CACCIATORI DI MONTAGNA, DI BECCACCE E BECCACCINI

Il più felice non è assolutamente chi ammazza di più ne tantomeno chi trova di più e neanche chi ha i cani migliori, il più felice è semplicemente colui che trae il maggior godimento e divertimento nel trascorrere il tempo nel bosco o in montagna dietro la coda del proprio cane inseguendo le prede desiderate…….."magari in solitaria nel più alto rispetto di chi e di cosa lo circonda"

“QUANDO LA PROSPETTIVA E’ TUTTO!” di Stefano Franceschetti www.StefanoFranceschetti.com

670_0_4838096_228714Cari amici della fotografia, chi di voi ha seguito le pagine di questa mia rubrica, si sarà accorto di quanto ho insistito e quanto mi è stata a cuore fino ad oggi, la posizione del fotografo e del suo obiettivo rispetto ai soggetti che riprende o perlomeno che cerca di riprendere. Quando abbiamo esaminato le classiche fotografie degli animali abbattuti a caccia, ma anche quelle dei cani in azione, quelle dei selvatici nel loro ambiente naturale, di profilo sulle creste delle montagne, nella coltre innevata e soprattutto quelle scattate dalle altane da caccia, ci siamo sempre sforzati di capire e distinguere al meglio ciò che rende davvero diversa ed accattivante un’immagine e quello che può differenziare nettamente una foto banale da una “bella” e suggestiva fotografia, degna di questo nome.

Secondo il mio punto di vista, appunto, altro non è, in una sola parola che la giusta prospettiva!
A questa immancabile costante andranno ovviamente e possibilmente aggiunte, con buona dose di fortuna, capacità e pazienza (se parliamo di fotografia naturalistica e di animali liberi), tutta una serie di variabili: un soggetto interessante o particolare, una buona illuminazione dello stesso, e, per poter ottenere anche risultati accettabili in termini di nitidezza, fondamentale sarà pure una breve distanza “di tiro”.

Lo studio attento dell’inquadratura e dello sfondo, a guardarci bene, è più o meno vecchio quanto il mondo e quanto le arti figurative in generale! Non dimentichiamo, infatti, che già dall’antichità i pittori di qualsiasi epoca davano tantissima importanza all’esatta suddivisione degli spazi della tela, con tutta una serie di formule e di regole (ferree in determinate epoche e scuole), che a lavoro finito, avrebbero permesso una visione molto più armonica, equilibrata e quindi piacevole dell’opera d’arte per l’osservatore.

Il nostro occhio infatti, è dimostrato scientificamente che, inconsciamente e guidato dal cervello, va sempre alla ricerca del dato “emozionale”, e così, quando si “scontra” con un’immagine in due dimensioni anziché tre, che essa sia su una tela, su una parete o, come spesso accade oggi, sul monitor di un computer, compie tutta una serie di rapide operazioni in sequenza, andando automaticamente ad inseguire – senza che nemmeno ce ne accorgiamo – qualcosa di non scritto (spazi, fughe, zone a fuoco) che si tradurrà inevitabilmente in un’immediata sensazione positiva o negativa, e così anche in un’emozione di un tipo piuttosto che dell’altro.

Per questo motivo, parlando di fotografia di animali, personalmente cerco di stare molto attento a priori alla prospettiva (la chiamo appunto la “Pre-produzione”), e consiglio sempre a chi mi chiede spunti, di stare il più possibile adagiato al livello del suolo per poter porre l’animale selvatico, prevedendone l’ipotetico punto di passaggio, su un piano rialzato rispetto alla lente del teleobiettivo, facendolo apparire fiero e dominante nella scena e non schiacciato, goffo o intimidito.

Faccio un esempio sperando di chiarire questo aspetto fondamentale. Prendiamo lo stesso soggetto alla stessa distanza: un bel gallo cedrone intento nel canto primaverile. Ora immaginiamolo ripreso da un palco sospeso a dieci metri su una pianta… E proviamo, invece a immaginarci lo stesso identico uccello, nello stesso identico punto, sempre a dieci metri ma, questa volta fotografato raso terra. Nel primo caso lo sfondo sarà un campo piatto dove soggetto e ambientazione si fondono insieme in una poltiglia verdognola (tutta a fuoco) di difficile decifrazione per l’occhio e che quindi non regalerà nessuno stimolo positivo; nel secondo caso, invece, vedremo perfettamente il piumaggio nero stagliarsi sullo sfondo in tutta la sua bellezza, uno sfocato morbido e progressivo, favorito dal vuoto che si crea sul secondo piano dell’immagine, dove quindi l’urogallo la farà nettamente da padrone della scena, attirando tutti i sensi su di sé… L’occhio cascherà lì e solamente lì, inevitabilmente catalizzato sui rossi e sui verdi magnifici e cangianti… Aspetteremo quasi immobili anche noi di sentirne il canto, di scorgerne un movimento improvviso o il fragoroso decollo tra i mirtilli, magari ricordando con nostalgia una bella cacciata, un amico scomparso o un cane fenomenale. Questo è l’effetto che dovrebbe fare una fotografia con la effe maiuscola! Ecco che il cuore in questo caso batte forte, la mente spazia ed è lì che l’immagine, seppure statica, raggiunge la sua massima espressione: regalare un’emozione a chi non era presente, ma la riceve, la sente, la percepisce solamente guardandola. La vera espressione di un’istantanea, la massima aspirazione per chi la scatta, condividere uno stato d’animo in un clik, fermare il tempo e rigenerarlo per magia ad ogni visione successiva. A mio avviso, l’unica vera macchina del tempo! Pensate, tutto questo risultato per soli dieci metri diversi di prospettiva. E’ possibile?
Sì è possibile, ve lo garantisco.
Ma a dire il vero ne bastano molti meno anche due, anche uno solo. Provate per gioco a fotografare il vostro bambino o il vostro cane, anche semplicemente con il telefonino. Fate un primo scatto dall’alto (sopra la testa), poi uno dritto sulla linea degli occhi e infine ne fate uno da una posizione che sia circa a metà della loro altezza corporea. Vi renderete conto, senza nemmeno considerare più le prime due, che la terza foto vince dieci a zero, nonostante il soggetto e la distanza siano esattamente gli stessi!

Con gli uccelli a pelo d’acqua, questo discorso diventa ancora più importante. Spesso, infatti, le osservazioni di avifauna si riescono a fare per ovvi motivi logistici (ad esempio nelle paludi con canneti) o per arrecare minor disturbo possibile alle specie, da alte torrette attrezzate. Le osservazioni da queste posizioni sono sicuramente ottimali, ma le foto come vengono? Pessime! Acqua, acqua e acqua dalla linea superiore all’inferiore del fotogramma, con una “paperella” che ci si perde al centro, un po’ come il nostro cedrone di prima preso dall’alto al basso, trasformato in un nero tappetino. Un disastro…

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1 Comment

  1. scaramuzza lucio

    se non la dimentico porto sempre con me la macchina fotografica ,oggi ci sono delle ottime macchine professionali ,molto piccole e quindi facilmente portabili senza compromettere l’uso dell’arma al momento giusto . Avere le foto di una bella giornata di caccia é importante come il ricordo della bella cattura ,e nel tempo forse anche di più. Imparare affare le belle foto non è facile ,ma certi trucchi se svelati (come in questo articolo)aiutano tantissimo

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