Mascia

Foto di Alessio Mascia

Per “ferma utile” intendo la capacità di alcuni cani (particolarmente dotati) di indurre la selvaggina alla difesa passiva dell’immobilità a terra (protratta fino all’arrivo del cacciatore) in una percentuale di casi superiore alla media generale.

E’ un fenomeno che a mio avviso obbliga a ripensare la ferma del cane in termini di maggiore approfondimento, perché rivela il ruolo attivo, finora trascurato, che può avere nel condizionare la reazione del selvatico.

Per analizzare questo fenomeno, può essere utile storicizzarlo, cioè ricostruire l’originario contesto e lo scopo che ha spinto l’uomo a selezionare il cane da ferma.

Appare evidente che un cane così specializzato come quello da ferma è stato “creato” dall’uomo (quando per catturare gli uccelli disponeva solo di reti e lacci) per cacciare soltanto i gallinacei, assai ricercati per la squisitezza della carne.

I gallinacei (con poche altre specie) sono uccelli terricoli, cioè vivono, si alimentano, nidificano in terra, e alla percezione di un pericolo, invece di involarsi, ricorrono alla difesa passiva dell’immobilità a terra, dove sfruttando mimetismo e vegetazione, si rendono invisibili.

Anticipando le conclusioni a me sembra che questa caratteristica dei gallinacei consente la loro caccia con il cane da ferma, e quest’ultima ha la funzione di indurli alla immobilità difensiva.

Tale insolito comportamento difensivo rappresenta un adattamento selettivo indotto all’autoconservazione, per eludere l’attacco dei rapaci (un tempo assai numerosi) che in aria non lasciano scampo alle prede perché il loro volo è veloce e agile e la loro vista è in grado di individuare da lontano qualunque preda in movimento.

Però il loro apparato visivo non riesce a mettere a fuoco una preda immobile (e celata nella vegetazione), una lacuna che i gallinacei hanno sfruttato e questo spiega perché siano divenuti terricoli.

Quando l’uomo si è reso conto che i gallinacei si difendono con l’immobilità che li rende invisibili, ha selezionato un cane che con l’olfatto specializzato su di essi, fosse in grado di localizzarli (anche se perfettamente nascosti) e nello stesso tempo ha indotto il cane ad arrestarsi in prossimità del selvatico per indurre questo alla immobilità difensiva, dando al cacciatore la possibilità di avvicinarsi per scagliare a colpo sicuro la rete da lancio.

Perciò la ferma del cane ha una doppia funzione: indica al cacciatore la posizione del selvatico e induce quest’ultimo alla difesa passiva dell’immobilità.

Adesso la ferma è diventata un blocco inibitorio paralizzante, geneticamente fissato, tanto che se si agita davanti ad un cucciolo uno straccio fissato ad una lenza, dopo qualche tentativo di assalto, questi cade in ferma.

A me pare che la ferma potrebbe essere una evoluzione, indotta dalla selezione, della pausa di concentrazione che fa il predatore (progenitore del cane) prima dell’assalto finale alla preda.

L’uomo ha sfruttato gli istinti del predatore modificandoli con la selezione in funzione dell’utilizzo specifico del cane, e perciò quando si studia il cane non bisogna dimenticare la sua origine, per evitare una deviante lettura antropomorfica o antropocentrica del suo comportamento.

Il predatore (lupo) si muove al trotto e galoppa solo per cacciare quando è spinto dalla fame, mentre nel cane la frenesia di cercare è stata svincolata dall’appetito e il galoppo è diventato la sua andatura normale.

La solidità della ferma è indotta dalla brama del cane di prolungare la voluttà che gli provoca la emanazione olfattiva della selvaggina (il tartufo vibra, la bocca accenna movimenti di masticazione, la salivazione è copiosa, ecc.), un’estasi ha sostituito l’impulso di divorare la preda (il cane da caccia non mangia la selvaggina).

A mio parere la ferma come le altre qualità venatorie del cane da caccia rientrano nel rapporto che in natura intercorre tra predatore e preda, le cui rispettive tecniche offensiva e difensiva sono improntate a criteri di equilibrata compatibilità (per evitare che una di loro si estingua) e a tal fine servono le potenzialità adattative, che coevolvono insieme in caso di variazioni.

Alla luce di questo meccanismo di sopravvivenza, si spiega come ogni specie, se pressata da insidie, riesca ad aumentare la propria tecnica difensiva e correlativamente il predatore riesca a trovare espedienti per contrastarla.

Così l’azione del cane da caccia e la reazione del selvatico sono correlate, nel senso che il cane modula (secondo il suo talento) il suo approccio (al selvatico) per indurlo alla immobilità, e questa è la vera funzione della ferma.

Perciò l’abilità del cane da caccia dipende dalla capacità di fermare in modo da indurre la preda all’immobilità, e la resa venatoria sarà più alta perché è in grado di fare “ferme utili”.

Naturalmente quando si fa riferimento ai cani capaci di fare “ferme utili”, si vuole dire che a parità di condizioni (ambiente, vegetazione, stato di allerta o di quote della selvaggina) essi riescono a farne in percentuale superiore agli altri.