CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

I PRIMI MESI — QUANDO INIZIARE IL VERO ADDESTRAMENTO di Giancarlo Mancini

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Trattando sull’allevamento del cucciolo, già molto è stato detto di quello che deve essere il primo addestramento, anche se questa parola è ancora troppo impegnativa per un piccolo essere, venuto alla luce da poche settimane. Non si può certo parlare di addestramento relativo alla selvaggina ed alla caccia, ma ci sono alcuni punti che riguardano l’educazione, che poi si ripercuoterà su tutto il suo comportamento, che possono essere intrapresi già a due o tre mesi. Un cucciolo di questa età, se ben nutrito, sano, proveniente da genealogie accertate ed esimie, da genitori esercitati sul terreno, ha già le facoltà di apprendere molte cose, come ad esempio di accorrere alla chiamata, di comprendere il suo nome e distinguerlo fra quello degli altri fratelli di cucciolata, ed anche fra gli altri inquilini del canile. Tutti i giorni il cucciolo dovrà essere chiamato ed in modo inequivocabile, affinché capisca che la voce è rivolta proprio a lui e non ad altri, premiandolo con qualche bocconcino prelibato quando accorre sollecito, soprattutto modificando la voce a seconda delle circostanze, perché capisca dai vari toni quello che si vuole da lui. E da questo momento che, seppur con una certa precauzione, bisogna mettere in atto quel sistema d’addestramento che per primo mi confidò il compianto Deho’: quello della mano di ferro in guanto di velluto.

