinacque alla vita, in un’orgia di rumori e di moti, mentre i cani freneticamente cercavano ciascuno la preda puntata dall’altro. In realtà la preda non l’avevano mai individuata. L’ho detto, i miracoli sono semplici. Forse avrei dovuto dire banali. Presumo che Flic si fosse fermato per accertarsi dove io fossi; la cagna l’aveva visto immobile e, credendolo in ferma, si era a sua volta puntata. Così fece Flic a sua volta, quando si accorse che lei era in ferma. Io quasi non c’entro, ho subito una situazione obbligata. Vedendo i due cani in ferma, non potevo che fare ciò che ho fatto: votare me stesso e i cani e il bosco e il tempo alla definitiva immobile perpetua infinità. Solo la Regina, la beccaccia, poteva salvarci.