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Il gallo forcello non fa questione di quota per villeggiare, non relegato in montagna per le vacanze o la convalescenza a stuzzicar l’appetito e prender la tintarella no, e nemmeno è, anzi non lo è affatto, montanaro; in origine, in epoche glaciali, abitò la pianura padana, e attualmente tiene domicilio nel pianoro in tutte le regioni del nord in attesa di spingersi ancora più a nord dietro il progressivo disgelo, per fuggirlo.


Lungo il nostro parallelo le sole condizioni biologiche idonee al forcello, che appartiene alla fauna polare, si riscontrano fra i 1500 e i 1800 metri, ed anche i 2600 a seconda delle regioni più o meno temperate, e poiché il forcello le salite le fa in discesa con l’ali e scantona se c’è da scarpinare, ci prospera benone e se gli manca all’occhiello l’edelweis, porta la coda forcuta all’indirizzo giusto e non sul cappello come i cacciatori.

E se noi lo chiamiamo logicamente gallo di montagna, e le legittime qualifiche in altri paesi sono gallo della brughiera, piccolo gallo selvatico, gallo a coda forcuta, gallo delle betulle, fagiano nero, la carta di identità rilasciatagli dalla autorità ufficiale in materia è : Lyrunis tetrix tetrix; il perché domandatelo al grande Linneo, dato che di tetro non ha proprio niente, nemmeno la livrea nera, bensì, ma a riflessi metallici vivaci con sfumature verdi e blu, e la coda foderata di bianco a foggia di lira è una sciccheria, e le membrane delle ciglia color rosso scarlatto una boulevard ardesia, e i calzoni pelosi sulle gambe come i butteri, autentico snobismo.

Allora anche il merlo è tetrix non due, ma tre volte, col vestito da lutto strettissimo, ma quel becco giallo color canarino basta da solo zufolando a smentire qualunque malinconia. E un altro gallo, il Chànteclair celebre di Rostand, fra le tante fresconerie ne azzardò una giusta : — Bisogna saper arrischiare qualche colore per potersi dire elegante. E la fauna alata informata del responso di tale arbiter elegantiarum che arrivò persino alle luci della ribalta, dalli a decorar ali e zampe e coda e petto e collo e tinger becco; a pensarci bene basta la cravatta sgargiante per metter soggezione alla ragazza, anche a noialtri bipedi vestiti e calzati in serie, secondo la Moda.

Zone alpestri, piagge vaste, mammelloni digradanti a rododendri e mirtilli, interrotti da complessi di ontani stenti, cresciuti lì appositamente per ostacolare la mira quando il gallo rumoroso frulla frammezzo; flora tipica del freddo, arbusti cespugliosi, allievi da terreno derelitto che resistere alle valanghe si difendono solidali in famiglie e crescono meglio uniti a dividersi meno luce ma più tepore, e ai piedi, ossia alle radici, stendon trapunta spessa di felci, di fambros e lucidi rododendri. In alto, venturose sentinelle a cavallo fra i displuvi delle creste, rari pini nani vizzi e storti, oppressi dal pondo della neve che col casco candido e tepido funziona da permanente e li costringe a strisciare riccioluti e inerpicarsi a cespuglio, secondo la piega. E solitarie betulle, rabbrividenti a vento e tempeste, e rosacee che giovano al forcello femmina per nascondersi e metter su casa quando nidifica. E più giù foreste di verde perenne, conifere ad offrire il benvenuto a chi sale, e larici che rinnovan gli aghi caduchi, quartiere d’inverno del forcello.

Consimile paesaggio spartano, rude, per ospitare il più severo e suntuoso, semplice e agghindato, solenne e civettuolo selvatico della nostra fauna montana, il più decorativo di tutti, il signore dell’Alpe.

Pro laris et focis non è certo il motto della sua Signoria però, e il forcello maschio si accontenta di tutelare i propri ozi e lascia la difesa dei patri lari alla femmina, casalinga e fedele alla culla dei nati; lui vagabonda per foci varie, erratico delle creste; per questo alcuni sparlano del gallo e vorrebbero magari che aiutasse a deporre anche le uova, ma lui è pago sian segnate dal suo marchio di produttore, le cure degli esemplari alla nutrice.

E cosa combina tutto l’anno ‘sto pelandrone di gallo forcello ?

Vive da sultano e da patriarca, ma non gode diritti ereditari sull’harem, no, deve ogni primavera difendere il privilegio; perché ogni anno si indicono le elezioni fra i candidati maschi per disputarsi la supremazia del clan, democraticamente, a beccate e unghiate, lo scettro al più forte, provvida selezione naturale che destina alla riproduzione il fisicamente più valido. Non solo, ma gli son d’obbligo molteplici comizi elettorali anche colle femmine, perché se costoro non possono ancora votare — ma è allo studio la Legge — gli diano almeno la soddisfazione di ascoltarlo mentre fa la clamanza alla propria merce di penne e piume e il resto; e sceglie (lei tronchi il più alto, nudo come l’albero della cuccagna e con radi spuntoni di rami, e da quel pulpito propaga il canto dell’amore e l’inno di guerra come Figaro nel Barbiere di Siviglia, il tarallelallera con le donzelle, il tarallerallà coi cavalieri speronati suoi rivali, e le spose vecchie sbirciano in su e commentano : — Le solite promesse —, e le sposine nuove guardano in su e sospirano : — Che voce, com’è bello, vieni amor mio m’inebria — e si dan di gomito coll’ala come signorinette quando incontrano il ragazzo.