Già da questo periodo si cerchi di osservare il carattere del cucciolo che ogni giorno si evidenzia sempre di più, tanto che, sui quattro-cinque mesi, già potrete dire con esattezza se è franco, timido, remissivo, audace, pauroso in certi casi, aggressivo con i suoi simili ecc. L’addestramento del cane e del setter inglese in particolare deve partire dallo studio del suo carattere. Poiché oggi l’allevamento di questa pur magnifica razza risente di qualche problema, probabilmente dovuto all’eccessiva consanguineità, soprattutto nel carattere, io propongo risolutamente di scartare tutti quei soggetti che non abbiano una personalità priva di tare sia fisiche e soprattutto psichiche. Inutile perder tempo con cuccioloni che dimostrano problemi e che anche una continua scuola basata soprattutto sulla pazienza potrebbe far eliminare, inutile faticare con soggetti paurosi di tutto, che scappano per una porta sbattuta troppo forte rifiutando anche di mangiare, che abbaiano e fuggono se scorgono una persona con vesti particolari, con oggetti in mano (ombrelli, attrezzi di lavoro ecc.), che mancano di qualsiasi impegno se portati in campagna pur al cospetto di uccelli, farfalle, lucertole, senza interessarsi al loro volo, al loro fruscio, ma ritirandosi invece spauriti verso la macchina o saltando addosso all’allevatore. Scartare poi quei soggetti tarati fisicamente (eccessivo rachitismo, displasia, nanismo, gigantismo ecc.) è veramente doveroso da parte di chi ha in cura le sorti della razza. All’inizio, verso i cinque-sei mesi, od anche a sette-otto, il cucciolone potrebbe dare sfuggevolmente qualche segno di timore per rumori troppo forti o per cose mai viste, ma l’occhio dell’allevatore deve essere in grado di scoprire se il difetto è dovuto all’inesperienza e all’età, oppure a tare congenite. Così per lo sparo; il cucciolone non sempre accetterà quel colpo violento che infastidisce anche patologicamente i suoi timpani, ma se ha carattere franco, se ama correre nei campi, se la selvaggina che s’è involata lo fa impazzire per un istinto che è nato con lui, che è insito nella sua razza, allora quello è il puledro da tener in considerazione. Ho visto molto spesso fare miracoli, anche con soggetti tarati, ma io personalmente non ho tanta volontà. È più facile, mi si dirà, perder tempo con soggetti dotati, ben costruiti, ben allevati; e più logico, rispondo io! Purtroppo in considerazione che i cani costano cari, che uno si affeziona e che la speranza non abbandona mai, almeno sino all’anno di età, periodo nel quale il setter è ormai entrato a far parte della vostra famiglia, che un cane da caccia, o si porta nei campi o non serve ad altro (si dice che in Cina riescono a mangiare anche i cani ) quasi nessuno però, che non abbia un cuore come Cesare Borgia, riesce a sopprimere quell’animale sul quale ha riposto sempre tante speranze e che ha pagato, sovente, a suon di biglietti da centomila. Per un allevatore, scartare dovrebbe significare sopprimere, ma non è mai così. Le cliniche veterinarie sono sempre più impegnate a salvare animali che non valgono nemmeno le medicine che ingeriscono, piuttosto che cani Campioni. Quando un cane di ottima genealogia non riesce quale buon ausiliare, si trova sempre la soluzione: se è una femmina si trasforma in fattrice, se è un maschio, in stallone, sperando nei miracoli della genetica, che qualche volta è veramente una Fata. Torniamo al nostro cucciolone che ormai, dopo queste chiacchiere, ha raggiunto i dieci mesi d’età. Se lo avrete condotto spesso in campagna, soprattutto nelle grandi pianure per favorirlo a svolgere il galoppo veloce, magari rincorrendo le rondini o le allodole, allora, se siete riusciti nell’intento, potrete affermare di aver già raggiunto un buon risultato. Un puledro che scorrazzando per un prato non raccoglie l’invito di un uccelletto che vola rasente l’erba per rincorrerlo freneticamente, non è una promessa; quello che impazzisce e non guarda ad ostacoli, cade, si rialza, riparte più velocemente quello è la promessa! Io sono decisamente della scuola di Puttini: lasciate libero il puledro sino all’anno d’età, fate sorgere in lui tanta, ma tanta passione, e poi iniziate il vero addestramento. E durante questo periodo ogni altra forma d’educazione va abbandonata? No! Mai. Non dovrete trovarvi ad un anno d’età del setter, con una macchina sfrenata ed indipendente, buona sola a rincorrer rondini! Non va praticata, sino a quell’età, quella forma di educazione repressiva che frena il puledro ancora immaturo, ma va seguita quella educazione che serve sempre nella vita d’un cane; in caccia, in casa, in canile, a passeggio, senza esagerare nell’infastidirlo, ma sempre impegnati a farvi capire e ubbidire.

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Niente punizioni se rincorre al frullo, ma fermarlo se insegue le galline del colono e quindi rischia di sterminare il pollaio; questo è necessario. Il cane comunque, più starà vicino al padrone e più diverrà docile ai suoi comandi e, se qualche volta riuscirà a farla franca, entrare in casa accoccolarsi ai piedi di qualche familiare e sentire la calda carezza della sua mano, plasmerà sempre più il suo carattere e tante fobie si smorzeranno come fiamma al vento. Ho visto guarire con questo sistema tanti cani scontrosi (non dico paurosi) che, se fossero restati più a lungo tra le sbarre del canile, avrebbero finito probabilmente per abbaiare la notte alla luna e non per ricercare sui poggi l’ultima brigata di starne. L’allevatore si dedichi lui stesso al cucciolone; pulisca il box, lo curi, gli porti la scodella con la zuppa, gli rivolga spesso la parola. Non mandi gli altri e non si ricordi di lui solo quando intende portarlo in campagna pretendendo, oltre tutto, chissà che cosa! Una volta era molto più facile iniziare un puledro alla caccia, per l’abbondanza di selvaggina vera, ed era difficile che il giovane non rispondesse alla chiamata del suo istinto, per quella molla che scatta improvvisa ad una certa età, che altrimenti rischia di arrugginire e non muoversi più.

Il vero addestramento va iniziato, per il setter inglese, piuttosto tardi, intorno ai 12 mesi sia perché per evidenziare l’eventuale stile di galoppo ha bisogno di non essere trattenuto con un addestramento demoralizzante e sia perché è meglio lavorare su un masso grezzo, ma consistente, che su una pietruzza insignificante. Ho avuto conferma che le femmine sono più precoci; ne ho avute alcune che già a sette o ad otto mesi si comportavano bene in caccia. Io cerco sempre di avere il cucciolone pronto per il mese avanti all’apertura della caccia, periodo magico, quando c’è ancora diversa selvaggina, poco smaliziata, senza remore del fucile, in terreni ampi, tempo magnifico non più eccessivamente caldo. Ebbi un tempo ormai piuttosto lontano, una setterina quasi tutta bianca, nipote del famoso Kim 6°, che, a soli sette mesi d’età, dopo poche uscite agostane, ai margini d’una riserva dove i fagiani e le starne erano fitte come le mosche, presso una concimaia di contadini, divenne un’insuperabile cacciatrice, tanto che all’apertura mi fece uccidere diversi capi, con ammirazione degli amici che avevano cani anziani e di celebrata bravura. I primi giorni andavo con la mia sconquassata seicento lungo i bordi della riserva e ad ogni brigatella di fagiani che mi traversavano la strada, scendevo la setterina che fermava ai margini della via. Un giorno s’imbatté in una famiglia di starne e le trattò come se le avesse cacciate da sempre. Finita la caccia e messala in addestramento per le Prove, ne vinse alcune e si fece un nome, pur nel ristretto ambito regionale. Potrei citare tanti casi, di soggetti precoci e di altri tardivi, di setters venuti fuori dopo un solo incontro e di altri che non vollero saperne di rendersi utili. Posso però affermare che tutti quelli che da dieci mesi all’anno di età videro molta selvaggina, divennero insuperabili cacciatori. Oggi purtroppo, scomparse le grandi riserve private, comprese tutte le altre cause che bloccano il proliferare della selvagina, è molto difficile portare in campagna il puledro e metterlo dietro l’usta di fagiani o starne, quaglie «vere» o coturnici. Il cucciolone per maturarsi in fretta deve incontrare sovente durante la giornata, in modo che l’impressione che riceve dall’incontro non sia fuggevole e si rafforzi in lui, finché rimanga impressa e duratura. Incontrare un giorno un capo di selvaggina e poi per una settimana non avere più l’occasione, non produce nel suo intimo quella scossa fatidica che potenzia l’innata passione e sveglia le facoltà venatorie. Nell’impossibile quindi di avere selvaggina vera a portata di mano, bisogna provvedere con quella liberata, che pur non producendo quella scossa cui poco sopra ho accennato, dà tuttavia inizio ad una maturazione che evidenzia le doti del giovane setter che, se sono in grado notevole, possono scatenarsi nello stesso modo. Ma poiché cento starne vere potenziano l’avidità del cane e dieci quaglie di voliera potrebbero affievolirla, bisogna far in modo che il «giochetto» sia più veritiero possibile. Non tratto però in questo capitolo l’addestramento del setter inglese su selvaggina liberata, cosa che sarà fatta a suo tempo, per cui il lettore non troverà ancora tutti gli accorgimenti relativi a questo addestramento. Se non ho modo di far incontrare il cucciolone (periodo difficile ecc.) allora provvedo ad acquistare qualche quaglia di voliera, in un allevamento (e ce ne sono tanti) che producono volatili di primo incrocio (maschio selvatico, femmina domestica) e li tengono in ampie voliere dove si esercitano al volo e prendono forza. Tali quaglie sono ottime per osservare le prime reazioni del puledro. Scelgo un campo molto ampio, con terreno di pianura, senza intralci o ostacoli, dove vi sia l’erba in altezza tale da coprire appena la quaglia la quale possa involarsi rapidamente, appena il cane s’avvicina troppo. Ne metto due o tre senza che il cucciolone osservi le mie manovre, poi aspetto un certo lasso di tempo e quindi vado a scioglierlo abbastanza lontano dalle quaglie, facendo finta di nulla, tanto ancora non ho in mente di reprimere in alcun modo l’allievo e nemmeno intendo uccidere le quaglie. Faccio attenzione però che abbia sempre il vento davanti, altrimenti non potrò dare una esatta valutazione al suo lavoro. Quando il setter giungerà vicino alle quaglie, potrà comportarsi in più modi: avvertire, incalzare ed inseguire; avvertire, compiere una breve ferma e poi mettere in volo ed inseguire, fermare, accostare, fermare e rimanere immobile sino all’avvicinarsi del conduttore il quale dovrà alzare egli stesso la quaglia e poi lasciare star l’allievo se rincorre. difficile che il cucciolone, in questi primi approcci, rifiuti la quaglia; questo potrà avvenire dopo le prime punizioni; ma se lo facesse o è avversione innata per gli uccelli d’allevamento o è tara di carattere così forte che il cane va scartato assolutamente. Il primo giorno, due o tre incontri possono bastare, nei giorni seguenti basta un solo incontro, sempre però in condizioni di calma, in grandi estensioni di terreno e di sicura tranquillità.