E affermano alcuni Autori che il maschio si esprime in diversi dialetti, da regione a regione, ma io non me ne sono accorto mai né in Francia, né in Austria, né in Svizzera, né sulle nostre Alpi e prealpi, dalle Marittime, alle Orobie, alle Giulie, dal piemontese al bergamasco al veneto. Il canto lo inizia con tubare come di tortorella raffreddata e fa gorgogliare le note, le ingarbuglia nel gozzo, una sorta di soliloquio come i personaggi del Goldoni ad uso platea e loggione, vietato al palcoscenico, e non è che il prologo alle note perentorie che seguono chiare, scandite, sonore e il Waucher, esperto conoscitore, traduce e state bene attenti a interpretarle : ourourourourourour – ourou – ourou – ourou jondott; e penso sia come di quei motivi in maschera che nemmeno l’autore del genuino sa riconoscere più e bisognerebbe domandare il parere al gallo forcella. Personalmente ho constatato in autunno, quasi al tempo del passo delle beccacce, verso l’imbrunire, il gallo imbroccato emettere lamento che si confonde col gemere del tronco dei larici alla brezza serotina che li piega e fa stormire, ma probabilmente anch’io sto modernizzando onesti motivi, o meglio storpiandoli.

Predone, devasta i formicai, scoperchiandone la cupola per cibarsi delle larve, maschio e femmina del pari, e discorriamo un po’ della signora forcella : coniare vestita con abito marrone da fatica, senza nemmeno la coda a lira ma come volgare gallina, soltanto un po’ di rossetto alle gote, che depone da sei a otto uova la sposina, da sette a dodici la matrona, in cono scavato nel terreno, tappezzato con ramoscelli di erbe fra i rododendri, ma, se sotto il pino contorto, allora con architettura razionale, piancito soffice di foglie secche e piume, e pareti rivestite di branche di pino, di scampoli di mirtillo e intrecci di graminacee e licheni e persino crini della coda di mucca, dernier cri. E parliamo anche del cacciatore : impari a distinguere le spollinate dove il forcello dimentica le piume; l’uccello si riconosce dalle piume e dalle fatte, spia che depone anche in mezzo al sentiero, e in settembre già son viola per le bacche di mirtillo mature sui 1800 metri, e si ciba ed è importante saperlo, fino alla fine di settembre di frutti, poi di tenere gemme, e d’inverno di quelle gonfie di pino e faggio, ed è quando l’arrosto sa di resina. Al sole che predilige, cerchi il cacciatore il maschio, le femmine son proibite per Legge, e ricordi che al frullo picchia in profondità vertiginoso verso rimessa lontana di bosco, e la sera stessa no, ma il giorno appresso riguadagna l’asilo consueto; il vecchio dalla emanazione intensa si lascia fermare dal cane soltanto sulle piagge fra i rododendri, ma sulle creste non regge, fra gli ontani è restio a frullare, e costretto su rupe a picco ne vidi resistere immobili come imbalsamati a un palmo dal naso del cane; di volo non rimonta che se costretto e solo in prossimità di crinale a displuvio che guadagna per planare poi oltre furtivo dall’altro versante; con vento forte è leggero e inaccostabile, con secco sta per terra, con bagnato, in brocca. Si imbrocca anche per difendersi contro la volpe e sulla neve lascia le due impronte l’una dietro l’altra con disegno a forma di giglio, unite l’una all’altra da una traccia minore a guisa di cremagliera che fa il dito di mezzo strascicando, e da un lato come una virgola segnata dall’unghia del dito interno; vedere e non sparare, art. 37 del T.U.

Raccontano che d’inverno il forcello scava gallerie nella neve, anche lunghe, in cerca di cibo, e quando i cacciatori le scoprono ostruiscono l’accesso e picchiano coi piedi sulla superficie esterna ghiacciata del tunnel e il gallo si apre un passaggio attraverso la neve e scampa dall’altra parte, e se il cacciatore non è svelto a cospargergli il sale sulla coda…

Peso dal chilogrammo al chilogrammo e duecento, ed anche due chili, ma non me ne capitaron mai di simili.

Suo maggior nemico ? L’ uomo s’intende; e prospera sulle montagne dove la caccia è proibita, malgrado volpi, martore ed aquile, ed afferma l’autorevolissimo. Demone lo sterminio [sic] metodico esercitato da rapaci di ogni specie e dagli animali carnivori, ha somma importanza sulle condizioni di salute, regolate da Natura con legge provvida ma inesorabile, che non conosce indulgenze.

L’uomo distrugge metodicamente tutti i nocivi col pretesto di proteggere la fauna che gli interessa e dimentica regolarmente di considerarsi l’unico e più temibile arcinocivo, lui, sempre.