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Bisogna notare però le reazioni del puledro ed interrompere immediatamente appena si dimostri in lui una certa noia, appena il lavoro perde lo smalto iniziale, pur se continuerà a lavorare con lena, dimostrando le solite buone doti. Conosco alcuni dresseurs che con acume italiano hanno escogitato un sistema che evidenzia l’ingegno latino: l’addestramento del cane con i piccioni viaggiatori. Si prendono uno o due piccioni, adulti, presso la piccionaia, (l’addestramento presuppone l’esistenza di questa) e poi si vanno ad immettere, addormentandoli un pò come si faceva con le quaglie di cattura o semplicemente mettendo loro la testa sotto l’ala, in un grande prato. Il cucciolone li ferma benissimo e con ardore, il piccione frulla leggero e da lontano; tornando sicuramente in piccionaia è pronto per l’addestramento del giorno dopo. Al posto di queste due esche si possono adoperare starne, fagiani o pernici di voliera, colini che oggi costano poco più delle quaglie, coturnici cuckar, ma per i primi incontri è meglio una buona quaglia che dia garanzie di volo. Iniziare subito il vero addestramento su selvaggina naturale e soprattutto sulla starna, avendone la possibilità, sarebbe il miglior sistema per poter scatenare tutte le doti del cane ed in modo duraturo, anche se vi sono diversi autori i quali affermano che un breve periodo sulla quaglia liberata sia utile per tutti i cani, e segnatamente per quelli che sono destinati alle Prove di lavoro. Questo per aver la possibilità, nel modo più semplice, di dare l’avvio all’addestramento del cane. Solo il setter, se potesse farlo, potrebbe dirci chi è nel giusto. Per i soggetti molto difficili e dal temperamento eccessivamente focoso, un breve preludio sulle quaglie liberate è quasi necessario; per tutti quelli, invece, che hanno le normali doti del cane da caccia e non dimostrano eccessiva avidità, allora potrebbe anche essere deleterio. ( Tratto da Allevare addestrare e condurre il setter inglese di Giancarlo Mancini Editoriale Olimpia)

 

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4 Comments

  1. massimiliano

    Bellissimo!!!
    Sapete dove posso trovare il libro? Anche usato?

    • massimiliano

      stupendo vorrei avere una copia del libro o anche fotocopie ovviamente pagando.

  2. ANTÓNIO MANUEL MOREIRA DURÃO

    Buon testo Mi piace

  3. Vincenzo

    Bravissimo e complimenti nella spiegazione vorrei sapere come e dove acquistare il libro di Giancarlo Mancini grazie

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